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Padre Turoldo: il poeta "ribelle" innamorato di Dio e dell’uomo

21/11/2016  Il grande sacerdote friulano che cantò la sua fede con la poesia. Carlo Maria Martini lo definì «profeta, disturbatore delle coscienze, uomo di fede, uomo di Dio, amico di tutti gli uomini»

Un poeta innamorato di Dio, un animo inquieto, un religioso fuori dal gregge: padre David Maria Turoldo ha rivestito la sua fede di parole ed emozioni, rappresentando un punto di riferimento anche per tanta gente semplice, che vibrava con i suoi versi carichi di ispirata cristianità. Salmi, discorsi, poesie che possiamo leggere e meditare grazie alla nuova iniziativa editoriale del Gruppo San Paolo. Otto volumi per ricostruire la figura di David Maria Turoldo. Abbiamo interpellato la storica toscana Mariangela Maraviglia, autrice della più compiuta biografia sul sacerdote, dal titolo David Maria Turoldo. La vita, la testimonianza (1916-1992) (Morcelliana, pp. 464, euro 30).

Lei conosce molto bene la figura di David Maria Turoldo. Può sintetizzarla in poche righe?
 
«La sua vita si snoda lungo gran parte della storia del Novecento e ne ripercorre i principali avvenimenti: si impegnò nella Resistenza nella Milano degli anni ’40; sostenne Nomadelfia, la comunità di don Zeno Saltini, da lui riconosciuta esemplare società evangelica, nel dopoguerra; fu attivo nella “mitica” Firenze di Giorgio La Pira negli anni ’50; contribuì con passione ai fermenti di rinnovamento ecclesiali e sociali negli anni ’60, ’70 e ’80. Un impegno instancabile, a cui si accompagnò una vastissima produzione di poeta e traduttore dei Salmi».

Può ripercorrere le varie fasi della sua vita?

«La sua esistenza appare una continua avventura, segnata da relazioni, movimenti, “esili”, dettati dal suo attivismo e dai timori che faceva sorgere nelle gerarchie ecclesiastiche preoccupate di salvaguardare l’obbedienza del “gregge” cristiano. Proveniente da una povera famiglia friulana, entrato giovanissimo nell’Ordine dei Servi di Maria, padre David fu assegnato nel 1941 al convento di San Carlo in Milano, dove frequentò l’Università Cattolica del Sacro Cuore laureandosi in Filosofia. Vivacità e iniziative milanesi gli guadagnarono l’allontanamento forzato da Milano e un primo “esilio” in Germania (1953- 1954). Ritornato su sua richiesta nella Firenze negli anni ’50, fu di nuovo bandito in Inghilterra, con lunghi periodi di predicazione americana (1958-1960). Accolto di nuovo in Italia, nel convento di Santa Maria delle Grazie di Udine, nel 1960, la sua impellente vocazione comunicativa lo spinse a sperimentare il linguaggio cinematografico con il film Gli ultimi (1962). Entusiasta del rinnovamento ecclesiale avviato da papa Giovanni XXIII e dal Concilio Vaticano II, volle trasferirsi nella terra natale del Pontefice e, nel 1964, diede avvio, tra le mura dell’abbazia di Sant’Egidio a Fontanella di Sotto il Monte (Bergamo), a un’esperienza comunitaria di religiosi e laici. Fu protagonista con forti prediche e scritti delle battaglie e dei movimenti per la giustizia e per la pace».

David Maria Turoldo ha scritto moltissimo: saggi, testi teatrali e soprattutto poesie. Che tipo di poeta è stato e quale pubblico ha incontrato?

«Quella di Turoldo è una poesia- confessione di un’anima, “rendiconto di una esperienza religiosa”, come egli stesso scriveva, o mediatrice di lotte e istanze sociali negli anni della protesta. Questi caratteri ne fecero il portavoce delle domande e delle speranze di tanti e ne decretarono un notevolissimo successo editoriale. Essendo una poesia poco elaborata formalmente, non convinse del tutto molti “addetti ai lavori”, anche se gli assicurò l’amicizia e l’ammirazione di poeti riconosciuti come Andrea Zanzotto, Luciano Erba, Alda Merini, Biagio Marin».

Lei ha avuto occasione di incontrarlo di persona? Che impressione ne ha ricavato?

«Ne avevo l’immagine sfocata di un lontano ascolto nei convegni della rivista fiorentina Testimonianze, amavo molto alcune sue poesie, ma la vera occasione di incontro con Turoldo è stata questa biografia che mi ha permesso di apprezzarne, insieme a debolezze e contraddizioni, la figura travolgente e generosa di religioso che ha vissuto con convinzione la sua vocazione, spendendosi fino all’ultimo per un cristianesimo amico dell’uomo e incarnato nella storia».

Turoldo ha collaborato con figure di rilievo del mondo cattolico per così dire “militante”. Che cosa aveva in comune con personaggi come Primo Mazzolari e Lorenzo Milani?
 
«L’amore per il Vangelo, la critica a tradizioni religiose che apparivano asfittiche, l’opposizione al clericalismo che sminuiva il ruolo dei laici, l’insano connubio della fede con la politica: tutti elementi che per lui oscuravano la credibilità e la bellezza del messaggio cristiano, impedendone la trasmissione».

Era friulano come Pier Paolo Pasolini, che conobbe. Che rapporto fu il loro?

«Un’attenzione e una stima a distanza, con qualche scambio in relazione ai film girati: Gli ultimi di Turoldo, Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini. Di Pasolini, Turoldo condivideva la denuncia culturale e politica e apprezzava “l’anima religiosa” di “credente senza fede”, di instancabile cercatore di un senso profondo della vita. Quando nel novembre 1975 Pasolini venne assassinato, Turoldo partecipò alle sue esequie friulane, leggendo come orazione funebre una sua lettera indirizzata alla madre del regista, mostrando una pietà e una comprensione che gli attirarono gli strali degli ambienti più conservatori».

Come si concretizzò il suo tentativo di mediazione durante il sequestro di Aldo Moro?
 
«Turoldo tentò, insieme al confratello Camillo De Piaz, di instaurare una trattativa per la liberazione del presidente della Democrazia Cristiana sequestrato dalle Brigate rosse, trattativa che vide coinvolti alcuni vescovi, tra cui Luigi Bettazzi di Ivrea, e che non andò in porto per il rifiuto delle autorità ecclesiastiche romane. Un rifiuto che padre David interpretò come una vittoria del partito dei “falchi” vaticani, preoccupati soprattutto delle aperture di Moro verso il Partito comunista e che gli guadagnò la gratitudine della famiglia dello statista, amareggiata dal prevalere nelle istituzioni della “linea dura” che di fatto ne sacrificò la vita».

Negli ultimi anni di vita lottò contro un tumore. Anche questa esperienza fu sublimata nella poesia e nella sua visione di Dio?

«La sua ultima stagione fu una ininterrotta testimonianza pubblica del dolore e della speranza di una morte cristiana. Quella “teomachia”, la lotta con Dio perché rompesse il suo impenetrabile silenzio, da lui condotta come novello Giacobbe per tutta la vita, si intensicò nell’ultimo periodo, restituendo versi toccanti e infine riconosciuti come poeticamente riusciti in un’opera come Canti ultimi».

Che cosa ci ha lasciato in eredità?

«Carlo Maria Martini lo definì “poeta, profeta, disturbatore delle coscienze, uomo di fede, uomo di Dio, amico di tutti gli uomini”. È una sintesi felice di una personalità mai acquiescente, che condivideva con la Lettera a Diogneto, da lui molto amata e citata, l’intento di non essere asservito ai poteri “del mondo” e conservò come orizzonte irrinunciabile la ricerca di Dio e la salvezza dell’uomo».

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La vita di padre Turoldo svelata da "Padre Turoldo, il poeta di Dio"
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