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venerdì 24 maggio 2019
 
intervista
 

«Quando papa Wojtyla disse a Romero: "Attento ai comunisti". Poi capì»

14/10/2015  Escono le lettere pastorali inedite dell'arcivescovo di San Salvador beatificato lo scorso maggio. A curarle il suo segretario personale, Jesus Delgado, che fu testimone degli incontri con Giovanni Paolo II e che il giorno dell'assassinio doveva celebrare Messa al posto di Romero: «È come se mi avesse associato al suo martirio», dice.

L'incontro tra Giovanni Paolo II e mons. Romero
L'incontro tra Giovanni Paolo II e mons. Romero

Jesús Delgado è un sopravvissuto. Vicario generale dell’arcidiocesi di San Salvador, 77 anni, è stato il segretario personale del beato Óscar Romero, l’arcivescovo salvadoregno ucciso da un sicario il 24 marzo 1980 mentre celebrava Messa nella cappella dell'ospedale della Divina Provvidenza dopo essersi opposto alla violenza del regime militare e schierato a fianco dei poveri. «Quel giorno», racconta, «al posto di Romero dovevo esserci io sull’altare. Il killer non conosceva di persona Romero e aveva l'incarico di sparare al celebrante. Se ci ripenso, tremo ancora. Ma è come se lui mi avesse associato al suo martirio. Lo considero un monito della Grazia a vivere come ha vissuto Romero».

Monsignor Delgado, in Italia per presentare il volume La chiesa non può stare zitta – Scritti inediti 1977-1980 (Editrice Missionaria Italiana, 13 €, prefazione di Vincenzo Paglia) nel quale ha raccolto le lettere pastorali di Romero, è una miniera di aneddoti. Ottima memoria, spiccato sense of humour, parla un italiano spagnoleggiante.

Che ricordo ha di quel giorno?

«Era un lunedì. Romero il giorno prima aveva pronunciato un’omelia molto dura contro il regime militare. Per evitargli stress ulteriore e le domande dei giornalisti lo consigliai di prendersi una giornata libera e che io avrei preso tutti i suoi appuntamenti. “Va bene”, mi rispose. Poi guardò l’agenda degli impegni: alle due doveva vedere il suo padre spirituale, alle tre lo psicologo, alle quattro il dentista: “E lei”, disse scherzando, “non mi può sostituire perché io sono il penitente e il paziente”. Poi aggiunse: “Vada alla cappella dell'ospedale della Divina Provvidenza e inizi a celebrare la Messa, la raggiungo e celebriamo insieme”. Stava per andare via e tornò indietro: “Meglio di no, non voglio impegnarla in questo, la Messa stasera la celebro io”».

Quando le arrivò la notizia dell’assassinio cosa provò?

«Grande dolore anche se purtroppo il clima attorno a lui era diventato molto pesante».

Lei fu testimone del primo incontro, nel 1978, tra Romero e Giovanni Paolo II. Cosa si dissero  in quell’occasione?
«Wojtyla era stato eletto da poco. Al termine dell’udienza generale in piazza San Pietro, Romero si presentò al Papa dicendo di essere arcivescovo di San Salvador e il Papa con il dito alzato gli disse: “Fai attenzione con il comunismo!”. Romero subito si agitò e poi rispose subito: “Sì Santo Padre, capisco la sua preoccupazione ma devo dirle che il comunismo in Salvador non è lo stesso che in Polonia. Nel mio Paese accusano di essere comunista anche chi parla della Dottrina Sociale della Chiesa”. E Wojtyla aggrottò le ciglia, evidentemente insoddisfatto della risposta. Romero dopo quell’incontro ebbe un’impressione negativa: “Sento che con questo Papa non m’intenderò molto”, mi disse, “è molto diverso da Paolo VI”».  

Quasi un dialogo tra sordi.
«Sì. Io gli dissi: “Piano monsignore, è appena diventato Papa, non conosce bene l’America Latina. Dobbiamo pregare per lui”».  

L’amarezza di Romero durò anche dopo?  
«Cinque mesi più tardi dovevamo venire in Francia. Io gli dissi di andare anche a Roma perché non si può andare in Europa senza passare da Roma. E Romero disse: “Questa volta non ci vado, non m’intendo con questo Papa”».  

E lei?
«Vorrà dire, gli dissi, che nella sua biografia scriverò un capitolo sul rifiuto di andare a Roma e incontrare il Pontefice. Un’ora dopo mi disse di cambiare il biglietto».  

Come andò questo secondo incontro con il Papa?
«Molto bene. Il Pontefice lo incoraggiò e gli disse di andare avanti e che avrebbe pregato per lui che era il vicario di Cristo per il popolo di San Salvador. Una sintonia suggellata quando Giovanni Paolo II nel gennaio 1979 arrivò a Puebla, in Messico, per inaugurare la riunione dell’episcopato latinoamericano».

Un murales con le parole di Romero
Un murales con le parole di Romero

Perché la Chiesa ci ha messo così tanto a beatificare Romero?
«Un ruolo determinante in questo ritardo lo ha giocato il cardinale Alfonso Lopez Trujllo (colombiano, morto nel 2008, ndr) che non amava per nulla Romero e non so perché. Era incaricato del Papa per l’America Latina e aveva molto potere. Si era opposto alla nomina ad arcivescovo di Romero ed era molto critico nei confronti del suo stile pastorale».

Perché? Lei che opinione si è fatto?

«Mi hanno riferito che in una delle riunioni del Celam (l’assemblea dei vescovi dell’America Latina, ndr) ci fu uno scontro molto vivace tra Trujllo e Romero. Dopo quest’episodio i rapporti tra i due si deteriorarono irrimediabilmente. Una cosa è certa: Lopez Trujllo non amava Romero e fece di tutto per ostacolarne la causa di canonizzazione dicendo che bisognava aspettare ed esaminare bene tutti i documenti. Era una scusa per prendere tempo».  

Un’opposizione tenace, quindi.
«Dopo che furono analizzati tutti i discorsi di Romero e non si trovò nulla in contrario, Trujllo fece di tutto per ritardarne la causa. La documentazione non arrivava mai alla Congregazione per le Cause dei Santi che doveva esaminarla. Il momento più delicato fu quando Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, dopo aver esaminato per sette anni tutte le omelie e di discorsi di Romero disse che dal punto di vista teologico erano ortodosse e perfettamente in linea con l’insegnamento della Chiesa. Lopez Trujllo si oppose ancora una volta e disse che i documenti andavano ulteriormente esaminati dal punto di vista della Dottrina sociale della Chiesa perché, a suo dire, Romero aveva fatto molti pasticci. Quest’analisi durò altri sette anni. Alla fine, quando non si trovò nulla in contrario neanche su questo, Ratzinger disse di firmare tutti i documenti e inviare le carte alle Cause dei Santi ma Lopez Trujllo si oppose e disse di aspettare. Intanto Ratzinger nel 2005 venne eletto Papa. Una settimana prima delle dimissioni scrisse di suo pugno una lettera alla Congregazione per la Dottrina della Fede per chiedere di restituire tutti i documenti riguardanti la causa di Romero quam primum, il prima possibile, alle Cause dei Santi».  

Che fine fece quella lettera?
«Arrivò alla Dottrina della Fede ma nessuno l’aprì, non si sa perché. Quando è arrivato papa Francesco, il postulatore della causa, monsignor Vincenzo Paglia, lo informò dell’esistenza della missiva di Ratzinger per sbloccare la causa. Bergoglio commentò “Molto bene”. E finalmente lo sblocco, voluto da Benedetto XVI, diventò operativo con Francesco. Papa Ratzinger era ben consapevole che non c’era nessun ostacolo per proclamare Romero santo e si è comportato di conseguenza».  

Chi era monsignor Romero?

«Anzitutto un uomo di Chiesa, che per lui era tutto: la sua casa, il suo cielo, il suo sogno e la sua sicurezza per la salvezza dell’anima. Era un cristiano che ha a cuore la salvezza dell’anima del prossimo educato, in questo, dai Gesuiti. Ma Romero prete era assai tradizionalista e  molto diverso dal Romero vescovo. Se prima guardava più in alto, a Dio, dopo guardò anche in basso, all’uomo. Fu un cambio radicale, una conversione. In questo libro paragono, per contrasto, l’arcivescovo Romero al sacerdote della parabola del buon Samaritano che vede la sofferenza e passa oltre. Romero no, non restò indifferente al grido di sofferenza del suo popolo. E agì». 

Cosa fa scattare in Romero questa conversione?  
«La morte di padre Rutilio Grande (gesuita, assassinato assieme a due catecumeni appena un mese dopo il suo ingresso in diocesi, ndr) che era un suo grande amico. Grande si era identificato con i contadini, con i poveri. E questo gli valse molte incomprensioni davanti alla Compagnia di Gesù della provincia centroamericana. I Gesuiti, infatti, non praticavano nessuna pastorale nei confronti di queste persone, per loro era più importante lavorare per educare i figli delle grandi famiglie ricche che lavorare con i contadini che non hanno nessun potere. Padre Rutilio Grande ruppe con questo schema, diceva che Gesù si è fatto campesino, non professore d’università: povero con il povero. Quando morì, Romero disse che era arrivato il tempo della staffetta e che avrebbe preso il posto dell’amico in difesa dei poveri».

La copertina del libro
La copertina del libro

Prima non lo aveva fatto?  
«In maniera diversa. Quand’era prete a San Miguel era come Robin Hood: prendeva il denaro dei ricchi che lo aiutavano nelle opere di carità e comprava alimentari e vestiti per la gente povera. Romero aveva un concetto piuttosto “oligarchico”, diciamo così, della salvezza: dobbiamo aiutare i ricchi perché i ricchi aiutano poi i poveri. Invece padre Grande gli fa capire che chi converte il ricco è il povero e che noi preti dobbiamo camminare con i poveri. Loro ci aiutano a diventare autentici discepoli di Gesù tra la gente ricca. Fu un cambio interessante. Da vescovo Romero diceva ai ricchi che non basta fare la carità ma bisogna fare un’opzione preferenziale per i poveri eliminando le ingiustizie alla radice. Padre Grande diceva a Romero che se non fosse diventato povero non avrebbe potuto servire i poveri».  

Si aspettava questo cambio?

«Il merito è di padre Rutilio Grande che era davvero un santo! Senza la sua morte la conversione di Romero sarebbe stata molto più lunga e dolorosa».  

Qual è l’eredità di mons. Romero per l’America Latina e la Chiesa?  

«La conversione del cuore. Una conversione che non è possibile senza l’incarnazione. Fare quest’esperienza fino in fondo è un grande messaggio per tutta la Chiesa. Romero non ha solo predicato l’opzione preferenziale per i poveri ma l’ha vissuta nella vita concreta fino alla morte. Fu una critica vivente contro vescovi e sacerdoti pronti ad ogni alleanza comoda con il potere del mondo, contro quella mentalità che la spada e la croce devono andare sempre insieme. Romero ruppe con tutto questo: se la spada è ingiusta, la croce deve fare fronte alla spada e stare a fianco alle vittime. Quando il potere dei militari vede che Romero va in questa direzione decide di ucciderlo perché non gli serve più. Romero è stato ucciso come un povero per i poveri».  

Tra quanto spera di vedere Romero Santo?
«Presto. Spero che nei prossimi due anni sarà beatificato padre Rutilio Grande e canonizzato Romero».  
Qual è stato il miracolo più grande compiuto da Romero?
«La conversione lenta dei ricchi che si opposero a lui. Lo scorso maggio durante la cerimonia di beatificazione in cielo è spuntato un segno con al centro la figura di Romero. I ricchi credono più a questi segni del cielo che a ogni altra cosa. Così hanno cominciato a convertirsi. E poi, ecco l’altro grande miracolo, è finita anche all’interno della Chiesa la manipolazione politica di mons. Romero. Finalmente».        

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