«Aiutiamoli a casa loro» è il mantra che da qualche giorno si sente ripetere. Sempre uguale, sempre dalle stesse persone. Senza sapere, però, che la maggiorparte dei profughi che sbarcano sulle nostre coste - e che a volte muoiono nel tentativo di arrivarci - una casa non ce l'ha più. Abitazioni e vite distrutte dalle bombe, da guerre non volute e non attese che hanno spezzato i sogni di intere generazioni. L'Italia è in prima fila, e ne dovremmo essere orgogliosi, per quanto rigurada l'emergenza profughi, in particolare per quelli siriani. Nell'ultima conferenza dei Paesi donatori della Siria, che si è svolta in Kuwait, il nostro Paese si è impegnato per un totale di 38 milioni di euro. Il contributo fa dell'Italia il nono donatore mondiale e il terzo in Europa dopo Gran Bretagna e Germania.
Soldi in parte già investiti per la prima emergenza, per i kit medici e per allestire gli ospedali nei campi. In particolare l'Italia si è distinta per la protezione e l'assistenza sanitaria e psciosociale agendo insieme con l'Oim, l'organizzazione mondiale per l'immigrazione, l'Unhcr e l'Unicef.  Con i gesuiti del Jrs ha operato a Damasco e a Horms e oggi sostiene fortemente i Paesi che si stanno facendo carico dei profughi, in particolare il Libano, la Giordania, la Turchia e l'Iraq.
Non è un caso che la maggior parte di chi oggi sbarca sulle nostre coste proviene da Paesi in guerra. Fuggono da distruzione e morte e, fortunatamente, molti di loro stanno trovando rifugio nei Paesi limitrofi. 
Il vero punto, però, in Siria, come in Nigeria, nella Repubblica centroafricana, in Sud Sudan, non è solo sostenere i profughi e accoglierli anche nel nostro Paese, ma cercare di risolvere il problema alla radice spegnendo i focolai di guerra. Ma c'è chi scommette che gli interessi economici - spesso anche Occidentali -  per mantenere gli Stati in guerra e fomentare gli integralismi siano più forti del senso di umanità e di giustizia. Con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.