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Ci sono donne bellissime che si sentono profondamente imperfette, insicure. E donne con qualche imperfezione che trovano la pace. È forse questo il più grande insegnamento di Lucia Annibali, la 37enne avvocatessa di Urbino, sfregiata con l’acido per volontà dell’ex fidanzato nell’aprile di un anno fa, da poco nelle librerie con Io ci sono (Rizzoli).
Lei che oggi deve ricominciare a vivere e lo fa con un volto nuovo, che in parte non riconosce ma soprattutto porta con sé i segni e le ferite di quanto accaduto, ma anche i nuovi incontri e le persone che oggi le vogliono bene.
HA BATTUTO CHI VOLEVA CANCELLARLA.
Lucia non si sente il simbolo della violenza alle donne, «ho sentito il desiderio di raccontare la mia esperienza e i miei sentimenti. In questo, sì, rappresento molte donne che come me stanno soffrendo.
Vorrei essere per loro un appiglio per scuotersi e staccarsi pian piano dalla sofferenza perché trovino il coraggio di non farsi rubare la vita». Ma l’esempio di quanto conti prendersi cura di sé stesse: «Vorrei dire loro di volersi bene, perché certe storie nascono da una ferita interna che abbiamo noi, uno spazio aperto in cui entrano persone che, poi, ci fanno del male».
È una storia universale, la sua, che porta i segni di una violenza efferata e crudele e di un ritorno alla vita faticoso, ma con molte più certezze. «Ci sono giorni in cui non mi riconosco. Ho ancora metà naso da ricostruire, fatico a respirare, una faccia nuova e neanche definitiva. A volte intravedo quella che sarà, altre non riesco e lo specchio mi restituisce lineamenti deformi. Una cosa che succede a tutte le donne, solo nel mio caso non è una percezione distorta, ma la realtà. Nonostante tutto però non ho mortificato il mio corpo, anzi, mi sento più femminile perché finalmente sono in pace con me stessa». Un viso che non è semplice da gestire e a cui Lucia, giorno dopo giorno, impara a volere bene. Un corpo che si trasforma: «Per ricostruire il viso i medici di Parma dove sono in cura devono utilizzare il grasso preso da altre parti. Con segni più o meno evidenti, operazioni continue, dolori e pizzicore che non mi si attenuano. Ogni giorno è una conquista ed è sempre un ricominciare, anche nelle cose più semplici, quotidiane. Come uscire di casa: il sole mi affatica, il corpo non lo tollera, la luce ferisce gli occhi. Ho un’autonomia che non è più quella di una volta».
20 ANNI AL CARNEFICE.
Il 29 marzo scorso l’ex Luca Varani, collega e coetaneo di Lucia, mandante dell’aggressione per mano di due albanesi, viene condannato in primo grado al massimo della pena. Ma per Lucia non c’è nulla da applaudire. «Dal punto di vista della giustizia mi sembra perfetta, per la crudeltà del gesto, la violenza, il tentato omicidio con manomissione del gas e lo stalking che precede l’aggressione. Fuori dall’aula c’erano parenti e amici, fotografi e giornalisti. L’applauso è stato il loro modo per dirmi vicinanza. Ma non c’è niente da festeggiare. La mia vita è sconvolta da quanto accaduto, la condanna serve solo a darmi un motivo in più per andare avanti».
Lei che, dopo la prima udienza in cui si sono guardati, non ha mai più voluto incrociare il suo sguardo e che dell’aula del dibattimento ricorda solo «quanto era opprimente, quasi insopportabile. Ora la giustizia farà il suo corso; andremo in appello e ci sarà la Cassazione». Nel frattempo Lucia riprende in mano la sua vita. «Ho scritto un libro sulla mia storia di "non amore". È sano definirlo così perché è importante riconoscere che una persona che ti fa una cosa del genere non lo fa perché ti ama. La nostra storia è stata tutta di non amore. Anni di violenza psicologica dove l’aggressione è stato solo l’ultimo atto». Un racconto che narra della violenza per lasciare un messaggio di speranza alle donne. «Un male enorme che ha portato alla mia liberazione. Solo oggi posso realizzare la vita che più mi corrisponde e me stessa come persona. Se voleva punirmi cancellandomi il viso, non ci è riuscito. Perché mai come ora Io ci sono».




