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sabato 15 dicembre 2018
 
Delpini
 

Quel fiore nella periferia di Milano

06/06/2018  L'arcivescovo di Milano monsignor Mario Delpini in visita a Casa Arché di Quarto Oggiaro

Quarto Oggiaro non è il Bronx ma un «mondo di volontari», che rappresenta «un vero seme di speranza». L’Arcivescovo di Milano Mario Delpini, in visita privata a Casa Arché nel quartiere periferico di Milano considerato un covo di boss, ridisegna il volto della città come appare agli occhi di un pastore gentile ma molto fermo nell’analisi e nei giudizi.

In mezzo a mamme strappate alla strada e ai loro bambini, tra i volontari dell’associazione nata nel 1991 per prendersi cura di minori malati di Aids – oggi è una Fondazione con attività di accoglienza e assistenza anche a Roma e a San Benedetto del Tronto -  ha parlato del terzo settore. «Da quello che posso vedere», ha sottolineato, «ha una diffusione capillare straordinaria e ammirevole. Sono impressionato dalla generosità che vedo girando il territorio! Per questo, diffido dai giudizi catastrofici, in base ai quali le persone sono tutte egoiste: le etichette attaccate all’epoca storica in cui viviamo e ai quartieri, come Quarto Oggiaro, non sono veritiere. Tutto questo straordinario mondo di volontari non offre soluzioni pronte, ma è un interlocutore, che ascolta i bisogni delle persone. E dà un senso alla vita: chi fa volontariato diventa migliore. È una grande speranza per la città, al di là dei problemi che poi effettivamente si risolvono. E il fatto che le Istituzioni stesse facciano conto sul volontariato è un dato che dimostra come si è creato un “sistema” di collaborazione che funziona e che si traduce in benessere sociale. Credo che un simile volontariato sia motivo di fiducia nell’umanità».

Accolto da presidente della Fondazione, padre Giuseppe Bettoni (un religioso sacramentino, che ha dedicato la propria vita alla costruzione del “bene comune”), monsignor Delpini ieri ha trascorso il pomeriggio intrattenendosi con le mamme (quasi tutte, con un passato da dimenticare e un futuro da costruire), giocando con i bambini, visitando il laboratorio di sartoria, creato per il reinserimento al lavoro delle donne, e incontrando volontari e operatori della Fondazione, fino a sera. «Per noi», ha spiegato padre Bettoni, «la visita del vescovo è molto importante perché significa che la Chiesa di Milano torna a mettere l’accento sulle povertà, un’attenzione che ha sempre avuto, soprattutto in un luogo di periferia come questo, dove la nostra comunità vuole essere un centro di bene comune, un luogo dove si è capaci di relazioni che rigenerano le vite, fanno ripartire speranze, desideri e sogni di futuro».

Delpini non ha soltanto elogiato il volontariato («Un vero seme di speranza»), ma ha affrontato anche l’emergenza casa, che a Milano assume aspetti drammatici, e su cui la Chiesa ambrosiana ha cercato di dare risposte: «Quando, lo scorso anno, papa Francesco ha visitato la nostra città», ha ricordato, «la diocesi ha ristrutturato 55 appartamenti in situazione di degrado, consegnandoli ad altrettante famiglie in difficoltà. Un gesto simbolico, ma molto impegnativo dal punto di vista delle risorse economiche investite… Non ho idea della strada da affrontare, ma sicuramente la chiave è l’alleanza tra tutte le istituzioni e le realtà coinvolte». Come appunto Arché che gestisce undici appartamenti per mamme e bambini in difficoltà, con la finalità di accompagnare le famiglie verso l'autonomia e l'inserimento sociale.

C’è bisogno, soprattutto in questo periodo, di formare le coscienze: «La Caritas lavora per questo», ha detto Delpini, «anche se il suo scopo non è quello di farsi pubblicità. Per questo, l’opinione comune non è formata dai milioni di volontari che esistono, ma da pochi giornalisti che descrivono la realtà come preferiscono, mettendo in prima pagina l’unica associazione di volontari in cui è stato commesso un abuso o un accaparramento di denaro. Forse dobbiamo fare un salto di qualità nella nostra consapevolezza critica e non formare la nostra immagine del mondo in base alle notizie, che tendono a mettere in evidenza quello che è “irregolare”. Stamattina, miliardi di genitori si sono presi cura dei propri figli: questo è il mondo. Ma se una mamma butta giù dalla finestra il proprio bimbo, allora ciò diventa notizia. Il mondo, però, sta in piedi sulle “cose normali”, che non fanno notizia. È sconcertante che noi, a partire dalle cattive notizie, ci facciamo un’immagine del mondo, perché tale comportamento rivela uno scarso senso critico».

A pochi mesi dal Sinodo dei giovani, anche la Chiesa ambrosiana è chiamata a dover compiere una riflessione su questo tema. «La diocesi di Milano ha una lunga tradizione di cura per la pastorale e l’associazionismo giovanile», ha ricordato Delpini, «e vedremo quali saranno le indicazioni che emergeranno dal Sinodo, per rinnovare e adeguare la cura della nostra diocesi per i giovani. La difficoltà di coinvolgerli nella vita della comunità cristiana e in opere di volontariato è un’opinione diffusa, ma io vedo che in tanti si impegnano. L’immagine dei ragazzi come indifferenti, senza speranza e senza voglia di impegnarsi non è così generalizzata come spesso viene comunicata. A volte, penso che i giovani di oggi siano come una generazione spinta dagli adulti a diventare grande, senza che però noi siamo capaci di offrire una testimonianza credibile di come fare».

L’Arcivescovo si è soffermato anche sulla maturazione ecclesiale: «Non escludo che abbiamo delle responsabilità come Chiesa, è vero che forse nell’attuazione del Concilio siamo in ritardo e che alcuni nostri comportamenti hanno creato una valutazione pregiudiziale… tuttavia, non si può essere gente che ragiona per slogan, ognuno deve invece vedere che cosa può fare per cambiare le cose. Le problematiche presenti sono un invito alla conversione». Dalle mamme e dai bimbi di Arché, intanto, rifiorisce la speranza. «Qui ho visto uno dei molti segni di cui Milano può essere fiera», ha commentato Delpini. Che, scegliendo le parole e meditandole con attenzione, sul libro degli ospiti ha scritto: «Non abbiamo risposte per tutte le domande. Non abbiamo risorse per tutti i bisogni. Abbiamo solo la possibilità di dare noi stessi e fare della nostra vita un dono».

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