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domenica 18 agosto 2019
 
PACIFISMO
 

Quei cento anni di no alla guerra

22/11/2018  Archiviate le celebrazioni per la fine del primo conflitto mondiale, c'è chi s'interroga sul fenomeno dell'obiezione di coscienza a divise, armi e odi. Una mostra a Torino

«La buona politica è al servizio della pace». Lo scrive  Papa Francesco, presentando il messaggio per la 52esima Giornata Mondiale della Pace, che si celebrerà il 1 gennaio 2019. La riflessione del Pontefice, incentrata sulla «responsabilità politica, che appartiene a ogni cittadino e in particolare a chi ha il mandato di proteggere e governare» arriva in un momento quanto mai significativo: in tutta Europa e non solo, proprio in questi giorni, si celebra il centenario dalla fine della Grande Guerra. Ed è una memoria carica di dolore, perché, al di là della retorica nazionalista, la storia del primo conflitto mondiale è stata innanzi tutto storia di una generazione mandata al massacro. Storia di un’«inutile strage», come la definì papa Benedetto XV in una lettera del 1 agosto 1917. Affermare tutto questo ovviamente non significa negare gli atti di eroismo o lo spirito patriottico dei tanti che sacrificarono la vita, ma semplicemente guardare alla guerra per ciò che è, fuori da ogni trionfalismo e ideologia. Un’inutile strage appunto. Non è un caso che il Novecento, insanguinato da due guerre mondiali, sia stato anche il secolo che ha visto fiorire una nuova consapevolezza sulla non violenza e sui metodi di lotta non armata. Di tutto questo si occupa la mostra “100 anni di pace”, allestita a Torino, negli spazi del Centro Studi Sereno Regis, un’associazione attiva fin dal 1982 nel promuovere la cultura della pace e della nonviolenza. Attraverso una raccolta di fotografie, filmati, manifesti, articoli e altri materiali, l’esposizione ci guida attraverso cent’anni di attivismo, per svelare un volto della storia troppe volte ancora ignorato.

Entrando nella sala che ospita la mostra (in via Garibaldi 13, pieno centro storico, a pochi passi dal cuore della città, Piazza Castello) si resta subito colpiti da un allestimento molto particolare: i materiali sono infatti organizzati intorno a una cupola geodetica, progettata dalla scenografa Paola Bizzarri e realizzata con canne di bambù. Emerge una coerenza tra la forma esteriore e i contenuti proposti. «la cupola geodetica è una struttura perfetta e antisismica, che nasce in natura. Più è grande più è solida» racconta la scenografa. «Esattamente come ogni movimento non violento, che trae dalla partecipazione la sua forza». Dimentichiamoci le grandi esposizioni e gli allestimenti da museo: qui tutto è concentrato in un luogo piccolo, con una serie molto selezionata di testimonianze, ma proprio per questo il risultato è fortemente evocativo. La mostra prevede diverse sezioni. La prima, “No alla guerra”, racconta storie di resistenza civile e di movimenti contro il militarismo (c’è anche qualche cenno al travagliato percorso che, dopo decenni di lotte e contrasti, ha introdotto l’obiezione di coscienza nel nostro ordinamento giuridico). Si passa poi alla sezione “Satyagraha”, termine sanscrito che letteralmente significa “stare fermi nella verità”: divenuta celebre grazie a Gandhi, l’espressione, che esprime una forma di resistenza nonviolenta, è poi divenuta un cardine per tante altre esperienze di pace, in diversi luoghi del pianeta. Infine “Gaia”, area dedicata all’impegno per la difesa dell’ambiente, dalle lotte contro i veleni delle grandi industrie all’impegno per contrastare lo sfruttamento indiscriminato del suolo.

La mostra vive di idee, ma soprattutto di storie personali. Alcune di esse, durante l’inaugurazione, sono state raccontate dagli allievi del liceo coreutico Germana Erba, all’interno di un lavoro che presto diventerà anche un film. Testimonianze toccanti, rese vive dalle voci degli studenti. Accanto ai nomi entrati nella storia, come Gandhi, Martin Luther King o Nelson Mandela, emergono figure forse meno note ma altrettanto affascinanti. Figure come Olof Palme, ad esempio, politico svedese che in piena guerra fredda ebbe il coraggio di schierarsi per la pace, denunciando tanto la guerra in Vietnman quanto le repressioni del regime sovietico, e che pagò con la vita, morendo assassinato nell’86. Oppure Rosa Parks, la sarta di Montgomery (Alabama) che nel ’55 rifiutò di cedere il posto a un uomo bianco sul bus: fu arrestata, ma il suo gesto divenne un simbolo nella lotta per i diritti civili degli afroamericani. La carrellata di volti della pace include anche alcuni religiosi, come padre Daniel Berrigan, gesuita, figura passionale e discussa, che divenne celebre negli anni ‘60 per alcuni eclatanti gesti di disobbedienza civile e che finì perfino sulla “lista nera” del Fbi.

Nel cuore della mostra, proprio al centro dell’allestimento, c’è uno specchio, come a dire che la nonviolenza ha bisogno anche di tutti i nostri volti. Oggi più che mai, in tempi di neonazionalismi, spese militari che aumentano e timori mai sopiti verso ogni forma di diversità. «E’ sbagliato disperare e lasciare che la violenza sia vista come regina della storia» ci ricorda Angela Dogliotti, presidente del Centro Studi Sereno Regis. «Ci sono percorsi di pace dopo le guerre, semi gettati durante i conflitti violenti e sempre, in ogni tempo, ci sono pensieri e azioni che contemplano la pace come obiettivo».

Aperta fino al 30 novembre, la mostra è a ingresso gratuito. Per maggiori informazioni www.100annidipace.org

(Foto: Enzo Gargano – Centro Studi Sereno Regis)

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