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venerdì 21 settembre 2018
 
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Ivan Zaytsev: «Io, campione duro in campo, tenero con i figli»

06/07/2018  Professione: giocatore di pallavolo. Ruolo: schiacciatore e leader. Ma con i figli è un padre affettuoso . Il ritratto dell'atleta recentemente attaccato sui social per aver vaccinato la sua bambina, dall'intervista pubblicata su Famiglia Cristiana 10 del 2018

La foto di Ivan Zaytsev con la figlia appena vaccinata da cui è scaturito un ingiusto e pesante attacco dei no-vax sui social
La foto di Ivan Zaytsev con la figlia appena vaccinata da cui è scaturito un ingiusto e pesante attacco dei no-vax sui social

Ci aspettiamo che lo zar della pallavolo Ivan Zaytsev parli con un accento russo e invece, quando ci accoglie con la moglie Ashling nella sua bella casa nella campagna intorno a Perugia, rivela un perfetto italiano colorato di umbro, con una punta di romanesco. «Anche se parlo e scrivo perfettamente il russo sono nato in Italia, a Spoleto, e ho vissuto qui prima di trasferirmi in Russia al seguito dei miei genitori».

Ivan è figlio d’arte: il padre Vjaceslav Zaytsev era un campione di pallavolo, vincitore di Olimpiadi, Campionati del mondo e due volte miglior giocatore del mondo; la mamma Irina Pozdnjakova è stata una nuotatrice che vanta un record del mondo nei 200 rana. La sua vicenda sportiva e umana è al centro di una puntata del programma Campi di battaglia, in onda sul canale digitale terrestre Alpha (canale 59) il 15 marzo alle 23.05.

Ti ritrovi nell’espressione “campo di battaglia” per quanto riguarda la tua vita?

«Passo gran parte del mio tempo in palestra e lì vivo le mie emozioni. Cresce la voglia di combattere e non perdere. Ogni volta che entro in un palazzetto è come se fosse una battaglia con me stesso per migliorarmi, alimentato dal mio spirito agonistico».

Questa stagione per la tua squadra, il Sir Safety Umbria Volley di Perugia, sta andando molto bene...

«Fra tutte le competizioni abbiamo perso solo due partite, siamo primi in classifica in Campionato e abbiamo vinto la Coppa Italia e la Supercoppa. Il Perugia non ha mai ottenuto questi risultati».

Merito anche tuo?

«Non sta a me dirlo. La società del Perugia è giovane e ambiziosa. Quando mi hanno chiamato giocavo in Russia. Allora mi sono detto: perché non tornare a respirare un po’ di aria umbra? Per me è importante il calore delle persone di qui».

Hai cambiato ruolo...

«Sì, prima giocavo come opposto, colui che non riceve mai palla, una macchina da punti. Ora gioco come schiacciatore, un ruolo più tecnico, di equilibrio, sono quello che deve fare il lavoro sporco».

In questo mix di Italia e Russia quando sei entrato nella Nazionale italiana?

«Ho dovuto aspettare la maggiore età per avere la nazionalità italiana. Prima sono entrato a far parte della Nazionale B con cui ho vinto i Giochi del Mediterraneo, poi nel 2010 ho partecipato al mio primo Mondiale. All’epoca ero un po’ una testa matta e giocavo anche a beach volley. È dopo i miei buoni risultati in quello sport che mi hanno chiesto di cambiare ruolo e diventare uno schiacciatore. Fino a quel momento ero un palleggiatore, come mio padre, che si può dire abbia voluto creare una minicopia di sé. Ma a me quel ruolo andava stretto e ho accettato di buon grado di cambiare. Lui non l’ha presa molto bene, anche se poi, visti i risultati, si è dovuto ricredere».

Come è nato il soprannome “zar”?

«Fino al 2012 ho giocato a Roma e in quegli anni i tifosi hanno coniato questo soprannome: un po’ perché ero russo, un po’ perché il mio cognome è impronunciabile, un po’ per il ruolo da leader che mi ritrovo a esercitare. Mi viene naturale, io voglio dare il 100% e ho sempre trasmesso anche agli altri la mia carica».

Come hai vissuto la conquista della medaglia d’argento alle Olimpiadi di Rio?

«Inizialmente è stata una delusione. Mi era rimasto addosso il dispiacere della sconfitta. Ma quando al rientro in Italia abbiamo visto tante persone che ci ringraziavano perché avevamo fatto una grande Olimpiade, mi sono in parte ricreduto, anche perché abbiamo fatto appassionare le persone alla pallavolo dopo anni di crisi».

In che cosa consiste il tuo impegno per il World food programme?

«Mia moglie ha lavorato tre anni per le Nazioni Unite, ed è lei che mi ha fatto conoscere questa realtà. Ho capito l’importanza di quello che fanno per salvare vite umane nelle zone colpite da carestie, guerre e catastrofi naturali. Grazie alla mia notorietà e al fatto che ho molti seguaci tra i giovani, posso svolgere un ruolo importante di sensibilizzazione. Parte dei proventi del mio libro autobiografico, Mia, sono devoluti al progetto “Pasti a scuola”, che consiste nel dare un sostegno economico alle famiglie che nei Paesi del Sud del mondo mandano i figli a scuola».

Da poco nella tua famiglia, dopo Sasha, è arrivata una bambina, Sienna. Che padre sei?

«Per il mio lavoro non sono molto presente, ma ho un bellissimo rapporto con Sasha che ha 3 anni e mezzo; tendo a essere più un padre che lo vizia e non lo sgrido mai. Lui chiede sempre di me quando non ci sono, e mi imita così bene che sa già riprodurre alla perfezione i gesti della pallavolo. Ma non lo costringerò mai, come ha fatto mio padre, a seguire le mie orme».

(Pubblicato originariamente su Famiglia Cristiana 10 del 2018, foto Ansa)

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