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Lucetta Scaraffia: "Le donne nella Chiesa non hanno voce"

07/03/2018  Un'inchiesta di "Donne Chiesa Mondo", l'inserto dell'Osservatore Romano, ha fatto scalpore a pochi giorni dall'8 marzo: una denuncia sul lavoro delle suore in condizioni di dispari opportunità. Abbiamo chiesto alla direttrice di raccontarci com'è andata

Donne Chiesa mondo è la “costola” dell’Osservatore Romano che si occupa di donne. A pochi giorni dall’8 marzo, ha fatto uno scoop mondiale, sollevando con grande coraggio il tema delle dispari opportunità delle religiose nella Chiesa: facendo emergere un universo di suore impiegate nel servizio a sacerdoti e cardinali, spesso in condizioni di subalternità. Abbiamo chiesto a Lucetta Scaraffia, storica della Chiesa e direttrice dell’inserto, com’è nato questo servizio dirompente e quali effetti ha sortito.

Professoressa Scaraffia, com'è nata la vostra denuncia?

«Da sette anni, da quando esiste Donne Chiesa Mondo, abbiamo raccolto, attraverso lettere, incontri, racconti,  un’infinità di testimonianze. Quando abbiamo progettato questo numero sul lavoro delle donne, ci è venuto naturale dar voce a queste voci e raccontare anche il lavoro oscuro delle suore, di cui abbiamo ricevuto negli anni infinite testimonianze».

L’articolo è stato dirompente, che tipo di reazioni avete ricevuto?

«Un’attenzione enorme: richieste di interviste, mille reazioni positive da tutto il mondo, grande attenzione, perché questo fenomeno delle religiose al servizio dei potenti della Chiesa è diffuso in tutto il mondo, particolarmente in zone di cultura patriarcale, ma anche in altre, Vaticano compreso. E soprattutto, dopo il servizio, abbiamo ricevuto una nuova valanga di lettere di suore che raccontano la loro esperienza».

C’è una questione femminile nella Chiesa, dunque?

«C’è eccome, non per caso Papa Francesco ne parla spesso. Abbiamo lavorato anche nel solco di sue affermazioni ricorrenti: “Servizio non vuol dire servitù” e “C’è una mentalità maschilista nella Chiesa”».

C’è un equivoco sul concetto di servizio?

«Sì, il servizio delle suore dev’essere ai deboli, ai malati e ai poveri: non ai potenti. I potenti e i forti, più delle persone che prestano loro il servizio, possono pagarsi il servizio, mentre le persone che scelgono la vita religiosa lo fanno per evangelizzare e servire poveri, deboli, malati».

Una richiesta di servizio distorta?

«Sì, poi ci sono delle suore che svolgono questo lavoro di servizio per studiare, perché congregazioni e famiglie non hanno possibilità di mantenerle agli studi a Roma e allora lavorano per poter avere vitto e alloggio».

Ragazze alla pari nella Chiesa?

«In qualche modo sì, ma chi lavora per mantenersi agli studi in altri ambienti di solito viene pagato e ha un orario di lavoro, le suore no. E poi io non ho mai visto a Roma un giovane seminarista che serva in tavola per mantenersi agli studi. Qualcuno ne ha visti?»

E i potenti, chiamati in causa, come hanno reagito alla vostra denuncia?

«Silenzio, nessuno ha osato smentire anche perché è una cosa così vera, così evidente. Non possono dire: "Non è vero". Dicono: “Non sono schiave, noi le trattiamo bene”. Ed è verissimo. Alcuni organi di stampa hanno parlato di schiavitù, ma, almeno in Italia e in Vaticano - nei Paesi del terzo mondo non so, spero di no - le suore vivono, mangiano e dormono tutte in situazioni perfettamente dignitose, non sono schiave. Ma c’è un però: non mangiano alla stessa tavola dei sacerdoti di cui si occupano e questa è stata considerata un’umiliazione. Sono persone consacrate, non sono cameriere».

Tra loro ci sono persone che avrebbero un grande potenziale, sia in termini di studi, sia in termini di valore umano e servizio. Potrebbero dare di più?

«Sicuramente le donne nella Chiesa sono sottovalutate e sottoutilizzate oppure il loro lavoro non viene riconosciuto. Ma io penso anche non sia giusto neppure per una povera suora semianalfabeta che viene dall’Ecuador: le si dovrebbe insegnare a leggere e scrivere e avrebbe lo stesso diritto di chiunque altro di sedere alla tavola dei sacerdoti cui prepara la cena».

Dal vostro servizio si avverte timore nel farsi sentire: le donne non osano farsi sentire?

«Il problema è che nella Chiesa le donne non sono ascoltate a nessun livello. Non si chiede mai il loro punto di vista. Non vengono mai consultate quando si decide qualcosa per la Chiesa e mi pare gravissimo. Perché per loro le donne non esistono. Sono abituati da secoli a pensarsi un mondo maschile autosufficiente».

Non è una contraddizione con il messaggio del Vangelo, le donne in fondo portano il messaggio della Resurrezione?

«È una contraddizione totale, ma noi diciamo questo perché negli ultimi 20/30 anni, dopo il Concilio, alcune donne hanno riletto i Vangeli riscoprendovi il ruolo delle donne. Fino a questo periodo storico, in cui le donne hanno riscoperto le donne, è stato come se le donne nei Vangeli non esistessero. Nei commenti e nelle omelie c’erano solo Gesù e gli Apostoli. La stessa Maddalena che noi consideriamo oggi importantissima, perché è quella che ha portato il messaggio della Resurrezione, è sempre stata presentata, anche se i Vangeli non lo dicono, come una penitente per peccati sessuali, raffigurata piangente. Pietro che ha rinnegato Gesù, cosa più grave, non piange mai, è sempre al centro, capo della Chiesa».

Papa Francesco ne parla sovente, le sue parole favoriscono l’emergere del tema in luoghi in cui non è mai emerso?

«Io credo di sì, ha dato coraggio alle donne. Per esempio, quando si sono ritrovate le Superiore generali per la seconda riunione dopo quattro anni di pontificato di Francesco, hanno chiesto di non fare solo l’omelia come hanno sempre fatto i Papi, ma di aprire un dialogo come sempre hanno fatto con i Superiori generali degli ordini maschili e hanno ottenuto il dialogo. Questo Papa dà la speranza di un cambiamento».

Qual è il cambiamento più urgente e immediatamente realizzabile?

«Senza cambiare le istituzioni, bisogna dare più voce alle donne: è incredibile che il Consiglio dei cardinali non abbia mai ascoltato una religiosa. Come se il pensiero delle donne sulla Chiesa e la loro esperienza non contasse, e invece bisognerebbe ascoltarle, perché le donne non potendo fare carriera, hanno una voce più libera».

Quanto è realistico che questo inizio di dialogo da parte del Papa dia un’accelerata al cambiamento?

«Ci sarà un’accelerata come sempre nella storia davanti a un problema concreto: la crisi di vocazioni delle donne. Le donne sono i due terzi delle vocazioni, se vengono meno la Chiesa non potrà non accorgersi di loro».

 

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