Nel grande dibattito contemporaneo sulla presenza di esseri “umani”' nel cosmo, capaci di autocoscienza, di pensiero, di scelte libere d’azione, di sentimenti, di progresso incessante nel corso della storia, si inserisce oggi una meditazione sapienziale che affronta le nuove sfide della civiltà umana, segnata dalle trasformazioni sociali e dalle nuove forme di potere economico e tecnologico. È l'enciclica Magnifica Humanitas dedicata alla “custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”.

I temi affrontati sono molti, sono profondi, proiettano in avanti lo slancio che da 135 anni il magistero dei papi ha dato alla “questione sociale”, con quelle grandi parole sul bene comune, sulla destinazione universale dei beni, sulla solidarietà, sulla giustizia sociale. Nel grande fiume della riflessione sulla dignità della persona umana c’è un argomento che assomiglia a una perla preziosa custodita in uno scrigno : la tutela della vita. Appena un paragrafo, col numero 55, sui 245 del documento; ma la sua centralità indirizza la visione, la prospettiva. È sin dal principio la segreta radice del grande preludio dedicato alla dignità della persona, alla priorità morale dell’'opzione per i poveri (i malati, i migranti, i piccoli), al compito sociale e politico della tutela, sullo sfondo delle nuova sfida tecnologica della IA. Rammentando infine che la vita umana è dono e immagine di Dio.

Per questo ogni essere umano ha una dignità ontologica infinita. Per questo i “diritti umani” non dipendono da requisiti di prestanza, di efficienza, di forza: nascono dall’essere. E naturalmente il primo diritto umano è il diritto alla vita, e senza di esso nessun altro diritto potrebbe essere esercitato. Un diritto “inerente” alla persona umana, che avvolge la vita dal concepimento alla sua conclusione naturale, e perciò denota la disumanità di ciò che la distrugge (l'aborto provocato, l'uccisione di innocenti, l'eutanasia).

La tutela della vita è tuttavia cosa ancora più grande del salvataggio dalla morte ingiusta. Si estende alle condizioni che permettono di vivere con dignità. Tocca dunque I temi del lavoro (non come mercema come “cammino ordinario verso la maturità, lo sviluppo e la realizzazione personale), l’accesso ai beni fondamentali, la promozione delle donne (“«doppiamente povere sono le donne che soffrono situazioni di esclusione, maltrattamento e violenza), la protezione delle persone vulnerabili. Proclamare i diritti senza promuoverne l’esercizio è tradire la promessa.

Nel grande orizzonte del “bene comune” la promozione della vita è essenziale e irrinunciabile. Resta il cuore della “questione sociale”, perché costruisce la relazione, l’ascolto, l’accoglienza e infine la comunione fra le persone, e ciò conduce la comunità umana a una civikltà fraterna. Quella “civiltà dell’amore” che nessuna intelligenza artificiale può inventare, e che rimane invece il sogno e la speranza e l’impegno operoso degli esseri umani. La tutela della vita è il filo rosso che unisce antropologia, diritti umani, giustizia sociale e bene comune. Ci fa capaci di affrontare le sfide della rivoluzione digitale senza smarrire ciò che rende autenticamente umana la nostra civiltà.