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Profughi, l'Europa che se ne frega

14/05/2014  Lo strumento per affrontare l'emergenza sbarchi c'è ed è la direttiva per la protezione internazionale dei rifugiati del 2001. Per "attivarla" occorre il voto della Commissione Europea ma per il commissario svedese Cecilia Malmstrom non c'è nessuna emergenza. E gli Stati del Nord, che non vogliono rogne facendosi carico dei profughi, ringraziano

La svedese Cecilia Malmström, Commissario europeo agli affari interni
La svedese Cecilia Malmström, Commissario europeo agli affari interni

I numeri sono da emergenza. «Nei primi 4 mesi del 2014», informa l’agenzia Frontex, «c'è stato un aumento dell’823 per cento di arrivi di migranti verso l'Italia rispetto allo stesso periodo del 2013». Da gennaio ad aprile di quest’anno si sono registrati 25.650 arrivi in Sicilia e 660 in Puglia e Calabria.

Dopo l’ennesima tragedia di lunedì scorso a sud di Lampedusa le polemiche sono riprese. Riassunto dell’ultima puntata. «L’Europa dovrebbe aiutarci e fare di più», ha detto il ministro dell’Interno Angelino Alfano. Più duro il premier Renzi: «L’Europa non può salvare gli Stati, le banche e poi lasciare morire le madri con i bambini». Replica da Bruxelles: «Abbiamo chiesto a Roma cosa vuole, ma non ci ha risposto». Il clima da campagna elettorale, si sa, alza i toni. Ma, al netto delle polemiche, la Commissione Europea avrebbe uno strumento per poter aiutare noi e gli altri Paesi più esposti all’emergenza. Si tratta della direttiva per la protezione internazionale temporanea (2001/55/CE) in caso di afflusso massiccio di rifugiati, per consentire loro di circolare liberamente all’interno dei paesi dell’Area Schengen, e risale al luglio 2001, dopo le tragedie dell’ex Jugoslavia e la crisi in Kosovo che innescarono l’esodo di migliaia di rifugiati.

La direttiva deve essere “attivata” in caso di emergenza e, anche se scritta nel 2001, fotografa molto bene quello che sta succedendo adesso nel Mediterraneo. «I casi di afflusso massiccio di sfollati che non possono ritornare nel loro Paese d'origine», si legge, «hanno assunto proporzioni più gravi negli ultimi anni in Europa. In tali casi può essere necessario istituire un dispositivo eccezionale che garantisca una tutela immediata e transitoria a tali persone».

E l’«afflusso massiccio» è delineato con queste parole: «L’arrivo nella Comunità di un numero considerevole di sfollati, provenienti da un Paese determinato o da una zona geografica determinata». Le persone così accolte potranno, per un periodo limitato, risiedere in un Paese Ue e anche esercitare un'attività lavorativa. Il tutto con l’accesso al Fondo europeo per i rifugiati che per il periodo 2008-2013 è stato di 614 milioni di euro.
L’articolo 25.1 della direttiva recita: «Gli Stati membri accolgono con spirito di solidarietà comunitaria le persone ammissibili alla protezione temporanea. Essi indicano la loro capacità d'accoglienza in termini numerici o generali». Ciò significa che ogni Stato membro deve partecipare all’accoglienza facendo indicare al proprio Governo quante persone è in grado di accogliere. È il principio del burden sharing, ripartizione degli oneri.

Un barcone di migranti in attesa di soccorsi al largo di Lampedusa
Un barcone di migranti in attesa di soccorsi al largo di Lampedusa

 Di recente un portavoce del commissario agli Affari interni, la svedese Cecilia Malmström, ammetteva che ormai la stragrande maggioranza di quanti attraversano il Mediterraneo sui barconi è costituito da profughi. La stessa Malmstrom in una nota di martedì scorso spiegava: «È chiara responsabilità di tutti gli Stati membri dell'Unione europea mostrare adesso solidarietà concreta per ridurre il rischio che tragedie come questa si ripetano». Per poi aggiungere: «È tempo per gli Stati membri di passare dalle parole ai fatti, è per questo che chiedo una discussione formale in occasione del prossimo Consiglio Affari interni su come gli Stati membri intendono contribuire concretamente per affrontare le sfide migratorie e dell’asilo nel Mediterraneo».

E qui siamo al cuore del problema. Per attivare la famosa direttiva occorre che la Commissione indichi che si è creata una situazione di emergenza tale da farla attivare. Poi gli Stati membri, nell’ambito del Consiglio Giustizia e Affari interni, devono approvare la richiesta a maggioranza qualificata. Ebbene, nonostante abbia detto che ora più che mai è necessario “passare dalle parole ai fatti”,  finora il commissario competente Malmström non ha ritenuto di richiederne l’attivazione, nonostante i numeri sempre crescenti di profughi nel Mediterraneo e le chiare indicazioni di un crescente aumento di profughi di Paesi in guerra come Siria, Eritrea, Somalia.

Nell’aprile 2011 il governo Berlusconi, ministro dell’Interno Maroni, chiese l’attivazione della direttiva per tamponare l’emergenza sbarchi di tunisini e libici per effetto delle primavere arabe. La risposta del commissario fu negativa: «La maggioranza dei Paesi», spiegò Malmstrom, «ritiene che la direttiva può essere utilizzata, ma non ci troviamo ancora in una situazione tale da far scattare il meccanismo» sottolineando come le norme della direttiva riguardavano i tempi del conflitto in Kosovo.
Il commissario, in realtà, spiegò che non c’erano molte possibilità che la richiesta di attivazione della direttiva potesse passare in Consiglio perché non c’era la maggioranza necessaria per approvarla. Gli unici alleati dell’Italia all’epoca erano Malta, Spagna, Grecia e Portogallo. Pochi per poter prevalere in Consiglio. Molti altri Paese, invece, erano apertamente contrari per non dover sottostare alla condivisione del problema. Tra questi bisogna distinguere due categorie, la prima comprende quei paesi come Svezia (da dove viene Malmstrom), Francia, Germania e Belgio che hanno comunque dovuto affrontare richieste d’asilo molto numerose. La seconda comprende altri Paesi – Finlandia e Irlanda, per citarne due – che non hanno né massicce richieste d’asilo da accogliere né flussi migratori da gestire e quindi ne approfittano per non dover fare nulla.

E oggi? Siamo allo stesso punto. Il muro contro muro tra Italia e Bruxelles continua. Malmstrom invoca la “solidarietà” di tutti i Paesi membri. Lo strumento per renderla concreta ci sarebbe ma resta chiusa nel cassetto. E mentre gli sbarchi non si fermano, arriva la denuncia del vicedirettore di Frontex Gil Arias: «Il budget di Frontex per il 2014 è più basso di quello per il 2013», ha detto. «Per far fronte ad eventuali emergenze, con la discussione del budget 2015, a marzo di quest'anno, avevamo chiesto la possibilità di avere una riserva di denaro extra budget, ma la Commissione Ue ce l'ha negata».  

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