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Il balcone, prima di tutto. E’ dal balcone di Palazzo Chigi che il vicepremier Luigi Di Maio si è affacciato per annunciare, affiancato dai suoi ministri esultanti, che il Governo avrebbe speso 10 miliardi di euro (a debito) per garantire il reddito di cittadinanza, con le bandiere dei Cinque Stelle pronte a srotolarsi sopra una piccola folla sottostante. Una prima assoluta nella storia della Seconda Repubblica: un ministro (nemmeno, per dire, il capo del Governo), che si affaccia al balcone di Palazzo Chigi come se avessimo vinto la guerra, annunciando “la manovra del popolo”.
In realtà un precedente c’è: nel 1982 Giovanni Spadolini, allora capo del Governo, di affacciò dalla loggia di Palazzo Chigi con le dita in segno di vittoria, alla Churchill, dopo la vittoria ai mondiali di calcio. Ma qui si tratta di un ministro, mentre il premier stava dentro, offrendo al suo ospite il palcoscenico della loggia. Con l'exploit di Di Maio c’è chi ha parlato di reincarnazione del peronismo in salsa italiana, quel mix di populismo, politiche sociali, culto del capo, che dominò per anni la scena sudamericana.
Il problema è che Di Maio rischia di affacciarsi sul baratro. Oggi i mercati hanno reagito malissimo allo sforamento del rapporto deficit/Pil previsto al 2,4 per cento per tre anni nella nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza. Lo spread, che misura la tenuta del debito pubblico e gli interessi dei titoli di Stato, è schizzato a quasi 280 punti, mentre i titoli bancari (detentori della gran parte dei titoli di Stato) sono crollati in borsa. I mercati ritengono che le azioni degli istituti di credito siano meno appetibili proprio per la presenza di titoli di Stato che rischiano di divenire carta straccia. E il ministro dell'Economia? Per ora tace. I vicepremier Di Maio e Salvini invece esultano e ostentano indifferenza tanto per i mercati quanto per il monito dell’Unione europea, che potrebbe infliggerci sanzioni costosissime intimandoci di rientrare nei limiti (il deficit non avrebbe dovuto superare lo 0,8 per cento). “Se la Ue boccia la manovra, noi andiamo avanti”, fa sapere il ministro degli Interni.
Pierre Moscovici, commissario agli Affari economici, ha spiegato laconicamente: “Lo sforamento del deficit porterà a ingrossare ulteriormente lo stock del debito. Se gli italiani continuano a indebitarsi cosa succede? Il tasso di interesse aumenta, il servizio del debito diventa maggiore. Gli italiani non devono sbagliarsi; ogni euro in più per il debito è un euro meno per le autostrade, per la scuola, per la giustizia sociale”. Fare l’esempio della Francia di Macron, che ha deciso di sforare il deficit del 2,8 per cento, serve a poco. La Francia ha un debito pubblico minore (96,4 per cento del Pil) e una credibilità finanziaria maggiore (lo spread è al 32 per cento). Noi abbiamo un debito sovrano del 130,7 per cento e uno spread che punta a 300 (sperando che si fermi). A lungo termine il “conto” di questo sforamento si tradurrà in maggiori tassi di interesse da pagare sui titoli di Stato e quindi in maggiori tasse per i contribuenti. Ed è solo l’inizio.




