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La velocità è diventata la colonna sonora delle nostre giornate. Scorriamo video di pochi secondi, ascoltiamo podcast a velocità aumentata, mangiamo davanti allo schermo, rispondiamo ai messaggi mentre facciamo altro. Anche il riposo, spesso, deve essere “produttivo”. Eppure, proprio mentre tutto accelera, cresce silenziosamente un desiderio opposto: rallentare.
Non è un caso se la Giornata mondiale della lentezza, che si celebra oggi 4 maggio, parla soprattutto a una generazione cresciuta dentro notifiche continue, algoritmi e connessioni permanenti. Sempre più giovani raccontano il bisogno di “disintossicarsi” dai social, di spegnere il telefono per qualche ora, di tornare a fare cose semplici: leggere, camminare, stare in silenzio, annoiarsi perfino. Una parola, quest’ultima, che per anni è sembrata quasi da evitare.
La pagina Instagram che ha “vinto” l’algoritmo
In mezzo a questo bisogno collettivo di rallentare, negli ultimi anni è successo qualcosa di curioso. Proprio su Instagram – il luogo simbolo della velocità, dello scrolling infinito e della distrazione continua – ha iniziato a crescere una pagina dal nome quasi controcorrente: @vita________lenta. Oggi conta oltre 800 mila followers ed è diventata uno dei punti di riferimento italiani per chi cerca un rapporto diverso con il tempo.
Dietro questo progetto c’è Gianvito Fanelli, designer e creativo che si occupa di comunicazione. La pagina “Vita lenta” nasce nel 2020, durante il lockdown. Fanelli vive a Milano e, chiuso in casa come milioni di italiani, decide di dare vita a qualcosa che custodiva da tempo: un archivio personale fatto di fotografie, pensieri, immagini e riflessioni raccolte negli anni attorno al tema della lentezza e del rapporto con il tempo. «Avevo costruito un mio archivio personale», racconta. Il primo contenuto pubblicato sulla pagina è una fotografia scattata ad Alicudi, nelle Eolie. Da quel momento, la pagina rimasta fino ad allora quasi “dormiente” comincia a prendere vita. La risposta delle persone sorprende per primo lo stesso Fanelli: «I primi 10 mila followers mi sembravano già un’enormità», racconta. Poi, contenuto dopo contenuto, quella narrazione controcorrente dedicata al rallentare ha iniziato a intercettare un bisogno sempre più diffuso.
La vita lenta come obiettivo quotidiano
Fanelli racconta la lentezza senza trasformarla in una formula perfetta o in una lezione da impartire agli altri. Anzi, ammette quanto sia difficile, ancora oggi, proteggere davvero il proprio tempo. «Oggi mi accorgo più facilmente quando sto correndo troppo. A volte riesco a proteggere il mio tempo, altre no», spiega. Per lui, la vita lenta non è un traguardo raggiunto una volta per tutte, ma qualcosa da costruire ogni giorno, tra equilibrio, fatica e continue distrazioni.
La domanda, inevitabilmente, nasce spontanea: si può davvero parlare di lentezza sui social? Non è una contraddizione? «Non direi che è una contraddizione», spiega, «ma, senza voler usare paroloni, un atto di resistenza». Rinunciare a raccontare la lentezza proprio lì, dentro i social, significherebbe lasciare spazio a una sola narrazione possibile: quella della corsa continua, della performance, della produttività senza pause.
La lentezza non è più una fuga dal mondo
La lentezza, oggi, non viene più raccontata come nostalgia romantica o fuga dal mondo. Diventa, invece, un tentativo di restare umani dentro un sistema che spinge costantemente ad accelerare.
Le città che scelgono ritmi più umani
Attorno al bisogno di rallentare sono nate anche esperienze collettive e progetti concreti. In Italia, da tempo, esiste per esempio Cittaslow, una rete di comuni che ha deciso di trasformare questa filosofia in un vero e proprio modello di vita quotidiana. Nata alla fine degli anni Novanta dall’intuizione di alcuni sindaci italiani ispirati dal movimento Slow Food, l’iniziativa prova a ripensare le città in modo più umano, meno schiacciato dalla fretta e dalla logica della produttività continua.
L’obiettivo non è “andare piano” in senso romantico o nostalgico, ma ripensare il rapporto con il tempo dentro le città: ridurre il traffico e il rumore, valorizzare gli spazi pubblici, sostenere le attività locali, difendere tradizioni e produzioni del territorio, migliorare la qualità dell’ambiente e della vita quotidiana.
Oggi la rete coinvolge decine di comuni italiani e centinaia di città nel mondo. Realtà spesso lontane dalle grandi metropoli, dove il tempo conserva ancora una dimensione più umana: piazze vissute, relazioni di vicinato, ritmi meno compressi, attenzione al paesaggio e alla socialità.
La lentezza, allora, non sembra più soltanto una scelta individuale o uno stile di vita alternativo. Diventa una risposta collettiva a un mondo che accelera continuamente, e il tentativo – sempre più condiviso di restituire valore al tempo quotidiano.






