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venerdì 25 maggio 2018
 
Riace
 

Mimmo Lucano, il sindaco che trasformò i profughi in cittadini

03/04/2017  La storia che Beppe Fiorello si accinge raccontare in una miniserie per la Tv racconta le vicende di una paese e del suo sindaco che hanno trasformato il vuoto in un'opportunità: da emigranti a cittadini immigrati

(Nella foto sopra: Mimmo Lucano. In copertina: Beppe Fiorello durante il suo sopralluogo a Riace, dove girerà una miniserie Tv)

 

Come in un romanzo di Melville o Stevenson, è stato un veliero a dare la svolta che cambiò la vita del comune calabrese di Riace, in provincia di Reggio Calabria, e del suo sindaco Mimmo Lucano, di cui Beppe Fiorello racconterà la storia in una miniserie per la Tv dopo il successo dei "Fantasmi di Porto Palo". “Me lo ricordo bene quel veliero sgangherato con le vele ormai ammainate”. Il vento e la deriva lo avevano portato nella Locride dalle coste dell’Asia Minore. Approdò un’alba del 1998 e si arenò tra gli scogli di questa terra, carico di trecento curdi richiedenti asilo. “Stava lì, sballottato dalle onde, ad aspettare che il nostro destino cambiasse. Non si sapeva che fare di quella gente disperata e a me venne un’idea balzana: sistemiamoli nelle vecchie case disabitate del borgo. Di posto ce n’era in abbondanza, si trattava di vecchi ruderi in cui regnava il silenzio da decenni. Mi presero per matto e cominciarono a chiamarmi il sindaco dei curdi. Ma la cosa funzionò, anche grazie all’aiuto e all’incoraggiamento dell’allora vescovo di Gerace Giancarlo Bregantini”. Da allora nulla fu più come prima, il vecchio centro storico ormai disabitato cominciò a rivitalizzarsi, da quei vecchi ruderi silenziosi da decenni arrivavano nuove voci.

L’approdo dei coloni provenienti dall’Attica o dall’Eubea sulle coste della Magna Grecia, duemila e settecento anni prima, non doveva essere stato molto diverso da quello dei trecento richiedenti asilo turchi a bordo di quell’imbarcazione di fortuna. Nello stesso tratto di mare, nell’agosto 1972, erano state rinvenute, a otto metri di profondità, le statue di bronzo del Quinto Secolo avanti Cristo dei due antichi strateghi che avrebbero dato notorietà mondiale a questo piccolo Comune ai piedi dell’Aspromonte. Mimmo Lucano però ha aggiunto alla fama dei Bronzi di Riace la popolarità internazionale di un modello di integrazione cui guardano da tutto il mondo, soprattutto da quando, nel marzo scorso, il suo nome è stato inserito nella classifica dei “potenti della terra” (insieme a Bergoglio, a Bill Gates, a Bono degli U2 e alla Merkel) del prestigioso periodico americano “Fortune”. Un potere anomalo, quello di Lucano: “E infatti non me lo so spiegare, non so nemmeno chi ha fatto la segnalazione, forse una studentessa americana venuta per una tesi di laurea, a meno che il periodico non intenda il potere di cambiare i pregiudizi legati all’accoglienza”.

Anche papa Francesco, con una missiva, breve e affettuosa, si è rivolto al sindaco di Riace  per esprimere apprezzamento per il modello di accoglienza messo in piedi nel piccolo paese della Locride, rinato proprio grazie ai rifugiati. "Conosco le sue iniziative, lotte personali e sofferenze - ha scritto Francesco - Le esprimo, perciò, la mia ammirazione e gratitudine per il suo operato intelligente e coraggioso a favore dei nostri fratelli e sorelle rifugiati".

A Riace, nel 2009, era già venuto Wim Wenders, il regista del “Cielo sopra Berlino”, per girare “Il volo”, un bellissimo documentario in 3D dedicato alla prospettiva dell’immigrazione vista con gli occhi di un bambino di otto anni, Ramadullah. “Mi hanno conferito riconoscimenti dal tutto il mondo e mi invitano di continuo in tutti gli angoli d’Europa. Lo scorso anno sono stato anche in Svizzera, a Berna, ospite di un’organizzazione dedicata alla cooperazione internazionale”, ricorda Lucano. “Ho conosciuto gente straordinaria che lavora tutti i giorni per l’assistenza e l’integrazione. Il giorno dopo la premiazione gli organizzatori mi portarono a visitare un centro di accoglienza per rifugiati del cantone. Rimasi molto colpito dall’organizzazione e dalla quiete “svizzera” della città in contrasto a quel luogo, che era un “non luogo”, c’era una famiglia di sei persone stipata in una cameretta, le condizioni igieniche erano al limite. Per me l’integrazione è l’esatto contrario: noi a Riace diamo una casa vera a chi scappa dalla guerra e dalla fame”. E ora anche Beppe Fiorello: dopo il sopralluogo effettuato con la sua troupe la settimana scorsa, a maggio inizieranno le riprese.

Col tempo Riace è diventato un crocevia di etnie e di popoli: curdi, afghani, palestinesi, senegalesi, eritrei, iracheni, serbi, libanesi e tante altre nazionalità sono passate dall’antico borgo nell’ambito di vari piani di accoglienza del ministero dell’Interno cui il Comune ha aderito. Cinquecento profughi, su una popolazione di 1.800, sono diventati residenti e hanno aiutato il paesino a sviluppare attività di microeconomia basata soprattutto sulle attività di artigianato: sono nati un laboratorio di ceramica e uno di tessitura, un bar, una panetteria e una scuola elementare, è stato riattivato il servizio di raccolta differenziata, con due asinelli che si inerpicano tra i vicoli del borgo antico. E’ stata anche sperimentata (ed è tuttora funzionante) una moneta locale di scambio. In pratica il municipio emette dei ticket con cui gli immigrati possono acquistare in paese cibo e altri beni di prima necessità. Poi i commercianti consegnano i ticket e prendono i soldi che il ministero degli Interni ha destinato a questi progetti di inclusione. E’ in fase di definizione un progetto grazie al quale, sui terreni confiscati alle mafie, il Comune vorrebbe creare nuove attività agricole.

Ma è possibile applicare il “modello Riace”, un paesino di 1.800 abitante stretto tra il mare e la montagna arcigna dell’Aspromonte, alle immense metropoli e alle sue periferie? Riace è un modello o solo un piccolo sogno realizzato cui dedicare articoli di giornale, servizi Tv e documentari? Lucano ci crede, “non è un problema di latitudine”, spiega, “ e nemmeno di complessità urbana. L’importante è avere capire che la migrazione è la normalità, in questo mondo in cui alla deriva, insieme ai migranti, ci sono anche i valori umani. E’ innanzitutto una questione di sensibilità, di disponibilità, di comprensione per le sofferenze altrui. Prima delle soluzioni tecniche, che si possono trovare anche nelle metropoli, perché in fondo le metropoli sono una somma di piccoli quartieri e agglomerati, piccole realtà come Riace, è necessario cambiare il proprio atteggiamento umano”.  Trasformare i “non luoghi” in luoghi” con l’aiuto dei migranti: “Sarà anche un’utopia ma è il mio obiettivo, io la chiamo utopia della normalità. Del resto noi calabresi siamo abituati all’utopia, Tommaso Campanella, il filosofo autore della “Città del Sole”, è nato a Stilo, un borgo a pochi chilometri da Riace”. Per realizzare questa “Città del Sole” del nuovo millennio, Lucano, insieme all’associazione Città Futura, che porta avanti il suo impegno, ha dovuto anche subire le intimidazioni della ‘ndrangheta.

Specchiarsi nei migranti non riesce difficile a Lucano, visto che lo è stato egli stesso: “Ho lavorato a Torino e a Roma, la mia famiglia è sparsa tra la Capitale e Siena, io sono tornato perché non ho resistito al richiamo della mia terra. Tornare è stata la scelta più difficile ma la voglia di ritrovare la Calabria era troppo forte. Del resto questo è il paese dei fazzoletti in mano, quelli che si sventolavano o asciugavano le lacrime dei parenti e degli amici che e si imbarcavano per l’Argentina e gli Stati Uniti. Oppure quelli che salivano sulle corriere alla volta di Torino, Milano, della Svizzera e della Germania, nel Dopoguerra. Ora il vuoto si riempie, le case si ripopolano di nuovi volti e quel veliero ha acceso una speranza. Sono un visionario? Non credo. Alla fine questi progetti ci hanno permesso di sperare in un futuro possibile perché abbiamo attivato la microeconomia locale, il turismo solidale,  le botteghe dell’artigianato e quant’altro. Tutti grandi vantaggi economici per il mio Comune. E’ bastato solo non avere pregiudizi: recuperare il senso di cosa significa la fiducia e il rispetto degli esseri umani, a prescindere dalla loro razza e dalla loro pelle. Mi hanno spesso deriso, criticato, minacciato, ma sono andato avanti: il messaggio di Riace è la bellezza da recuperare, rischiando i pregiudizi, subendo l’indifferenza politica, sfidando la mafia che qui è davvero potente, affrontando gente che viene dall’altra parte del mondo. Ma che senso ha la vita se uno ha paura degli altri?”.

 

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