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mercoledì 28 settembre 2016
 
 

Shimon Peres a papa Francesco: fondiamo l'Onu delle religioni

04/09/2014  Vi riproponiamo questa intervista esclusiva concessa a Famiglia Cristiana nel 2014, nella quale il Nobel per la pace 1994 spiega perché, dopo il fallimento della diplomazia internazionale, l'Onu delle religioni sia l'unica via per costruire la pace. E perché a presiederla dovrebbe essere proprio Francesco.

«In passato, la maggior parte delle guerre erano motivate dall’idea di nazione. Oggi, invece, le guerre vengono scatenate soprattutto con la scusa della religione. Nello stesso tempo, però, se mi guardo intorno noto una cosa: forse per la prima volta nella storia, il Santo Padre è un leader rispettato come tale non solo da tante persone ma anche dalle più diverse religioni e dai loro esponenti. Anzi: forse l’unico leader davvero rispettato. Per questo mi è venuta l’idea che ho proposto a papa Francesco…».

Shimon Peres, 91 anni, presidente dello Stato di Israele e premio Nobel per la Pace nel 1994.
Shimon Peres, 91 anni, presidente dello Stato di Israele e premio Nobel per la Pace nel 1994.

In questa intervista, concessa in esclusiva a Famiglia Cristiana nel 2014, Shimon Peres, protagonista della fondazione e poi della vita dello Stato di Israele di cui è stato presidente, premio Nobel per la Pace nel 1994 insieme con Yitzhak Rabin e Yasser Arafat, osserva e ricorda.

Il Mediterraneo, oltre i vetri del Peres Peace Center che ha fondato a Giaffa dopo il Premio Nobel per la pace del 1994 (e che lancia un’infinità di progetti con Palestina, Giordania ed Egitto, tra cui la cura fin qui di 8 mila ragazzi palestinesi in ospedali israeliani), è un’esplosione di bellezza, ma è lo stesso mare su cui poco più a sud affaccia Gaza e poco più a nord il Libano.

«Ma ho fiducia», dice Peres, presidente di Israele fino al 24 luglio scorso. «Perché è stata la gente, con il suo talento e la sua devozione, a rendere benedetta questa terra, non il contrario. Tutto ciò che avevamo, all’inizio, erano 600 mila ebrei circondati da 40 milioni di arabi. Nel 1948 fummo attaccati da sette eserciti e andammo in guerra senza averne uno vero. Quando fondammo lo Stato, avevamo paludi al Nord e deserti al Sud, potevamo esportare solo moscerini e pietre. Non c’era acqua: due laghi, di cui uno è detto Mar Morto non a caso, e un fiume, il Giordano, che è sempre stato più ricco di santità che di acqua.

Le risorse naturali?

Scarse. Sognavamo di arrivare a un milione di persone e oggi siamo a otto».

Quanto ha contato la fede?

«Noi, qui, in Medio Oriente, abbiamo creato un Paese in cui tutti parlano la lingua della Bibbia. I siriani non parlano più l’aramaico, gli egiziani non sanno la lingua dei faraoni. Persino i greci usano un greco diverso da quello dei loro grandi antenati. Noi parliamo la stessa lingua, viviamo nella stessa terra, preghiamo lo stesso Dio, abbiamo la stessa visione, seguiamo gli stessi principi dell’epoca della Bibbia. Nei duemila anni in cui siamo stati esiliati, è stata la Torah a tenerci insieme. Anche Israele si basa sulla fede. Ma tutto ciò ci è costato moltissimo. Una volta papa Giovanni XXIII mi disse: “Abbiamo fatto lo stesso viaggio”. E io gli risposi: “Ma quanto era caro il nostro biglietto!”».

«Israele ha dimostrato che gli aggressori non sempre vincono, ma ha imparato che non sempre il vincitore ottiene la pace». Sono parole tratte dal suo discorso di accettazione del Nobel per la pace…

«Vero. Però siamo anche riusciti a fare due trattati di pace, con Giordania ed Egitto. È importante ricordarlo, perché bisogna ammettere che l’unico modo di vincere davvero è fare la pace. Una volta, quando le guerre erano scontri tra eserciti, si chiamava vittoria il prevalere dell’armata dell’uno su quella dell’altro. Ma oggi lottiamo contro centinaia, forse migliaia di movimenti terroristici che non solo non hanno un esercito ma nemmeno una proposta. Al massimo una protesta, e ognuna diversa da tutte le altre. Lo si vede bene in Medio Oriente: cresce il numero dei Paesi arabi che pensano che il problema non è Israele ma il terrorismo, che lacera Siria, Libia, Yemen, Iraq e Libano e di fronte al quale si sentono indifesi».

I terroristi dicono di agire in nome di Dio. E molti pensano che sia già in atto una guerra di religioni. Che cosa ne pensa?

«Certo, siamo passati da guerre motivate dall’idea di nazione, e combattute appunto da veri soldati, a guerre scatenate con la scusa della religione e combattute con il terrore. Dico “scusa” perché noto anche un’altra cosa: forse per la prima volta nella storia, il Santo Padre è un leader rispettato come tale non solo da tante persone ma anche dalle più diverse religioni e dai loro esponenti. Anzi: a livello globale, forse l’unico leader davvero rispettato da tutti. Per questo mi è venuta l’idea che ho proposto a papa Francesco…».

Quale idea?

«Per opporci a questa guerra del tutto nuova, nelle tecniche come nelle motivazioni, abbiamo l’Onu. È un organismo politico ma non ha né gli eserciti che avevano le nazioni né la convinzione che producono le religioni. E lo si vede bene: quando manda in Medio Oriente peacekeepers delle Isole Fiji o delle Filippine e questi vengono sequestrati dai terroristi, che può fare il segretario generale dell’Onu? Una bella  dichiarazione. Che non ha né la forza né l’efficacia di una qualunque omelia del Papa, che nella sola piazza San Pietro raduna mezzo milione di persone».

Però il Papa non può mettere in campo i caschi blu…

«Ma intervenire sul campo è relativamente facile, con o senza Onu. Il difficile è intervenire sulle motivazioni: sono quelle, più che le armi, a rendere così temibili i terroristi. E allora, se l’Onu ha fatto il suo tempo, ciò che ci serve è un’Organizzazione delle Religioni Unite, una Onu delle religioni. Sarebbe il modo migliore per contrastare e isolare chi uccide in nome della fede, perché la maggioranza delle persone nel mondo non è così: pratica la sua religione e non vuole uccidere nessuno. E dovrebbe esserci anche una Carta delle Religioni Unite, come c’è quella dell’Onu, per stabilire che sgozzare la gente o compiere eccidi di massa, come succede in queste settimane, non ha nulla a che vedere con la religione. È questo che ho proposto al Papa».

Lei vedrebbe bene papa Francesco alla guida delle Religioni Unite?

«Sì, per le ragioni che dicevo prima e anche perché lui comunque ci ha già provato, invitando Abu Mazen, il patriarca di Costantinopoli e me a pregare in Vaticano».

Ma c’è chi dice: a che serve pregare, con gli assassini?

«Se chi spara oggi sempre più spesso dice di farlo in nome di Dio, allora serve un’autorità morale condivisa che dica ad alta voce: no, Dio non lo vuole e non lo permette. Bisogna battersi contro la strumentalizzazione del nome di Dio. Chi può pensare che Dio sia un terrorista o un sostenitore del terrorismo? Chi fa la domanda che dice lei è uno che sottostima la forza dell’animo umano. Ma l’uomo è ben lungi dall’essere solo un insieme di carne e sangue».

Quindi, secondo lei, l’incontro in Vaticano ha dato frutti?

«Effetti profondi, anche se in parte ancora sotterranei. Prendiamo Abu Mazen: ero là accanto a lui e devo ammettere che è stato molto coraggioso quando ha parlato contro la guerra, contro rapimenti e omicidi, con parole che non saranno piaciute a tutti i palestinesi. Milioni di persone lo hanno visto succedere, è un seme piantato nei loro cuori. E senza seme non c’è albero».

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