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«Turoldo? Un profeta che ci ha aiutato a non sbagliarci su Dio»

14/02/2015  «Di sé», ricorda Ermes Ronchi, «padre David diceva di essere un maniaco di Dio, di combattere ogni giorno una "teomachia", una lotta con Dio affinché si rivelasse. Quello del dolore, cantato nella poesia, è stato il suo magistero più alto». La sua voce accompagna i lettori di Famiglia Cristiana nel cammino di Quaresima

Non si piegò a nessun potere. E neppure alla sua stessa malattia, il «drago che si è insediato nel mio ventre», come chiamava il tumore che l'aveva colpito e con il quale ingaggiò una battaglia, quasi un corpo a corpo sfiancante, fino all'ultimo. Frate servita, poeta, predicatore, scrittore. David Maria Turoldo fu tutto questo e molto altro. Quando morì, il 6 febbraio 1992, fu davvero imponente la processione spontanea del popolo di Milano, che andò alla chiesa di San Carlo al Corso, dove era arrivato, giovane, dal Friuli, per dargli l'ultimo saluto. La sua voce libera, scomoda, meditativa, a volte disturbante accompagna i lettori di Famiglia Cristiana [clicca qui per conoscere l'iniziativa] nel cammino di Quaresima.
Ermes Ronchi, frate dell'Ordine dei Servi di Maria, predicatore, che ogni settimana su Raiuno commenta il Vangelo nel programma “A sua immagine”, conosceva molto bene padre David. «Di lui», dice, «mi colpiva, da un lato, la sua forza contadina, l'imponenza fisica, l’irruenza come di un antico guerriero, di un vichingo. Dall’altro, i suoi occhi sempre chiari e infantili. Affascinava quella voce profonda e vibrante, da cattedrale nel deserto, e il sorriso invincibile degli occhi azzurri».

Chi era padre David?

«Semplicemente un frate. Servo di Santa Maria, quest’antico ordine religioso nato a Firenze nel XIII secolo. Lui aveva l’umile fierezza di dichiararsi frate. E poi era un poeta. Carlo Bo diceva questo: “Davide ha ricevuto due doni da Dio, la fede e la poesia. Ma dandogli la fede, Dio gli ha imposto di cantarla ogni giorno”. Di lui non restano testi dottrinali o dogmatici ma la poesia viva ed efficace che parla a tutti, credenti e increduli».

Perché?
«Perché, per dire Dio, percorre la via della bellezza e quella della passione. E Davide era un passionale. In una poesia scrisse: “Un solo verso può fare più grande l’universo”. Ricordava quel che dice il salmo 48: “Sulla cetra vi spiego l’enigma”. Il mistero del vivere lo spiego con la poesia e la musica. Per lui poetare era una salvezza. Poesia è rifare il mondo dopo il discorso devastante della violenza. E poi era un profeta che ci ha aiutato a non sbagliarci su Dio».

Padre Ermes Ronchi è parroco di San Carlo al Corso a Milano
Padre Ermes Ronchi è parroco di San Carlo al Corso a Milano

In che senso?
«In ogni incontro con lui si faceva esperienza dello stupore, quella capacità – che noi dobbiamo assolutamente salvare – di incantarci ogni volta che incontriamo persone capaci di trasmettere la sapienza del vivere, parole che toccano il centro della vita perché sono nate dal silenzio, dal dolore, dalla vicinanza al roveto ardente».

Per Turoldo Dio e la sua bontà come si conciliavano con la sofferenza e il dolore?

«Non c’è una conciliazione. La cattedra del dolore è stato il suo magistero più alto. Lui diceva sempre questo: “Io non ho mai pregato Dio di guarirmi, perché dovrebbe guarire me e non una madre giovane, malata di cancro e con due figli? Io ho solo chiesto a Dio la forza per attraversare la valle oscura”. Padre David non imputava a Dio il male, esso non è una punizione del peccato né una pedagogia per un’ascesi del vivere. Dio non può e non deve intervenire in queste cose perché altrimenti finisce l’autonomia del creato e la libertà dell'uomo. Di fronte al male aveva un atteggiamento nobile: non colpevolizzava Dio, pur interrogandosi continuamente come fa Giobbe. Né ebbe mai l’atteggiamento di chi ha fatto diventare il male la roccia dell’ateismo. Oggi il dolore e la sofferenza sono le più grandi contestazioni che si muovono all’esistenza di Dio. Dio e male convivono ma l’ultima parola, come disse poco prima di morire David, è che la vita non finisce mai».

“Fede vera è al venerdì santo / quando Tu non c’eri lassù!”, ha scritto nella poesia Pasqua. Che significa? Anche il credente patisce il silenzio di Dio?
«Certo, come lo patiscono i profeti. Elia vorrebbe farsi morire sotto il ginepro quando Dio lo sveglia con un tocco di un angelo. Però la fede del profeta è diversa: egli ama la parola di Dio più ancora del suo realizzarsi, Abramo ha fede nella promessa di Dio più ancora che nell’attuazione della promessa stessa. Troppo facile credere a Pasqua, quando tutto è luminoso e invita alla speranza. Il Venerdì Santo invece io mi fido di Dio. Ci sono tre gradini nella scala della fede, il primo passo è “ho bisogno”, il secondo è “io mi fido di te”, il terzo “io mi affido” anche nel giorno del silenzio, anche quando tu non mi parli. “Nelle tue mani affido il mio spirito”, dice Gesù prima di morire sulla Croce. Davide diceva di sé di essere un maniaco di Dio, di combattere ogni giorno una “teomachia”, una lotta con Dio affinché si rivelasse. Questa lotta però non è assenza di parole ma un grembo di parole pronte sempre a nascere, a sbocciare. Un silenzio sempre gravido».

In una delle sue ultime interviste, padre Turoldo disse che il “dramma della malattia, della sofferenza e della morte è anche il dramma di Dio”. In che senso?
«Dio non risolve e non deve risolvere il problema del dolore e del male ma si contamina con l’uomo. Io so che Lui si china su di me, sul mio dolore ma non può agire come un chirurgo. Dio prova dolore per il dolore dell’uomo, lo dimostra Gesù nel Vangelo. Come scrive Ungaretti, che ebbe grande empatia con Turoldo, “fa piaga nel cuore di Dio la somma del dolore del mondo”».

Cosa significa quindi vivere il cammino di Quaresima in compagnia di una voce come quella di padre Turoldo? Qual era il fuoco del suo messaggio?
«Libertà e fedeltà. Davide era un uomo libero nei confronti delle istituzioni, compresa quella ecclesiastica, e fedele all’essenziale. Era infedele alla regola, alla lettera per essere fedele allo Spirito. Come dice Paolo nella Lettera ai Romani: “Casa di Dio siete voi se conservate libertà e speranza”. E lui per me, per tanti è e continua ad essere casa di Dio. In un capitolo provinciale a cavallo del '68 disse: “Se voi mi buttate fuori dalla porta io rientrerò nell’ordine e nella Chiesa dalla finestra”. Era libero ma cocciuto nella sua fedeltà alla Chiesa».

Multimedia
La vita di padre Turoldo svelata da "Padre Turoldo, il poeta di Dio"
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