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Don Sacco (Pax Christi): «Le vittime di Assad sono un pretesto»

28/08/2013  «Quello che è successo in Afghanistan, Iraq e Libia evidentemente non ha insegnato nulla», spiega il coordinatore nazionale del movimento don Renato Sacco, «l'Occidente prima vende le armi a questi regimi e poi li attacca»

«In Siria un conflitto c’è già, si tratta di vedere come spegnere il fuoco non come alimentarlo. Di fronte a una guerra non si può rispondere con un’altra guerra. Vuol dire che di una tragedia ne facciamo due».
Don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi, si dice «triste ed amareggiato» per la piega che stanno prendendo gli eventi in Siria.

L’America dice che non si può più restare inermi di fronte ai crimini commessi dal regime di Assad.
«La guerra, ogni guerra è un’avventura senza ritorno. Anzi, come ha detto papa Francesco, è il suicidio dell’umanità. Basta vedere a quello che è successo in Afghanistan, in Iraq, in Libia: il rovesciamento del capo del regime non ha portato affatto la pace. È una storia che si ripete sempre, con amarezza: noi abbiamo sempre cullato i dittatori, li abbiamo ritenuti nostri amici, li abbiamo armati e poi abbiamo detto che bisognava fargli la guerra. È successo con Saddam e poi con Gheddafi. La comunità internazionale ha fatto di tutto con la sua indifferenza a far precipitare della situazione, l’Italia stessa ha venduto le armi alla Libia e poi si è detto che bisognava bombardare. Questa non è pace. La guerra non è mai la strada da percorrere, come afferma la Dottrina sociale della Chiesa e come ha ribadito qualche giorno fa mons. Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede presso l’Ufficio Onu di Ginevra.
Una chiave di questo precipitare degli eventi potrebbe essere quella delle pressioni esercitate da parte delle lobby delle armi. Qualcuno parla già di accordi economici e militari tra Usa e Arabia Saudita».

Ma le vittime degli attacchi di Assad non vanno tutelate?

«Chi oggi si scandalizza di fronte alle vittime siriane, se lo fa per arrivare alla guerra lo fa per interessi. Poi le vittime vengono dimenticate e non se ne parla più. In Iraq nel mese di luglio ci sono stati mille morti, siamo arrivati ai livelli di violenza del 2006 e nessuno parla più. Quando si utilizzano le vittime per giustificare una guerra non lo si fa per amore delle vittime ma per amore dei propri affari e dei propri interessi. Essere in Afghanistan ci dà la visibilità di sedere al tavolo degli accordi internazionali. Poi succede che alcuni piccoli progetti di cooperazione in alcuni villaggi afghani non vengono finanziati dalla comunità internazionale perché sono troppo piccoli e non fanno notizia. Invece sarebbero i passi per la pace».

Come se ne esce dal pasticcio siriano?
«La soluzione in tasca non ce l’ha nessuno, bisogna cercarla. L’unica cosa di cui sono certo è che la guerra non è la soluzione. È come avere un figlio che dà problemi, l’unica cosa che so è che non lo devo uccidere anche se mi fa disperare. L’intervento armato a sostegno dell’uno o dell’altro schieramento porterebbe alla catastrofe totale, renderebbe esplosiva tutta l’area mediorientale già instabile con conseguenze devastanti per tutti, a cominciare dall’Europa.. Io credo che la comunità internazionale in passato non abbia fatto quasi nulla per fermarsi e vedere cosa stava succedendo in Siria. La soluzione passa dall’abbandono dell’intervento militare. Non forniamo più armi, isoliamo le lobby degli armamenti. È una strada in salita, quella della pace, faticosa, è un cammino, come diceva don Tonino Bello. La Siria, come la Libia, fa notizia adesso, fra un mese o due non se ne parlerà più. A nessuno interessa da dove arriva il gas, chi glielo fornisce. Come è successo a Sarajevo, per anni abbiamo fatto finta di non vedere, abbiamo venduto le armi a chi bombardava Sarajevo, io ho le foto e le testimonianze, poi abbiamo deciso di intervenire e fare la guerra. Così abbiamo guadagnato due volte vendendo le armi agli uni e agli altri. Temo che con la Siria finisca proprio così».

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