Comincia tutto con una telefonata, nella primavera del 2020. Dall’altra parte c’è una fonte che il giornalista Matthew Cole conosce da tempo e ritiene affidabile. Gli dice che il governo olandese ha violato il telefono di Jared Kushner, genero di Donald Trump e allora consigliere alla Casa Bianca, e lo ha visto accedere a un conto a Dubai gonfio di centinaia di milioni di dollari, arrivati da una banca dell’Azerbaigian. Cole risponde che la storia gli pare assurda. Segue un silenzio. Poi una sola parola: sì.

Da quella telefonata sono passati anni di lavoro, e oggi c’è un libro, Princes and Thieves, uscito in anticipo sul calendario per Atria/One Signal, con un’anticipazione pubblicata da Vanity Fair il 22 ottobre. Conviene dirlo subito: quanto segue è la ricostruzione di Cole e delle sue fonti, in gran parte anonime. Kushner la respinge in blocco.

Ivanka Trump, figlia del presidente statunitense col marito (a sinistra) Jared Kushner

Il telefono, i conti, i soldi

Il racconto parte dalla fine del 2017, quando l’intelligence militare olandese, l’Mivd, avrebbe fermato un hacker al servizio del Gru, lo spionaggio militare russo, convincendolo a collaborare. Sui server di Mosca gli olandesi avrebbero trovato schermate dell’iPhone di Kushner, che usava un telefono personale e non un apparecchio protetto del governo. All’inizio del 2018, scrive Cole, i servizi dell’Aia vedevano lo schermo mentre lui lo usava: niente audio, solo immagini, salvate una per una.

Quelle immagini mostrerebbero Kushner entrare in un conto che il libro chiama Alpha, intestato a una fondazione emiratina governativa e tenuto alla First Abu Dhabi Bank, presieduta da un fratello del presidente degli Emirati, Mohamed bin Zayed. Circa 750 milioni di dollari, passati per l’Azerbaigian. Kushner ne sarebbe stato firmatario, non proprietario: un fondo per obiettivi diplomatici fuori bilancio, immaginato prima da bin Zayed e dal principe saudita Mohammed bin Salman, mandante dell’omicidio di Jamal Khashoggi, giornalista ed editorialista saudita e critico nei confronti del regime di Riad che scriveva per il Washington Post, poi dal solo emiro. Il progetto comune sarebbe naufragato in pochi mesi, ma almeno due miliardi sarebbero finiti in due conti. Il secondo, Beta, è in Israele: circa un miliardo alla banca centrale, nella primavera del 2018, destinato, dice una fonte, al beneficio personale di Kushner. Cole ammette di non sapere se e come quei soldi siano stati usati.

Da Alpha, sempre secondo le fonti, sarebbero partiti bonifici verso un signore della guerra, un mercenario e un ex sicario: il libro li identifica nel libico Khalifa Haftar, nel contractor Erik Prince e nel cubano Felipe Vidal. I legali di Kushner negano ogni rapporto, salvo un incontro con Prince dopo il voto del 2016. Quattro ex alti dirigenti dell’amministrazione, tra cui due consiglieri per la sicurezza nazionale, un capo di gabinetto e un direttore della Cia, avrebbero detto a Cole di non conoscere alcuna autorizzazione presidenziale a gestire il conto di un governo straniero. Chi lavora alla Casa Bianca con accesso a segreti deve dichiarare ogni conto di cui sia firmatario o beneficiario.

Il libro tocca anche il Qatar. Nel giugno del 2017 Arabia Saudita ed Emirati isolarono Doha con un blocco; nell’agosto del 2018 il gruppo Brookfield, legato a capitali qatarini, garantì l’investimento che serviva al palazzo di famiglia dei Kushner al 666 di Fifth Avenue, affare poi finito sotto la lente del Congresso. Tre fonti dicono a Cole che a pagare furono i qatarini, per chiudere la crisi. I legali di Kushner parlano di accusa falsa e diffamatoria e ribadiscono che nulla prova un’influenza di Doha sulla decisione.

Le smentite e i punti deboli

Kushner parla di accuse «categoricamente false», scrive che nulla di tutto questo è mai accaduto e che non è stato mostrato un solo estratto conto. Il suo legale, Chad Mizelle, ha chiesto a Vanity Fair e a Condé Nast di ritirare il pezzo, annunciando «altro a seguire»; una causa, a quanto risulta, non è stata ancora avviata. Dalla Casa Bianca il portavoce Steven Cheung ha liquidato il libro come opera di un autore di spy story fallito, e Trump l’ha definita una storia «totalmente falsa».

Non è solo propaganda. L’analista israeliano Gershon Baskin ha ricordato che la banca centrale d’Israele non apre conti ai privati; il libro risponde che era un conto governativo, autorizzato in coppia da Kushner e da Netanyahu. Barak Ravid, di Axios, ha scritto che nell’estratto molte cose non tornano. Reason osserva che le accuse più esplosive poggiano su fonti anonime: parola contro parola. Né Vanity Fair né l’editore hanno spiegato in pubblico quali riscontri sostengano il racconto.

Sull’altro piatto della bilancia c’è la reputazione di Cole, ex Intercept, che già aveva raccontato il ruolo di Prince in Libia e vide respinta la querela per diffamazione di quest’ultimo. C’è il giudizio del critico Fintan O’Toole, che definisce il libro importante e chiede un’indagine del Congresso. E ci sono i legami, documentati da tempo, tra Kushner e le monarchie del Golfo, su cui i democratici del Senato guidati da Ron Wyden hanno aperto un’inchiesta. Cole scrive di aver ponderato le risposte degli avvocati e di essere sicuro del proprio lavoro.

Resta un risvolto europeo. Se l’Aia ha davvero spiato per anni il telefono dell’inviato di un alleato, e se Washington non lo sapeva, il conto diplomatico può essere salato. Il governo di Rob Jetten, per ora, risponde «no comment» e teme ritorsioni, in un rapporto già incrinato dalle sanzioni americane alla Corte penale internazionale.

Il voto, e soprattutto il dopo

Gli americani si apprestano a votare per le elezioni di metà mandato. I modelli danno i democratici favoriti alla Camera, quello di Nate Silver intorno al 95%, mentre il Senato resta una partita aperta; Trump promette di farsi «Mr. Veto» se perderà. Questa storia sposterà voti? Difficile crederlo: è uscita da meno di due settimane, è contestata, e in America ognuno la leggerà con gli occhiali del proprio partito.

Il suo peso vero è altrove, dopo. Il 3 gennaio si insedia il nuovo Congresso, e chi conquista la Camera ottiene ciò che finora è mancato: il potere di citare testimoni e acquisire carte. Jamie Raskin, democratico di punta alla commissione Giustizia, ha scritto che Kushner è «inadatto a servire in qualsiasi ruolo» e ha lasciato intendere che, con la maggioranza, la commissione indagherà; i democratici della commissione Vigilanza gli chiedono di rispondere agli americani. In ballo non c’è soltanto un genero: Kushner è oggi, con Steve Witkoff, uno dei mediatori di Trump in Medio Oriente, e un mediatore vale quanto la fiducia che ispira.

Un libro non è una sentenza, e una smentita non è una prova. Per ora c’è una telefonata, un silenzio al telefono e due miliardi di dollari che esistono nelle parole di chi dice di averli visti e che altri negano con forza. Ma nessuno può servire due padroni. Spetterà a un’aula, con carte e testimoni sotto giuramento, stabilire se questa è cronaca o romanzo. Una democrazia matura non dovrebbe temere di chiederlo, qualunque sia la risposta.