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venerdì 14 dicembre 2018
 
La crisi continua
 
Credere

Padre Ibrahim Alsabagh: «Siria, la sfida è credere alla rinascita»

06/12/2018  Il Paese stenta a ripartire e, dopo l’attacco con i gas ad Aleppo del 24 novembre, la paura è ritornata. Parla il parroco che tenta di seminare pace

Credere alla rinascita in Siria oggi non è facile. A quasi due anni dalla riconquista da parte dell’esercito di Assad, Aleppo stenta a ripartire e in questi giorni, dopo le ultime notizie che riportano di un centinaio di feriti dopo un pesante attacco con il gas avvenuto lo scorso 24 novembre nei quartieri nord-occidentali, la paura torna a farsi sentire. Distrutta al 70%, la città risente già pesantemente di lunghi anni di assedio e combattimenti: divisa in due fino al cessate il fuoco del 22 dicembre 2016 fra la zona est, sottomessa ai ribelli, e quella ovest, sotto il controllo del regime, quella che un tempo era la seconda città più importante del Paese, ricca di industrie e commerci, ora si è come ripiegata su se stessa. Il lavoro non c’è, la ricostruzione procede con estrema lentezza e per chi è rimasto è iniziata una dura lotta per ricominciare a vivere.

La Chiesa è stata sempre in prima linea dal 2011, quando è iniziata la guerra in Siria, sostenendo la popolazione e oggi ha più che mai bisogno dell’aiuto dei cristiani del mondo intero per mantenere la speranza e guardare al futuro, in un Paese che ha visto oltre 350 mila morti e l’esodo di cinque milioni di persone.

La parrocchia della comunità latina di San Francesco di Assisi, ad Aleppo ovest, è l’unica a essere rimasta in piedi, punto di riferimento per centinaia di famiglie: un miracolo, se si considera che i frati hanno vissuto per anni sotto le bombe. Una situazione di allarme costante che continua, perché a poco più di 50 chilometri di distanza ancora si combatte e la situazione resta tesa. Padre Ibrahim Alsabagh, francescano dell’Ordine dei frati minori e parroco di Aleppo, ha raccontato le cronache degli anni di guerra e la difficile sfida della ricostruzione nei due libri pubblicati dalle edizioni Terra Santa: Un istante prima dell’alba e Viene il mattino, uscito a maggio 2018. Con lui facciamo il punto sulla situazione, a partire dagli ultimi avvenimenti.

Com’è oggi la situazione ad Aleppo e nella sua comunità?

«È un momento molto difficile per tutta la Siria. Non riusciamo a vedere all’orizzonte altro che nuvole nere: la crisi non è finita e durerà ancora a lungo. Ad Aleppo si continua a morire, i missili del governatorato di Idlib arrivano anche sui quartieri ovest e purtroppo abbiamo ancora tante vittime fra i civili. Abbiamo di nuovo l’acqua in città ma non sempre è potabile, l’energia elettrica arriva ancora in modo discontinuo e per poche ore al giorno. La gente soffre di disturbi psicologici e ha difficoltà a dormire; chi era ricco è finito in miseria. Abbiamo visto con i nostri occhi questo male terribile che è la guerra».

Nel suo ultimo libro lei scrive che la minoranza cristiana in Siria con la guerra è passata dal 10% al 4% della popolazione. Ora i profughi stanno cominciando a fare ritorno a casa?

«C’è chi ritorna, certo, ma sono pochi: nel 2017 sono rientrate 53 famiglie della nostra comunità, quest’anno soltanto 8. Se non ci fosse  l’aiuto della Chiesa, tutti i cristiani lascerebbero Aleppo perché, a differenza della capitale Damasco o di Latakia, la città è paralizzata dal punto di vista economico: molta gente che ha resistito per tutta la crisi oggi non ce la fa più e deve rassegnarsi a emigrare. La comunità cristiana nel Paese si è ridotta di due terzi e questa è una grande preoccupazione per noi. Oggi temiamo – per usare le parole di papa Francesco – non soltanto la fine dei cristiani nel nostro martoriato Paese, ma in tutto il Medio Oriente, dove come francescani siamo presenti da ottocento anni».

Come Chiesa, quali progetti umanitari avete avviato ad Aleppo?

«Stiamo portando avanti una cinquantina di programmi di assistenza alla popolazione: abbiamo ricostruito 1.250 case e aiutato 500 persone con piccoli progetti di microeconomia; nel frattempo ci siamo spesi nel campo educativo e formativo per far studiare bambini e ragazzi. Purtroppo siamo ancora molto impegnati anche con le misure di emergenza: nel 2017 abbiamo distribuito 3.700 pacchi alimentari ad altrettante famiglie e quest’anno siamo già a mille pacchi; molte persone, poi, non riescono a pagare l’assicurazione sanitaria e la Chiesa cerca di dare un supporto anche in questo caso. Non c’è ambito in cui non serva l’intervento della Chiesa: spesso la gente non ha nemmeno i soldi per pagare il funerale di un familiare e così siamo noi a provvedere alla bara; lo stesso accade per la prima Comunione, la Cresima o il Matrimonio, dove compriamo gli anelli agli sposi e facciamo loro un “regalo di nozze”, come l’affitto pagato per un anno o l’arredamento della casa».

Le Chiese sorelle in Europa vi hanno sostenuto durante la crisi?

«La Chiesa ci ha sempre fatto arrivare il suo sostegno e anche ora che gli aiuti istituzionali sono calati, quelli dei nostri fratelli e sorelle continuano a crescere. Anzi, approfitto dell’occasione per ringraziare: come poveri che aiutano i poveri siamo grati alla Chiesa che, sotto la spinta di papa Francesco, tanto ha fatto e continua a fare per la Siria. Senza il suo continuo supporto sarebbe stata una catastrofe».

Quali sono i vostri rapporti con la comunità musulmana?

«Come Chiesa noi aiutiamo innanzitutto i cristiani, ma abbiamo anche molti progetti rivolti ai nostri fratelli musulmani. Devo sottolineare che ad Aleppo abbiamo sempre vissuto una comunione molto bella con i musulmani: prima della guerra la relazione fra le due comunità era forse un po’ superficiale, ma con la crisi la condivisione è diventata profonda e sincera. Ci sono tanti incontri fra leader religiosi, formali ma anche informali, in cui ci si confronta su come andare avanti e si condivide l’impegno comune di provvedere alle esigenze delle persone. Il problema semmai è a livello dei fedeli, che sono pervasi dal rancore: purtroppo la crisi ha diviso fortemente la società e il fondamentalismo oggi lo ritrovi nelle istituzioni, che spesso discriminano le minoranze. Noi abbiamo lavorato molto per essere costruttori di ponti durante la guerra e anche adesso cerchiamo sempre di alimentare il dialogo. La pace è un bene da ricostruire sempre, è una via crucis che percorriamo con speranza. Per citare ancora papa Francesco, in Siria noi cerchiamo di essere la mano tenera di Dio».

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