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mercoledì 16 ottobre 2019
 
patologia di massa
 

Nel 2018 abbiamo buttato nel gioco d'azzardo 107 miliardi di euro

20/01/2019  Negli anni della grande crisi solo un consumo è aumentato costantemente: quello per giocare. Nel 2007 gli italiani hanno “bruciato” 47 miliardi di euro, adesso siamo quasi a quota 110. C’è una sola spiegazione: «Si tratta di una dipendenza patologica di massa», dice il sociologo Maurizio Fiasco, «che non ha eguali nel mondo occidentale»

ll professore Maurizio Fiasco, presidente di Alea
ll professore Maurizio Fiasco, presidente di Alea

Sono qualcosa come quattro manovre finanziarie messe insieme. Nel 2017 gli italiani hanno speso per giocare d’azzardo 101,8 miliardi di euro, oltre 5 miliardi in più rispetto al 2016. Il 2018 segna un altro inquietante record: per il gioco sono stati bruciati 107,3 miliardi di euro, con un incremento del 5,6 per cento rispetto all’anno precedente. È molto di più di quanto spende lo Stato italiano per sanità e istruzione. E non c’è crisi economica che tenga.

Dal 2007, ultimo anno prima della grande recessione, i consumi per il gioco d’azzardo sono aumentati di anno in anno. Una crescita inarrestabile e impetuosa nonostante le numerose campagne di sensibilizzazione e informazione e i provvedimenti di numerosi comuni e alcune regioni che hanno limitato il numero di slot togliendole dai luoghi sensibili, ossia vicino alle scuole, oratori e parrocchie. «L’unico consumo che è aumentato del 110% dall’inizio della crisi a oggi è quello del gioco d’azzardo. Nel 2007 si sono spesi 47 miliardi di euro, oggi siamo arrivati quasi a 110. È una macchina fuori controllo e tutto questo ha una sola spiegazione», dice il sociologo Maurizio Fiasco, presidente di Alea, associazione per lo studio del gioco d’azzardo, «se i consumi aumentano in maniera costante, è perché c’è una dipendenza patologica di massa. La spesa per l’abbigliamento è scesa, in media, del 25% in questi ultimi dieci anni, quella alimentare del 5%. C’è un dimezzamento delle spese odontoiatriche. Quella per il gioco d’azzardo, che un consumo puramente dissipatorio, aumenta costantemente. Questa dipendenza è stata utilizzata e sfruttata dall’industria del settore per costruire un marketing ad hoc. Oggi in Italia ci sono 51 tipologie di gioco diverse, tra lotterie, vari tipi di slot, scommesse online di tutti i tipi, dagli eventi sportivi all’ippica. E ogni tipologia è stata accuratamente pensata su misura in base all’utente: l’età, le differenza di genere, i luoghi dove poter giocare».

È una macchina finita fuori controllo. «Nonostante 400 comuni abbiano preso provvedimenti restrittivi e la regione Piemonte abbia fatto una legge drastica che vieta le macchinette a meno di 500 metri dai luoghi sensibili», ragiona Fiasco, «la spesa è in aumento perché c’è una dipendenza patologica di massa e le fortune dell’industria dell’azzardo sono state costruite arruolando alla dipendenza milioni di persone. Da una ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità è emerso che ci sono più di 5 milioni di italiani che giocano in modo “rischioso” e il rischio è distinto tra “moderato, medio e grave”. In realtà, si tratta di un piano inclinato perché, giocoforza, chi oggi è un giocatore a rischio moderato domani diventerà medio e chi è medio diventerà grave».

Nelle macchinette quasi 50 miliardi

Con oltre 49 miliardi di euro (49.414.009.858 per l’esattezza) sono videolottery (Vlt) e slot machine (Awp) a rappresentare la maggior parte del giocato degli italiani per l’azzardo. Nel 2017, ogni cittadino ha speso in media 815,55 euro a testa per questi apparecchi, che rappresentano il 65% dei soldi spesi per l’azzardo in tutta Italia. Un dato costante rispetto al 2016. Stessa musica anche nel 2018, dove Awp e Vlt rappresentano quasi la metà della spesa, con il 45% del totale.

Le AWP sono apparecchi elettronici che accettano solo monete e possono essere installati anche in bar e tabaccherie (a differenza delle videolottery, VLT, che possono essere installate solo in sale dedicate e accettano anche banconote). Montano una scheda di giochi preinstallata e sono collegate al concessionario attraverso un punto di accesso. Il gioco viene elaborato localmente dai singoli dispositivi; sono caratterizzate da puntate e vincite generalmente più basse rispetto alle VLT.

Tuttavia, i provvedimenti presi dai precedenti governi, col taglio di un terzo delle “macchinette”, cominciano a produrre i primi effetti. Infatti per le slot nel 2018 la spesa è diminuita del 5,2%, passando da 25,4 a 24,1 miliardi, mentre pwe le Vlt, molto più “pericolose”, è salita del 3,3% attestandosi a 24,3 miliardi. La Legge di stabilità 2016 aveva disposto, a partire dal 2017, la riduzione del 30% delle newslot (Awp) rispetto agli apparecchi attivi. La disposizione è diventata effettiva grazie al decreto legge 50 del 2017 che ha introdotto un effettivo piano di riduzione delle slot in due fasi: alla data del 31 dicembre 2017 il numero di nulla osta per le slot machine presenti sul territorio italiano è diminuito, portando gli apparecchi presenti sulla penisola a 345.000. Una soglia che, dal 30 aprile 2018, si è ulteriormente ridotta, portando le slot attorno alle 265mila unità, il 35% in meno.

Forse è ancora presto per fornire una valutazione dell’effetto della legge sui soldi effettivamente spesi nelle macchinette, quel che certo è che il giocato degli italiani è stato stabile. «Gli effetti virtuosi ancora dobbiamo vederli pienamente ma la strada intrapresa è certamente quella giusta», commenta Fiasco che però insiste sul carattere patologico del giro d’affari legato all’azzardo: «Le teorie economiche spiegano che nel momento in cui ho una sazietà di un genere o un bene sono disposto a spendere di meno per quel genere ma se sono un alcolista bevo senza aver sete. C’è un limite fisico del consumo e quando questo limite non viene rispettato può essere spiegato solo con la disfunzione e la patologia. Lo stesso avviene con il fumo. Oggi un pacchetto di sigarette costa molto di più rispetto a 10 anni fa me il consumo di tabacco è pressoché uguale. Questo si spiega perché la nicotina dà dipendenza. Lo stesso discorso vale per il gioco d’azzardo. Lo Stato ha grandi colpe nell’aver, di fatto, permesso che si costruisse un’industria vera e propria con tanto di marketing dei giochi e un’offerta capillare che raggiunge tutti i luoghi della vita quotidiana degli italiani».

Il boom delle scommesse online

  

Dai dati del 2018 arrivano altre due preoccupanti ma previste conferme col fortissimo aumento della raccolta online e delle scommesse sportive. L’azzardo online è la seconda voce subito dopo le “macchinette”, con 23,3 miliardi, il 21,7% della raccolta complessiva, grazie soprattutto al boom dei “Casinò games” che crescono del 22,6% arrivando a 20 miliardi. Non meno forte l’incremento delle scommesse sportive che grazie anche ai Mondiali di calcio in Russia, hanno raggiunto 12,2 miliardi di euro, con un aumento del 22,3%. Stabili le lotterie istantanee, cioè i “Gratta&Vinci”, che hanno incassato 9,1 miliardi, in linea con i dati del 2017. Cresce invece molto una delle tipologie di azzardo più antiche, cioè il Lotto, passato da 7,4 miliardi a 8 con un aumento del 6,9%. Una tradizione trascinata però soprattutto da nuove modalità come il “10eLotto”, fortemente pubblicizzato in tv da noti testimonial. Una pubblicità che il Decreto dignità del governo Conte non ha eliminato, rispetto a quella per slot e scommesse che invece dal 1° gennaio di quest’anno sono vietate. Solo dal Lotto sono arrivati nelle casse dello Stato ben 1,3 miliardi (+6,5%).

Ecco dove si gioca di più

Ma dov’è che si gioca di più? I dati si riferiscono al 2017. C’è il record nazionale di Caresanablot, 1.100 abitanti in provincia di Vercelli. Nel 2017 il giocato pro capite è stato di oltre 28 mila euro (superando il reddito pro capite di 23.579 euro). Una spesa trainata, come già evidente dallo scorso anno, quasi unicamente da Awp e Vlt. Come è possibile un numero così alto? Caresanablot ha una grande sala slot lungo una provinciale, capace di attirare giocatori anche dai comuni limitrofi o di passaggio nella zona. Ogni abitante ha speso a testa 28.639 euro, per una spesa complessiva di 32,19 milioni di euro. I soldi vinti alle giocate ammontano invece a 26,79 milioni di euro. Anche nel 2016, come si evince dall’elaborazione del Gruppo Gedi, la giocata pro capite in slot e videolottery a Caresanablot era la più alta d’Italia, 24.228 euro, circa 4.000 euro in meno rispetto all’anno precedente. Il motivo per cui questo paese sulla strada per Biella, dove si moltiplicano per lo più concessionarie d’auto e magazzini industriali, è il più “malato” di gioco d’azzardo, è dovuto alla presenza di un’enorme sala giochi sulla strada principale, che richiama migliaia di pendolari del gioco. La sala è in un crocevia di strade e tangenziali che portano facilmente verso l’autostrada, o verso altri grossi centri come Biella, Novara, Casale.

Tra le regioni il record spetta all’Abruzzo. Con una spesa di 1.500 euro a testa, gli abruzzesi sono i primi per giocate pro capite in Italia, quasi 40 euro in più di quanto speso dai romagnoli e dai lombardi, rispettivamente secondi e terzi in classifica. Un record, quello abruzzese, che si riscontra anche in singoli picchi di giocate e in record locali. È il caso, ad esempio, di Scurcola Marsicana (L’Aquila), ottavo comune in Italia per giocate pro-capite e primo in assoluto per spese relative al bingo: qui si sono spesi nel 2017 circa 2.049 euro pro capite per questo gioco. Singolare, sempre in Abruzzo, a distanza di pochi chilometri dal paese marsicano, il record di Cocullo: con 1.129,88 euro pro capite il paese è il primo in Italia per quanto riguarda le giocate relative al Lotto. A livello di province, si conferma il record di Prato: nella provincia toscana la spesa media per l’azzardo è stata di 2.948,08 euro pro capite. Seguono con spese rilevanti le province di Ravenna, Rovigo, Como e Teramo, unica città del centro-sud a piazzarsi nella top ten delle province italiane per volume di giocato pro-capite.

Il record di Prato per l’azzardo è confermato anche dalla classifica italiana dei comuni di media grandezza (quelli compresi tra 50mila e 200mila abitanti): il comune toscano è primo in questa classifica con una spesa pro-capite medi di ben 3.320,54 euro nel corso del 2017. Tra le grandi città, rilevante invece il primato di Bologna: con 1.875 euro pro capite spese nello scorso anno, i bolognesi hanno speso in media più di 200 euro in più rispetto ai milanesi, 400 rispetto ai romani e addirittura 650 in più rispetto ai palermitani.

Gli esempi virtuosi da seguire

  

Cosa fare, dunque, per arginare una dipendenza che distrugge i redditi di milioni di persone, i rapporti familiari e l’economia di vaste zone del Paese? «La prima cosa da fare», risponde Fiasco, «è quella di separare il gioco dai luoghi della quotidianità e confinarlo in luoghi e tempi separati. Giocare è un’attività che ha bisogno di uno spazio e un tempo dedicati. Già questa misura darebbe un taglio al consumo di gioco e invertirebbe la tendenza come è successo ad Anacapri dove dal 1° gennaio 2016 non c’è una slot sul territorio e anche la spesa per gli altri giochi d’azzardo è diminuiti. Anche a Bergamo città, in controtendenza rispetto alla provincia, dal 2015 c’è stata dove una diminuzione di quasi un quarto delle slot e di 6-7 punti per le VLT e gli altri giochi. Se vogliamo, è quello che è successo con la legge che vieta di fumare nei locali pubblici. Prima si fumava ovunque, adesso che non si può, il numero dei fumatori è in parte calato».

Fiasco ricorda l’esempio degli Stati Uniti: «Passano per un Paese permissivo e iper liberista ma si sono guardati bene dal mettere sale slot e occasioni di gioco nei centri abitati come abbiamo fatto noi. Se le occasioni di gioco sono in tutti i luoghi e in ogni momento della giornata, il gioco cessa di essere un gioco e diventa una patologia e un’ossessione».

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