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lunedì 22 aprile 2019
 
 

Papa Francesco e le critiche alla globalizzazione selvaggia

22/09/2013  Non solo un appello per il lavoro che non c'è. A Cagliari il Pontefice, nel solco dei suoi predecessori ha voluto, prendendo ad esempio il calvario della Sardegna, criticare il modello economico attuale che ha messo al primo posto le speculazioni finanziarie. «Gli idoli», ha detto, «vogliono rubarci la dignità»

Non è solo un appello alla dignità del lavoro. Non è solo l’esortazione al coraggio e a non farsi rubare la speranza. Il ragionamento che Jorge Mario Bergoglio propone a Cagliari si inserisce in una filiera di analisi sul capitalismo e l’economia canaglia che da Giovanni Paolo II in poi ha visto la Chiesa schierata in prima linea contro la globalizzazione selvaggia che brucia lavoro e si nutre di finanza.

Karol Wojtyla venne criticato per questo soprattutto negli Stati Uniti dagli intellettuali cattolici vicini a quella che è stata definita la “reaganomics” e che avevano in Michael Novak, economista americano, l’intellettuale di punta. Le sue critiche alle posizioni del pontificato di Wojtyla su globalizzazione e a quelle espresse in diversi documenti della Santa Sede erano state puntuale e assai severe.

Ora Novak è tornato pesantemente a criticare anche Papa Francesco e nei giorni scorsi ha avvertito che «l’effetto finale rischia di essere dannoso»: «Il Papa non si rende conto dei danni che sta facendo».

Le parole di Bergoglio pronunciate domenica mattina a Cagliari e il ragionamento sull’idolatria del denaro svolto nell’omelia di venerdì 20 settembre a Santa Marta si inseriscono nella riflessione della Chiesa sulla “bad economy”.

Papa Francesco ha usato parole dirette e molto semplici, dietro le quali vi è una chiara scelta di campo. Viene dall’Argentina e sa di cosa si sta parlando. Il suo Paese è stato tra i primi a subire gli attacchi finanziari internazionali di fronte ai quali la classe politica si è dimostrata incapace di agire e di porre argini. E il popolo argentino si è trovato a vivere drammi spaventosi. La sua preoccupazione è davvero profonda. E non si riferisce solo alla crisi sarda, anzi il Papa trasforma il dramma della Sardegna in un paradigma mondiale. Qui il lavoro è sparito, i grandi gruppi industriali hanno smesso di investire per destinare risorse alla finanza, qui si è sfruttato l’ambiente.

Nella preghiera "inventata" lì per lì davanti alla folla di lavoratori in largo Carlo Felice lo ha detto chiaramente: «Gli idoli vogliono rubarci la dignità». E gli idoli sono tutto quel complesso di azioni negative che mettono il denaro al primo posto, la finanza piramidale del debito che crea debito e brucia i risparmi delle famiglie, la finanza dell’intreccio dei derivati che riempiono i portafogli di operatori senza scrupoli e schiantano lavoro e investimenti sociali, perché i soldi non si bruciano mai, ma vanno a finire solo da un’altra parte. Nella preghiera papa Francesco parla di «sistemi ingiusti» ed a questo che si riferisce.

La soluzione che propone è quella di una nuova solidarietà, la solidarietà dei popoli contro gli gnomi senza volto della finanza. A Cagliari ha lasciato all’arcivescovo Arrigo Miglio il discorso che aveva preparato e che non ha letto. È un testo molto interessante, che si colloca nel contesto della critica al capitalismo e alla globalizzazione selvaggia. Bergoglio spiega che alla radice della crisi c’è «un tradimento del bene comune sia da parte di singoli che da parte di gruppi di potere».
E quindi è necessario «togliere centralità alla legge del profitto e della rendita e ricollocare al centro la persona e il bene comune».

E il “fattore” più importante per il Papa è il lavoro. Esattamente il contrario di ciò che sta al centro per i signori del denaro, che muovono capitali in modo vorticoso e così «rubano la speranza» ai popoli.

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