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Il flamenco domina il palco. Alla Movistar arena, che ospita di solito concerti, eventi culturali e, più frequentemente, partite di basket, 17mila persone attendono il Papa. Il ritmo delle nacchere si alterna alle parole mentre tutti prendono posto. Comincia il dialogo tra Leone XIV e il mondo delle arti, dell’economia, dello sport. Il primo a prendere la parola è Antonio Banderas.


Racconta della sua esperienza andando indietro nel tempo, «alle celebrazioni della Settimana Santa nella mia amata Malaga, negli anni Sessanta del secolo scorso». Le sue domande su Dio, la fede di sua madre, le persone «umili e buone della mia città, che ogni anno uscivano, ed escono ancora, nelle strade del proprio quartiere portando sulle spalle le statue che le aiutano a cercare se stesse mentre cercano Dio. E lo fanno lasciandosi dietro l’io, per aggrapparsi al noi… dal noi passano al loro, dal loro a tutti, a tutti nel mondo, dal mondo all’universo, dall’universo a Dio, per poi tornare a terra intuendo che Dio può essere in ogni particella, in ogni molecola di ogni goccia di acqua, di ogni mare, di ogni petalo di rosa, di ogni palpito, di ogni sospiro». Chiede dialogo Banderas, indica l’arte come alternativa alla violenza e come aiuto a recuperare la profondità dell’anima in un mondo «che corre e si frammenta». E parla del suo ultimo spettacolo teatrale, Godspell, che in «spagnolo è “El hechizo de Dios”, (L’incantesimo di Dio)», confessando di essere stato, lui per primo, «vittima dell’incantesimo di Dio».


Tra le testimonianze anche quella del rettore dell'Università Complutense, José María Coello de Portugal, che sottolinea la grande importanza inclusiva dell’educazione, e il suo contributo «a edificare una società pacifica e a migliorare una convivenza frequentemente minacciata da un clima sterile di scontro che a volte permea le nostre società del XXI secolo». E ancora Antonio Garamendi, un imprenditore spagnolo, attuale presidente della Confederazione spagnola delle organizzazioni imprenditoriali (Ceoe) e Ángela Lopez de Miguel, presidente della Confederazione spagnola delle piccole e medie imprese (Cepyme) riflettono sull’intelligenza artificiale, l’automazione avanzata e l’interconnessione globale che «stanno ridefinendo il modo in cui produciamo, lavoriamo e competiamo» e sull’importanza del dialogo sociale.
Per il mondo dello sport parlano Teresa Perales e Carolina Marín. Entrambe insignite del Premio Principessa delle Asturie per lo sport, si sono distinte, l’una come atleta spagnola più decorata nei giochi paralimpici avendo vinto, con il nuoto, 28 medaglie e detenendo il record nei 100 metri stile libero, l’altra, è l’unica atleta non asiatica ad aver vinto una medaglia d'oro olimpica nel badminton. Riflettono sullo sport come fonte di resilienza e autodisciplina. E augurano al Papa «buona partita nella vita!».
Leone risponde ricordando che il luogo dove si trovano ospita «le emozioni più profonde dell’essere umano: la gioia e l’ammirazione, l’entusiasmo e la speranza, così come la tristezza e la frustrazione».
Parla della bellezza della Spagna, «visibile nelle sue città, nelle sue strade e nei suoi monumenti, nelle sue piazze e nei suoi giardini, nelle sue università e chiese, nella musica, nella pittura e nella danza, nella sua gastronomia. Qui si percepisce anche l’anima delle generazioni che hanno trasformato il paesaggio e gli hanno dato un volto proprio, e questo ci rivela in ogni tratto l’intelligenza e la volontà che risiedono nell’anima umana».
Guardando quello che finora si è costruito il Pontefice si interroga su quello che «stiamo lasciando al futuro e, di conseguenza, che tipo di comunità stiamo costruendo?».
E se è vero che la società ha una grande capacità di produrre, innovare e comunicare; «tuttavia, sembra che abbiamo ancora bisogno di imparare a custodire l’anima di ciò che essa genera. Altrimenti, corriamo il rischio di essere esperti nei mezzi di comunicazione ed efficaci nella produzione, ma incerti sul perché, a quale scopo, con chi e per chi si produce. In questo contesto, la Chiesa, consapevole sia dei propri successi che dei propri errori nel corso della storia, desidera rimanere in dialogo con il mondo contemporaneo».
Cita Paolo VI che ricordava che la Chiesa «è esperta in umanità» e, dunque, proprio per questo «non si disinteressa di nulla di veramente umano». La domanda è dunque cosa «significa essere veramente umani? La Chiesa condivide con umiltà ma anche con fermezza ciò che ha scoperto nell’esperienza di fede: che Gesù Cristo risponde alle grandi domande sulla vita umana e la sua pienezza, già in questo mondo e fino al suo culmine nell’eternità». Per questo la persona rimane sempre al centro della sua azione. Per questo non può disinteressarsi della cultura, e deve chiedersi cosa stiamo seminando, cosa stiamo coltivando, quali valori stiamo preservando, cosa stiamo facendo morire.
«Per rispondere a queste domande, c’è bisogno di un dialogo sociale che potremmo paragonare all’arte di tessere reti, che implica incontro, ascolto, dialogo e rispetto».
Chiede di fare attenzione, in ogni ambito, al linguaggio che si usa, «scritto, orale e, nell’ambiente digitale, anche quello delle immagini; perché la comunicazione non è mai neutra. Ogni espressione comunica, trasmette; può ferire o guarire, distruggere aspettative o aprire nuovi orizzonti, seminare divisione o risvegliare la speranza nella possibilità di costruire insieme qualcosa di genuinamente umano». Dialogo tra cultura e lavoro, con una «università che non volti le spalle al mondo del lavoro né rinunci alla verità», ma anche con una «attività imprenditoriale che non consideri il dipendente come un semplice fattore nell’equazione dei propri interessi», con un arte che «non abbia come unico fine le élite», con una «sport che non sia ridotto a spettacolo o trasformato in mero business», con un «progresso tecnologico che tenga conto degli anziani, dei poveri e di coloro che non hanno voce».
Da parte della Chiesa il dialogo parte da «una visione cristiana della vita, che muove dalla consapevolezza che il Creatore ha intessuto l’essere umano con fili d’amore» per questo la dignità umana è inalienabile.
E poi «tessere reti significa creare insieme» e anche «servire in modo disinteressato».
Ricorda che «uomini e donne mossi dalla fede hanno costruito ospedali e scuole, hanno dato vita a iniziative di solidarietà e hanno parlato con un linguaggio che nobilita le persone. Per questo è lecito chiedersi con onestà se il mondo – e in particolare l’Europa – avrebbe forgiato la propria identità senza l’impronta spirituale che ha permeato la sua storia. Non si tratta di una provocazione, ma di un invito a riflettere se l’eternità, che ha fatto irruzione nel tempo e nello spazio attraverso l’incarnazione di Gesù Cristo, possa riconciliarsi con la quotidianità».
Leone si chiede se «è davvero possibile credere che l’Europa – che tanto amiamo – sarebbe la stessa senza l’impronta della fede» e perché si debba temere che «l’eternità permei la quotidianità». Fa suo il grido dei suoi predecessori: «Non temete! Spalancate le porte a Cristo! Gesù Cristo non ci toglie nulla e ci dona tutto». E chiede «ad alta voce: chi viene escluso nonostante le proprie virtù e capacità? Non possiamo ignorare che la condizione dei poveri rappresenta un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici, e la Chiesa».
Riprende la sua recente enciclica Magnifica humanitas per sottolineare che «la Chiesa, esperta in umanità, anche se a volte va controcorrente, insiste sul fatto che “le strutture economiche e istituzionali sono giuste solo nella misura in cui servono lo sviluppo integrale della persona e favoriscono la partecipazione responsabile di tutti”».
E, infine, rivolge l’attenzione al mondo dello sport. «Pensiamo», dice, «a quanti di noi hanno imparato il rispetto per l’avversario su un campo di gioco piuttosto che ascoltando un discorso. Quanti sportivi ci insegnano a perdere senza odiare, a vincere senza umiliare o a rialzarsi dopo essere caduti». Ripete le parole di Giovanni Paolo II che dello sport diceva: «In questi tempi, in cui purtroppo varie forme di violenza e quindi di odio tendono nefastamente a lacerare il tessuto della solidarietà sociale, voi [gli sportivi] contribuite, per parte vostra, a dare una luminosa testimonianza di coesione, di pace, di unione, in una parola di “saper stare insieme”». Sottolineando che «queste espressioni sono più attuali e opportune di quando risuonarono per la prima volta», invita tutti a «essere fili nuovi per tessere reti nuove che armonizzino tutti gli ambiti della vita, per intrecciare una società rinnovata in cui il tempo si impregni di eternità, la cultura custodisca la memoria e favorisca il dialogo, l’educazione promuova la ricerca della verità con spirito critico, l’arte susciti stupore e generi emozioni nobili, l’impresa riconosca la dignità della persona e il lavoro continui a essere motore di speranza». Fili nuovi che sappiano seguire «il consiglio di San Paolo: “Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile. Non stimatevi sapienti da voi stessi. Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti”. Perché», conclude il Papa, «in tutto questo è in gioco che, in futuro, continui a risplendere la nostra magnifica umanità».



