È allarme sulla nave da crociera olandese Hondius, ferma al largo di Capo Verde, dove si sospetta un focolaio di hantavirus. Il bilancio è di tre morti, tra cui una coppia di coniugi olandesi, mentre un turista britannico resta ricoverato in terapia intensiva in Sudafrica. Due membri dell’equipaggio sono in gravi condizioni. L’Oms invita però alla cautela, spiegando che il rischio per la popolazione rimane basso. Le autorità locali hanno intanto negato lo sbarco dei passeggeri.

Per capire meglio cos’è l’hantavirus e quanto sia raro un episodio simile, abbiamo intervistato l’infettivologa Gloria Taliani, professore ordinario di Malattie infettive alla Sapienza Università di Roma.

Professoressa, partiamo dall’inizio: che cos’è l’hantavirus?

«L’hantavirus è un virus che abitualmente non infetta gli esseri umani, ma arriva all’uomo attraverso i roditori. È molto diffuso nel mondo: è presente nelle Americhe, in Asia e in Europa, mentre l’Africa è il continente meno interessato. Si tratta di un virus scoperto relativamente di recente e che ancora oggi viene studiato. Può provocare sintomi molto diversi: in alcuni casi lievi, quasi simili a un’influenza, in altri invece può diventare molto grave e persino mortale. Per questo va affrontato con molta attenzione».

Come avviene il contagio?

«Il virus viene diffuso nell’ambiente attraverso urine e feci dei topi. Quando polveri o materiali contaminati vengono sollevati – per esempio dal vento o durante operazioni di pulizia – il virus può essere inalato dall’uomo. Esistono due sindromi principali: una forma prevalentemente respiratoria, più frequente nelle Americhe, e una forma emorragica con interessamento renale, più tipica dell’Europa. Entrambe, nelle forme più severe, possono essere letali».

Quanto è raro un focolaio collegato a una nave da crociera?

«È assolutamente inedito. È la prima volta che viene descritto un focolaio di questo genere su una nave da crociera. Tradizionalmente si pensava all’hantavirus come a una malattia professionale, per esempio nei lavoratori esposti a polveri contaminate. In Europa vengono descritti circa 3 mila casi l’anno: non è frequentissimo, ma nemmeno inesistente. E negli ultimi anni sembra in aumento, probabilmente sia perché siamo più capaci di identificarlo, sia per motivi epidemiologici legati anche al trasporto involontario di roditori attraverso le navi».

È possibile il contagio da uomo a uomo?

«Esistono diverse tipologie di hantavirus. Alcune possono trasmettersi tra esseri umani, altre molto meno. Per questo bisogna capire esattamente quale ceppo sia coinvolto nel caso della nave. C’è poi un altro elemento fondamentale: il periodo di incubazione. Può durare anche cinque o sei settimane, ma talvolta solo pochi giorni. Per questo è importante capire da quanto tempo i passeggeri si trovassero a bordo».

Secondo lei il contagio potrebbe essere avvenuto proprio sulla nave?

«A mio parere è l’ipotesi più plausibile. Se si fossero ammalati soltanto due coniugi, si sarebbe potuto pensare a un’infezione contratta prima del viaggio. Ma qui parliamo di persone provenienti da Paesi diversi che sviluppano la stessa infezione nello stesso contesto e nello stesso periodo. Questo fa pensare a una fonte comune di contagio presente sulla nave stessa. E non sorprende immaginare la presenza di roditori a bordo. L’aspetto inquietante è che possano aver circolato in aree frequentate dai passeggeri o legate alla preparazione dei cibi».

Che cosa suggerisce questo dal punto di vista sanitario?

«Probabilmente c’è stata una presenza eccessiva e non controllata di roditori. Più alta è la densità dei roditori, maggiore è il rischio di trasmissione del virus. La simultaneità dei casi e il fatto che l’unico elemento comune fosse la permanenza sulla nave fanno pensare a una fonte unica e contestuale di infezione».

Quali protocolli sanitari dovrebbero scattare in casi simili?

«La prima cosa da fare sarebbe una verifica sanitaria immediata della nave. Personalmente ritengo che l’evacuazione totale sarebbe la scelta più prudente. Per i pazienti gravi, invece, è fondamentale il trasferimento rapido in ospedali attrezzati. Una nave non può garantire cure intensive adeguate per insufficienze respiratorie severe o forme emorragiche con danno renale. È verosimile che i decessi siano avvenuti anche perché in navigazione è impossibile assicurare il livello di assistenza necessario».

Una nave da crociera è davvero il peggior posto dove ammalarsi?

«Sì, perché il presupposto di una crociera è che i passeggeri siano in buona salute. Certo, possono verificarsi eventi imprevisti come infarti o ictus, ma in quei casi le compagnie organizzate prevedono trasferimenti rapidi verso strutture ospedaliere. Qui il problema è stato diverso: l’hantavirus all’inizio può sembrare una semplice sindrome influenzale e questo può ritardare il riconoscimento di una situazione potenzialmente catastrofica».

Questo episodio apre anche interrogativi sulle condizioni igieniche della nave?

«Sicuramente sì. Bisognerà capire quanto fossero adeguati i controlli igienici e sanitari a bordo. La presenza di roditori è spesso il segnale di una gestione poco rigorosa dell’igiene. Naturalmente questo caso resta raro e imprevedibile, ma quando si sceglie una crociera bisognerebbe valutare anche gli standard sanitari e organizzativi della compagnia».

I viaggiatori, in generale, possono fare qualcosa per proteggersi da eventuali malattie?

«La prima regola è effettuare tutte le vaccinazioni richieste o consigliate prima di partire. Poi bisogna affrontare il viaggio in buone condizioni di salute, evitando rischi inutili. Detto questo, un episodio come questo era sostanzialmente imprevedibile. Ai passeggeri non si può attribuire alcuna responsabilità».

Per concludere, dal punto di vista scientifico questo focolaio potrebbe diventare un caso di studio importante?

«Paradossalmente sì. I sei casi clinicamente evidenti fanno pensare che possano esserci state anche altre infezioni lievi o paucisintomatiche. Uno studio sierologico su tutti i passeggeri potrebbe fornire dati epidemiologici molto importanti: capire quanti siano stati infettati, quanti abbiano sviluppato sintomi e quale sia stata la reale diffusione del virus in un ambiente così circoscritto e controllabile. Dal punto di vista medico ed epidemiologico si tratta di una situazione molto rara e potenzialmente preziosa per la ricerca».