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martedì 12 dicembre 2017
 
 
Credere

Padre Ernesto Caroli. Il papà dello Zecchino d’oro

30/11/2017  La rassegna canora quest’anno compie 60 anni. Ideata a Milano da Cino Tortorella, fu portata all’Antoniano di Bologna grazie all’intuizione e al coraggio di padre Ernesto Caroli

Lo Zecchino d’Oro, che quest’anno festeggia il traguardo della sessantesima edizione, ha un papà naturale e una famiglia adottiva. Il papà naturale è il grande Mago Zurlì, al secolo Cino Tortorella, che ci ha lasciati nel marzo scorso. La famiglia adottiva è quella dei Francescani dell’Antoniano di Bologna, che oltre mezzo secolo fa si lanciarono con entusiasmo in questa fortunata avventura. In particolare, se dobbiamo dare un nome e un cognome al vero papà adottivo dello Zecchino, non possiamo che fare quello di padre Ernesto Caroli. Tratto dolcissimo, tempra di ferro: è a lui che si deve l’idea di creare un qualcosa di unico come l’Antoniano. Classe 1917, nativo di Misileo, frazione di Palazzuolo sul Senio, nell’Appennino tosco-romagnolo, settimo di 14 figli, dopo aver preso i voti ed essere stato ordinato sacerdote partecipò alla guerra come cappellano militare nella divisione Firenze e fu catturato dai tedeschi in Albania.

«L’idea gli venne proprio quando era prigioniero nei campi di concentramento», spiega il nipote, Roberto Caroli, che conserva gelosamente i taccuini che lo zio scrisse in quei 28 mesi di prigionia nei lager, dove tra l’altro conobbe anche Giovannino Guareschi. Una cosa ben nota a chi ha avuto la fortuna di conoscerlo: «Quando ero prigioniero e pativo la fame e vedevo la so€fferenza di tanti giovani soldati, accanto a me, ho promesso che, se Dio mi avesse salvato, avrei fatto qualcosa di bello per i poveri e per i ragazzi», spiegava con semplicità.

Tornato in convento, a Bologna, buttò giù in un quaderno la sua idea di Antoniano. «Quanti soldi ci servono per cominciare?», gli chiese l’allora padre guardiano. «Ottanta milioni». «Quanti ne abbiamo in cassa?». «Nessuno».

La prima pietra fu posta nel 1953. L’anno successivo s’inaugura la nuova costruzione di via Guinizelli, adiacente alla basilica bolognese di Sant’Antonio. Un grandioso oratorio multifunzionale? Molto, molto di più. Protagonisti, oltre a padre Ernesto, altri tre confratelli definiti, nell’insieme, una vera squadra d’assalto. Padre Berardo Rossi, lo storico del gruppo, padre Gabriele Adani, il letterato, e padre Benedetto Dalmastri, l’economo. I magnifici quattro.

Dove prima c’era solo un piccolo convento nascono la Mensa di fraternità, oggi intitolata proprio a padre Ernesto, e le prime attività per i giovani e i ragazzi. Il cinema teatro, l’Accademia d’arte drammatica, la scuola di danza. Ed è a questo punto che la loro strada s’incrocia con quella dello Zecchino d’Oro.

DA MILANO A BOLOGNA

Quella che sarebbe poi diventata la rassegna della canzone per l’infanzia più famosa del mondo era nata nel 1959, nell’ambito del Salone del bambino di Milano, grazie a Cino Tortorella allora meglio conosciuto come Mago Zurlì, «il mago del giovedì». Il festival però stava cercando una casa definitiva. In un incontro con i frati quasi casuale Tortorella lancia l’idea. I “quattro moschettieri “ ne discutono, mettono la cosa ai voti. «L’unico che votò “no” fu padre Berardo, che poi fu quello che se ne occupò più di tutti noi», ammetteva ridendo padre Ernesto. «In realtà chi ebbe l’ultima parola fu mio zio», ribadisce Roberto Caroli. E con ogni probabilità le cose andarono proprio così perché allora padre Ernesto era diventato direttore dell’Antoniano – lo rimase fino al 1993 – e soprattutto era lui ad avere la straordinaria capacità di reperire le risorse e soprattutto di ottenere la disponibilità delle persone. «Mio zio era una persona pericolosa», conferma sorridendo il nipote. Nel senso che con un carisma come quello era davvero quasi impossibile dire di no.

A partire dal 1961 lo Zecchino d’Oro lega la sua storia a quella dei Francescani di Bologna. E a questo punto, come nella favola di Pinocchio, trova anche la sua fatina buona. Una ragazza giovanissima, diplomata in pianoforte al Conservatorio, che frequentava la parrocchia insieme alla sorella. Sognava di fare la concertista, aveva la determinazione e il talento per diventarlo. I frati le chiesero di aiutare i piccoli solisti a imparare le canzoni e lei accettò «provvisoriamente». Da allora quella giovane donna che si chiamava Mariele Ventre ha legato il suo nome a quello dello Zecchino e del Piccolo coro.

CANZONI E VALORI

  

Persone straordinarie senza le quali non saremmo qui a festeggiare un anniversario così importante. Grazie a loro lo Zecchino d’Oro, che quest’anno è diventato anche un musical, è entrato nelle case delle famiglie italiane, le canzoni del festival hanno accompagnato la crescita di milioni di bambini e sono diventate dei classici. Sempre ispirate ai valori francescani anche se espressi con un linguaggio adatto ai più piccoli.

«Semplicità, spontaneità, candore, timbro familiare», sono le caratteristiche riassunte da papa Paolo VI durante un’udienza. Valori che i bambini del Piccolo coro Mariele Ventre hanno portato in tutto il mondo con i concerti e le tournée, ultima in ordine di tempo quella della scorsa estate in Cina con la direttrice Sabrina Simoni, l’allieva di Mariele che ne ha preso il posto alla sua morte, avvenuta nel 1995. E insieme ai bambini e alle canzoni ha viaggiato anche quella visione del mondo francescana che aveva fatto crescere il festival. Non a caso lo stesso padre Ernesto, così attivo e vulcanico, era soprattutto un mistico che, dopo l’impresa epica della pubblicazione delle Fonti francescane, aveva deciso di dimettersi dalla direzione dell’Antoniano per dedicarsi solo alla preghiera. Era il 1993, aveva 76 anni. In realtà dedicò il resto della sua vita – morì nel marzo del 2009 – a ricostruire l’eremo di Montepaolo, nella montagna forlivese, dove aveva vissuto lo stesso sant’Antonio, facendone un centro di spiritualità e ottenendo persino una preziosa reliquia dai confratelli di Padova. Ma questa è ancora un’altra storia.

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