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sabato 22 luglio 2017
 
 
Credere

Lorenzo Orsenigo. La mia vita è rinata grazie al “figlio del carpentiere”

27/04/2017  Imprenditore onesto e generoso, perde tutto per la crisi dell’edilizia. «Mi sentivo fallito, volevo farla finita». Poi la consapevolezza dell’amore di Dio e l’idea di far rete fra lavoratori di “buona volontà” offrendo supporto a chi è in difficoltà

C’è la solitudine di Giona nel ventre della balena e c’è la disperazione di Giobbe, nella vita di Lorenzo Orsenigo, imprenditore brianzolo, 76 anni il 28 aprile. Ma c’è anche un gusto di vita nuova, come quello del figlio perduto che il Padre “ricco” ritrova e abbraccia sulla strada del ritorno, aprendogli nuovamente le porte di casa. «Avevo ereditato e fatto crescere notevolmente l’azienda di famiglia. E nel 2008 avevo toccato il cielo con un dito: 55 milioni di fatturato, 3 stabilimenti, uno in Brianza, uno a Roma, uno in Puglia, 180 dipendenti soddisfatti», racconta. «Avevo anche passato le azioni aziendali ai miei due figli, uno architetto per disegnare nuovi prodotti di successo, l’altra laureata in lingue per estendere l’azienda nel mondo. Ero come quell’imprenditore del Vangelo che aveva riempito il granaio e pensava di essere arrivato a godersi i frutti del suo lungo impegno. Fu invece l’inizio della fine: nel 2009 perdemmo circa 2-3 milioni di euro, nel 2010 altrettanto».

Orsenigo prova a resistere con tutte le sue forze, ma alla fine è costretto ad aprire una richiesta di “concordato” in tribunale. «Così fu possibile evitare il fallimento e riuscii anche a pagare fino all’ultimo euro del trattamento di fine rapporto dei miei dipendenti. Però ho perso tutto. Tutto. E mi pesa ancora tantissimo avere trascinato nel fallimento i miei figli».

Il dolore fu tanto intenso che, nello stesso giorno di fine luglio 2011 in cui furono depositate in Tribunale le carte necessarie, ebbe un infarto e fu salvato per miracolo dai medici. Tornato a casa, attraversò per diversi mesi il suo deserto di imprenditore fallito: «Mi alzavo di notte, non dormivo, vedevo sulla moquette di casa un filo rosso che arrivava al balcone da cui vedevo il monte Rosa. Pensai anche di buttarmi e farla finita. Mi salvò l’amore di mia moglie e dei miei figli».

ARRABBIATO CON DIO

Gli occhi si inumidiscono ancora e la voce si incrina, più volte, mentre ricordiamo insieme quei mesi. Eppure, come nel 2011, Lorenzo compie anche adesso uno scatto in avanti. Si alza dalla poltrona e va verso la libreria, mentre spiega: «Allora avvenne una sorta di miracolo. In una delle notti insonni trovai in libreria La vita di Cristo di Giuseppe Ricciotti. Ero arrabbiato con Dio, mi sembrava che mi avesse percosso e maltrattato ingiustamente. Avevo sempre cercato di essere onesto, di dare lavoro alle persone, ero stato sempre generoso con tutti. Se veniva un sacerdote per sistemare il tetto della chiesa lo aiutavo; avevo anche creato un’Associazione per ristrutturare la chiesa di San Lorenzo a Varigotti, dove portavo i miei figli in vacanza. E per ricompensa mi era stato tolto tutto. Ma quella notte, in quel libro, trovai la chiave di volta in una frase citata dal Vangelo: “Non era costui il figlio del carpentiere?”».

Orsenigo riscopre che san Giuseppe e lo stesso Gesù erano stati carpentieri, proprio come lui. «Come tanti di noi, si erano sporcati le mani per fare andare avanti la propria attività. Allora ho compreso che, anche se avevo fallito, Gesù mi considerava una persona di valore proprio per essere stato uno che aveva voluto vivere come imprenditore. E sono rinato. Ho riletto il Vangelo, tre volte, con una matita per sottolineare e tanti foglietti per segnare tutti i passi del Vangelo che mi coinvolgevano come imprenditore. Gesù ama anche quelli che non dormono la notte per fare andare avanti la loro vigna e ogni mattina escono a cercare operai per farli lavorare».

Cambia adesso anche il tempo dei verbi del conversare: eravamo nel passato remoto, siamo passati al passato prossimo e al presente concreto. La rinascita dell’imprenditore non è stata solo interiore, è diventata realtà e vita nuova. «Ho deciso di fondare l’Associazione di San Giuseppe imprenditore (Asgi): raduniamo gli imprenditori di buona volontà, quelli che desiderano impegnarsi per un’economia a servizio dell’uomo».

VICINO A CHI È FERITO

  

«Con il nostro “Telefono arancione” raccogliamo le vicende dolorose di tanti che, come me, perdono la loro attività e qualcuno va a dormire in macchina, o si ritrovano a non avere neanche i soldi per la colomba pasquale. Ascoltiamo, aiutiamo a decidere che fare per affrontare il fallimento, senza scorciatoie e imbrogli. E non lasciamo nessuno da solo. Qualche amico mi ha detto: forse Dio ti ha tolto tutto per farti arrivare a dare vita ad Asgi. Ho ritrovato uno scopo di vita piena nell’Associazione, nel suo impegno sociale a ricostruire un’Italia in cui nessuno si vergogni di essere imprenditore». Prosegue Orsenigo: «Voglio anche dare il mio contributo alla Chiesa perché stia vicina al popolo dei piccoli imprenditori. Se saremo capaci di sorridere agli imprenditori onesti, daremo vitalità al coraggio di chi osa nuove strade per creare lavoro e daremo una spinta alla rinascita dell’Italia».

Con i suoi amici dell’Associazione, Orsenigo va avanti convinto per questa strada: «Presto daremo vita all’Accademia dell’Associazione, per aiutare gli imprenditori puliti a passare bene le proprie attività ai figli, alle nuove generazioni. E a settembre inaugureremo la Compagnia di San Giuseppe, per mettere in rete gli imprenditori che si sono rivolti a noi da tutta Italia e ricostruire un tessuto di fraternità quotidiana che diventi la trama di una società più solidale e attenta».

Partito con il peso di un fallimento, a 70 anni ha condiviso la strada e il pane con Gesù, come i discepoli di Emmaus, ritrovando lo slancio giovane di un cuore che conosce il coraggio di partire nuovamente e testimonia il gusto di condividere con tutti una vita più forte di ogni morte.

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