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sabato 15 dicembre 2018
 
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Che grande bluff il giovane Papa di Sorrentino

05/09/2016  Non convincono le prime due puntate della serie "The young Pope" presentate alla mostra del cinema: la confezione è sempre lussuosa, ma il contenuto al contrario è troppo semplicistico, tra cardinali descritti sempre come macchiette e soprattutto di fronte alla totale assenza di una dimensione spirituale.

Mi ci è voluto un giorno intero per riflettere sulle sensazioni lasciate dalla visione delle prime due puntate (poco meno di due ore) di The Young Pope, l’attesissima serie Tv girata da Paolo Sorrentino per il consorzio tra Sky, Canal + e HBO. La messa in onda, su Sky Atlantic, è prevista per il 21 ottobre ma il direttore della Mostra Alberto Barbera non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione della prima passerella mondiale per il regista vincitore dell’Oscar con La grande bellezza. E il rumore, le polemiche, le reazioni suscitate al Lido gli hanno dato ragione. Ma al semplice spettatore che cosa resta? Troppa la stima per Sorrentino scrittore e regista. Troppa l’ammirazione per il suo cinema a partire dai primi film per arrivare fino al bellissimo Youth – La giovinezza.

Eppure, il suo nuovo lavoro non convince. E non perché tocchi il Vaticano, la Chiesa immaginando l’imprevista salita al soglio pontificio del primo Pontefice nordamericano, il quarantasettenne cardinale Lenny Belardo (incarnato dal fascinoso Jude Law). Quanto per l’approssimazione del suo sguardo. Alla fine, molte più le contraddizioni e le banalità che le cose positive. Partiamo però da queste ultime, che certamente calamiteranno gli spettatori davanti al teleschermo, data la fama mondiale del regista. Magnetica l’interpretazione di Law, che gioca alla grande con la materia offertagli da Sorrentino. E bella la prova di Diane Keaton nei panni di Sister Mary, la suora che dopo aver accolto Lenny in orfanotrofio (lì abbandonato dai genitori “figli dei fiori” perché non potevano tenerlo dovendo andare a Venezia) l’ha poi cresciuto intuendone le qualità. Così come convince il grande James Cromwell nei panni del vecchio cardinal Spencer, mentore di Lenny ma giubilato proprio dall’allievo. Notevole la cura di costumi e scenografie: molte scene sono state girate in storiche magioni romane come palazzo Farnese, perfettamente credibili come ambienti vaticani. Splendida la scelta di facce particolari per le comparse tra i fedeli. Levigata la fotografia. E non mancano le inquadrature oblique, un po’ spiazzanti tipiche del cinema di Sorrentino: i bambini che pattinano sullo spiazzo dell’eliporto, le suore che giocano a pallone, la vista dall’alto della Pietà di Michelangelo.    

Le scelte del regista diventano assai più opinabili per quanto riguarda il resto del cast. Molti, troppi i cardinali ritratti in modo goffo e naif ben oltre l’umanamente immaginabile. Uno per tutti, il Cardinal Caltanissetta impersonato da Toni Bertorelli: vecchio, cadente, col segretario che gli porge la maschera a ossigeno tra una boccata e l’altra dell’inseparabile sigaretta. A proposito: in Vaticano tutti o quasi fumano, a cominciare dai personaggi americani. Colpa di Papa Pio XIII, che ama fumare mentre riceve i visitatori zittendo le timide proteste. Ma la figura che meno convince è quella centrale del Segretario di Stato, il Cardinal Voiello interpretato da Silvio Orlando. Scaltro praticone che conosce pregi e difetti di ogni alto prelato, di ogni laico, di ogni pertugio del Vaticano. Qui Sorrentino esagera con la maschera sconfinando nella macchietta che strizza l’occhio al pubblico americano, come forse si poteva già intuire dalla scelta del nome del personaggio.

Voiello ha tre moderni cellulari che hanno come salva schermo il trio d’attacco del Napoli: peccato che Higuain sia appena passato alla Juve. “La Chiesa si occupa di fede e tradimenti”, il commento semiserio di Sorrentino durante la conferenza stampa ufficiale della Mostra, “e mettere Higuain con la maglia del Napoli aiuta a rafforzare questi concetti”. Bene pure che Voiello nei giardini vaticani legga il quotidiano sportivo, ma è con troppa facilità che viene zittito quando cerca di suggerire il nome del segretario particolare del Papa (che impone la sua amata Sorella Mary) o quando cerca di ispirare il testo della prima omelia del Pontefice. Insomma, una caricatura di scarso spessore specie se la si confronta con la statura di un Ruini o di un Bertone, che hanno ricoperto nella realtà quel ruolo. Diciamo che Sorrentino, memore della fortunata esperienza de Il divo, fa del Segretario di Stato una sorta di Andreotti di Posillipo. Semplicistico. Come il mistero lasciato in sospeso alla fine della seconda puntata con il Cardinal Voiello che va di sera in città a trovare di nascosto un ragazzo handicappato, che abbraccia sussurrando: “Aiutami tu a espiare tutto il male che dovrò fare per salvare la Chiesa”. Sic.    

Ugualmente stonate sono le altre maschere, anzi macchiette, con cui Sorrentino riempie la scacchiera attorno al suo Papa Re. Perfino il segretario di Voiello, impersonato da Gianluca Guidi (il figlio di Johnny Dorelli) è un personaggio sopra le righe. Perché questa scelta? Più profondo appare il rapporto del pontefice Lenny con il Camerlengo, il cardinal Gutierrez, cui presta la bella faccia lo spagnolo Javier Camara. Ma l’oscillazione tra alti e bassi riprende con la figura del monsignor confessore, umile e serio, che il nuovo Papa lusinga con la promessa della porpora cardinalizia in cambio del fatto che lui gli sveli i peccati segreti dei cardinali, rivelati in confessionale. Che il Pontefice possa esortare un prete a violare il sacramento della Confessione è davvero un’ingenuità al limite del blasfemo.

Insomma, dove sono in questa storia l’afflato spirituale, la profondità di una fede per cui si è spesa una vita intera? Che questo Papa non creda in Dio, come a un certo punto dice in modo scherzoso e provocatorio al monsignor confessore? Nella testa e nel cuore di papa Belardo circolano pensieri corrotti, pulsioni cattive, come suggeriscono le prime sequenze oniriche del film in cui Lenny, nella prima notte da Papa, sogna di uscire da sotto una montagna di neonati e poi si affaccia al balcone per la prima omelia dicendo ai fedeli: “Che cosa abbiamo dimenticato? Voi. Il piacere, la gioia, l’amore senza l’obbligo di procreare, i preservativi, il gioco”.     U

Certo, si tratta di un sogno. Ma la dice lunga sulla psiche del Papa immaginato da Sorrentino (che firma la sceneggiatura). Ovviamente, il gioco del regista è quello di partire da una parte per poi spiazzare lo spettatore finendo dall’altra. Così alla fine della seconda puntata papa Pio XIII fa finalmente la sua prima omelia alla folla plaudente in piazza San Pietro. Di sera, con la sola silhouette in controluce perché non vuole che si abusi della sua immagine, così come ne vieta la riproduzione su accendini, piatti e gadget religiosi. D’altronde, chi è lo scrittore più importante del XX° secolo? Salinger. Il regista più grande? Kubrick. E la cantante più vagheggiata?  Mina. Tutta gente che si nascondeva al pubblico, annullando l’immagine per sconfinare nel mito. E il Papa, per Lenny Belardo, deve essere la rockstar della Chiesa. Ed ecco la folla di fedeli ammutolirsi sotto il tuono delle parole del neo Pontefice, condite da lampi e tuoni nel cielo minaccioso di Roma. “Che cosa abbiamo dimenticato? Dio! E siete voi che l’avete dimenticato. Ma io non vi aiuterò”, l’incipit raggelante del suo discorso. “Io non sarò più vicino a voi di quanto non lo sia a Dio. Io sono il servitore di Dio, non il vostro. Siete voi che dovete ritrovare la strada, riscoprire il volto di Dio. E dopo, magari, potrete scoprire il volto del Papa”. E a quel punto abbandona la loggia vaticana senza impartire la benedizione. Anzi, bofonchiando tra sé e sé: “Non lo so se voi mi meritiate”. Sbigottimento. Attesa. Silenzio.       

The Young Pope ha il respiro della telenovela di qualità, del buon polpettone televisivo sugli intrighi di qualsiasi palazzo di potere. Alla House of cards, tanto per intenderci. Lotte intestine, simpatie, inimicizie, vendette potrebbero essere ambientate ovunque. Anche nel Campidoglio a cinque stelle guidato dal sindaco Virginia Raggi. Ma basta questo per raccontare, pur con tutta la licenza creativa, il Vaticano e la Chiesa? La chiave narrativa di Sorrentino sta nel fatto che Lenny Belardo, primo giovane Pontefice nordamericano eletto per effetto di una trama ordita proprio dal cardinal Voiello, non si piegherà a fare la marionetta mediatica come questi avrebbe voluto. Anzi, si rivelerà tradizionalista, cinico, spietato ma con una sua precisa strategia per rilanciare la Chiesa. L’impressione, però, è quella di un uomo roso dentro dal trauma dell’abbandono infantile. Una banalizzazione? Se vogliamo parlare di sguardo laico sulla Chiesa, quanta più pietas e quanta più profondità di fede e di pensiero (pur nella leggerezza del racconto) ha mostrato Nanni Moretti in Habemus Papam. Là sì che il nuovo Pontefice (il toccante Michel Piccoli) si trovava a battagliare con sé stesso, sballottato tra la volontà di Dio e il suo senso d’inadeguatezza di fronte al compito, alle aspettative dei fedeli, al bisogno di rinnovamento della Chiesa.    

Nel comune spettatore la domanda sorge spontanea: ma perché una storia su un Papa reazionario proprio oggi che la Chiesa è percorsa dal fremito liberale di un pontefice al passo coi tempi come Papa Francesco? “E’ vero, il nostro Papa Pio XIII è diametralmente opposto a quello esistente”, la spiegazione di Sorrentino. “Ma non si tratta di una figura inverosimile. Dopo un Papa così liberale potremmo avere, in un futuro non troppo lontano, un Papa conservatore come il nostro”. Quanto al vezzo di far fumare il Pontefice come una ciminiera, la risposta è più furbetta. “Si sa che quello dell’orfanotrofio è un mondo carico di ansie. E poi”, butta là il regista, “si sa che Ratzinger fumava”. Quanto alle probabili critiche del Vaticano quando la serie verrà messa in onda in tutto il mondo, Sorrentino ostenta volutamente sicurezza: “E’ un problema del Vaticano”, dice di getto. “Non è un problema mio”.  Salvo correggersi subito dopo, dando l’idea di mettere le mani avanti: “Anzi, non è neanche un problema. Se avranno la pazienza di guardare The Young Pope fino in fondo”, questo il suo auspicio, “capiranno che il mio vuol essere un lavoro che indaga, con onestà e curiosità fin dove si può, le contraddizioni, le difficoltà e le cose affascinanti dei preti e delle suore. E di quel prete un po’ diverso dagli altri che è il Papa”.

Eccola la vera angolazione, la lente deformata attraverso la quale Sorrentino s’intrufola in un mondo che non gli appartiene, che non sente suo. Una visione volutamente troppo terra terra? Probabilmente, dopo le prime due puntate, il regista saprà riprendersi, virare più in profondità, puntare sui contenuti. Glielo auguriamo anche perché Sorrentino non è uomo banale ed è troppo bravo come cineasta. Però, potrebbe essere tardi. Il Vaticano, gli intrighi di potere, la Chiesa, la corte dei miracoli dei cardinali: lo sguardo del regista è astuto ma freddo, superficiale. Insomma, non si può certo dire che Sorrentino stavolta abbia girato col cuore. La sensazione è quella di un bluff piuttosto che di un flop. E buon per Toni Servillo, il suo amico e attore feticcio, che non l’abbia coinvolto in questa discutibile operazione. Anche se Jude Law, invece, sembra esserne più che felice: “Per me è stata una grande opportunità lavorare con Sorrentino”, sorride di fronte ai giornalisti di mezzo mondo. “Certo, un po’ mi preoccupava l’idea di ricoprire questo ruolo di Papa. Ma Paolo per tranquillizzarmi mi ripeteva che era pur sempre un uomo”.                                                                                             

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