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lunedì 23 settembre 2019
 
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La storia vera di Pippo Fava interpretato in Tv da Fabrizio Gifuni

23/05/2018  La vita del giornalista e drammaturgo ucciso a Catania da cosa nostra il 5 gennaio 1984.

«Pippo Fava ha scritto un sacco di libri, e cose di teatro anche.Però Pippo Fava non è mica uno importante. Per esempio, arriva una centoventiquattro scassata, dalla centoventiquattro esce uno con la faccia da saraceno e un’Esportazione che gli pende da un angolo della bocca e ride e quello è Pippo Fava». I suoi redattori - "carusi" (ragazzi) li chiamava -   nel primo editoriale de I siciliani  senza Pippo Fava, descrissero così il loro direttore assassinato, rendendo l’idea del suo carattere determinato ma mai grave, prima di chiosare: «Adesso dobbiamo ricominciare a lavorare, c’è ancora un sacco di lavoro da fare per i prossimi dieci anni.Mica possiamo tirarci indietro con la scusa che è morto uno di noi.Se qualcuno vuole dare una mano ok, è il benvenuto, altrimenti facciamo da soli,tanto per cambiare.Va bene così, direttore?». E poi le firme, di tutti, una dietro l’altra in ordine alfabetico.

Originario di Palazzolo Acrede (Siracusa), dov’era nato nel 1925, Giuseppe Fava aveva studiato al Liceo classico Gargallo di Siracusa, prima di laurearsi in Giurisprudenza a Catania. All’avvocatura rinunciò per il giornalismo: prima cronista nel giornale locale Sport Sud, poi capocronista dal Giornale dell’Isola e al Corriere di Sicilia, prima di passare a Espresso sera dove lavorò per più di vent’anni, in quel periodo collaborò anche, come corrispondente anche con Tuttosport di Torino.

Negli stessi anni Fava maturò una vocazione poliedrica alla scrittura ed altre forme di espressione, che sperimentava, con personalità vulcanica, passando con disinvoltura, dall’inchiesta al romanzo, dal teatro alla pittura. Tra i romanzi più noti: Gente di Rispetto da cui Luigi Zampa trasse il film omonimo, Prima che vi uccidano, e Passione per Michele, che ispirò Palermo oder Wolfsbur, film Orso d’oro a Berlino nel 1980. Nello stesso anno, Fava, fu chiamato a dirigere il Giornale del Sud, cosa che fece coadiuvato da una squadra di redattori giovanissimi (“i carusi”). La disponibilità di Fava a raccontare senza reticenze una Catania in cui ancora si diceva «La mafia non esiste» e la sua propensione a scavare nei conti della speculazione edilizia e nelle conseguenze ambientali dell’imprenditoria, lo resero presto scomodissimo per la città. Iniziarono le intimidazioni e le interferenze della proprietà fino al licenziamento del direttore.

Cambiata direzione, il giornale restò sul mercato pochi mesi. Mentre la redazione dei ragazzi reagiva al licenziamento con tre giorni di occupazione del giornale, per solidarietà con Pippo Fava. Neanche due anni dopo partì il progetto che culminò ne I siciliani: Fava fondò la cooperativa Radar per far nascere un nuovo mensile, I siciliani appunto, seguìto nell’avventura dai suoi “carusi”, gli stessi del precedente giornale: tra loro Riccardo Orioles, Antonio Roccuzzo, Michele Miki Gambino e Claudio Fava figlio di Pippo. Gli ultimi due autori del libro Prima che la notte che ha dato il soggetto al film omonimo con protagonista Fabrizio Gifuni.

Tutti sapevano che sarebbe stata un’avventura complicata anche economicamente: il giornale vendeva, ma nessuno voleva investirci con inserzioni pubblicitarie. Nel primo editoriale del gennaio 1983, Pippo Fava lo presentò così: «I Siciliani giornale di inchieste in tutti i campi della società: politica, attualità, sport, spettacolo, costume, arte, vuole essere appunto il documento critico di una realtà meridionale che profondamente, nel bene e nel male, appartiene a tutti gli italiani. Un giornale che ogni mese sarà anche un libro da custodire. Libro della storia che noi viviamo. Scritto giorno per giorno».

Era il numero che andò in edicola con in copertina «I quattro cavalieri dell’Apocalisse mafiosa». Fava aveva visto lontano, ripeteva ben prima che il resto del mondo fosse disposto ad ammetterlo che il potere mafioso non si fermava ai confini della provincia palermitana. E scavava. E faceva i nomi. E chiedeva conto. Si rendeva anche conto di rischiare. Si era comprato una pistola, sentendosi nel mirino, anche se dicono che abbia compreso fino in fondo il tenore delle minacce solo quando gli arrivarono a casa in “dono” ricotta e champagne. Un messaggio in codice in cui leggere una condanna a morte con brindisi dopo averla portata a terimine. 

È stato ucciso con cinque pallottole il 5 gennaio del 1984 mentre andava a prendere al teatro la sua nipotina che sognava di fare l’attrice. Pochi giorni prima aveva rilasciato, senza misurare le parole, la sua ultima intervista televisiva a Filmstory condotta da Enzo Biagi I Siciliani diretto dal figlio Claudio è vissuto fino al 1985. Le prime indagini sulla sua morte scavarono, come tante volte era accaduto per gli omicidi in quell’epoca storica, nella vita privata di Pippo Fava e nei conti dei “carusi”: capitava di frequente, prima che il maxiprocesso istruito a Palermo da Falcone e Borsellino mettesse la parola mafia in una sentenza definitiva, che i morti ammazzati in Sicilia finissero liquidati come "femminari", uccisi per questioni di letto e di sottane.

Dopo uno stop nel 1985 per il trasferimento di un procuratore aggiunto, il processo per l'omicidio di Pippo Fava riprese nel 1994. Nel 2003 è diventata definitiva la sentenza che ha condannato all'ergastolo Aldo Ercolano e Nitto Santapaola e a sette anni (a seguito di patteggiamento) Maurizio Avola.

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