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l'intervento
 

«La vera eresia è accusare di eresia il Papa su Amoris laetitia. Ecco perché»

28/09/2017  Il teologo don Maurizio Gronchi, consultore del Sinodo sulla famiglia e docente alla Pontificia Università Urbaniana, interviene sulla “correzione filiale” a Francesco: «Iniziativa singolare e senza fondamento. Il buon cristiano non ha bisogno di correttori di bozze quando legge il Magistero della Chiesa»

Dalle parole che i vangeli ci riferiscono, Gesù ha indicato nella correzione fraterna (Mt 18,15-17) la via per la realizzazione di quell’amore vicendevole che San Paolo predicava alla comunità dei cristiani di Roma (cfr. Rm 13,8). «Se tuo fratello commette una colpa» dice Gesù, non se tuo padre ha scritto e detto delle eresie vai, scrivi e fai firmare a chi trovi per strada una correzione filiale al Papa. Dal 1542, nella Chiesa cattolica esiste un organismo deputato a difendere e promuovere l’ortodossia, che oggi si chiama Congregazione per la dottrina della fede. E al momento presente, dopo oltre un anno dalla pubblicazione della Esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia, non risulta che sia stata emanata alcuna condanna, correzione o interpretazione autentica di tale documento. Risulta perciò singolare che, prima alcuni cardinali, poi diversi personaggi della più diversa estrazione culturale abbiano pensato di dover insegnare al Papa e a tutta la Chiesa la retta dottrina in materia di matrimonio e famiglia, specialmente nei riguardi di un testo pontificio come quello in questione. Merita qui ricordare che Amoris laetitia è un documento unico nel suo genere, ad alta densità magisteriale. Al segmento sinodale, dell’ascolto del popolo di Dio con due questionari, è seguita la consultazione collegiale di due diverse rappresentanze dell’episcopato mondiale, ed infine l’apporto specifico dell’autorità primaziale del successore di Pietro.

Il problema dell’interpretazione dei testi magisteriali è sempre esistito nella storia della Chiesa. Basti ricordare che tra le prime reazioni al concilio di Calcedonia (451) vi fu chi osservò, come il vescovo Euippo, che la definizione cristologica poteva essere interpretata in modo kerygmatico, alla maniera dei pescatori (piscatorie), oppure secondo la forma speculativa della filosofia, al modo di Aristotele (aristotelice). Oggi, come ieri, siamo sollecitati dalla medesima questione: il concilio Vaticano II va inteso in modo pastorale o dottrinale? Lo stile e l’insegnamento pastorale di papa Francesco costituisce un vero apporto dottrinale? La risposta che proviene dalla tradizione cristiana non conosce l’alternativa, ma soltanto l’armonica integrazione tra le due dimensioni costitutive della trasmissione della fede: la novità nella continuità, tra distinzione senza separazione e unione senza confusione. Tenendo conto di questo criterio fondamentale, un buon cristiano non ha bisogno di correttori di bozze quando ascolta o legge il magistero della Chiesa. Semplicemente può fidarsi, e soprattutto è chiamato, insieme ai suoi pastori – che per fortuna non figurano tra i firmatari della correzione filiale – a mettere in pratica l’insegnamento, invece di discuterlo con dubbie competenze.

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