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martedì 12 dicembre 2017
 
Appello disperato
 

Una ragazza scrive al vescovo: «Troppi suicidi, insegnateci a capire il dolore degli altri»

10/04/2017  Dopo due suicidi di diciassettenni a Spoleto una coetanea ha preso carta e penna per esternare la sua paura e la sua richiesta di aiuto. La lettera è stata letta e commentata durante l'omelia

Il ponte delle torri di Spoleto è tristemente famoso perché da anni è lo senario di numerosi suicidi. Quest’anno, a distanza di un mese l’uno dall’altro, a buttarsi giù sono stati due diciassettenni.  Una doppia tragedia che ha colpito profondamente una ragazza di Spoleto, che ha deciso di scrivere al vescovo della città, Renato Boccardo. Il vescovo ha scelto di leggere la lettera durante la sua omelia di domenica scorsa. Ecco il testo della lettera:  "Ho paura… Il suicidio nella mia classe è un taboo; è più importante terminare i programmi e riempirci la testa di matematica e di italiano, mentre nessuno ci guarda e ci chiede “come stai?”. Non c’è mai posto per ciò che si pensa, sei importante solo se sei il migliore, ma se stai soffrendo diventi un diverso, un problema da allontanare nella nostra vita “priva di ostacoli e difficoltà”. A me non interessa avere una bella pagella e poi scoprire che non mi importa di sapere come sta il mio compagno di banco che ieri c’era e oggi non c’è più… Mi hanno detto che è normale… Ho pianto e urlato ma nessuno ugualmente mi ha ascoltato… Perché non ci insegnano a guardare negli occhi qualcuno e a capire veramente come si sente? Perché non ci insegnano a conoscerci invece di nasconderci dietro questa facciata di moralismo, dove tutti sanno tutto ma forse non si conoscono… La vita non è rosa e fiori, ma nessuno ci ha mai insegnato che esistono delle difficoltà e c’è una grande differenza fra “superiamole insieme” e “non preoccuparti, ci penso io!”.

Questo il commento alla lettera del vescovo Renato Boccardo,  in un’omelia che cita anche la canzone di Fiorella Mannoia, Che sia benedetta. «È un grido disperato di aiuto – ha detto il vescovo Boccardo -, che scuote le nostre coscienze e sollecita la nostra responsabilità. Queste parole non possono lasciarci indifferenti e ci richiedono di mettere in atto tutte le nostre capacità e la nostra fantasia per accompagnare per mano i nostri figli nel cammino della vita. La grande opera dell’educazione non è delegabile, e tutti dobbiamo assumerci la nostra parte. «Per fare un uomo ci vuole un villaggio», recita un proverbio africano citato anche da Papa Francesco. Nasce da queste considerazioni l’appello che rivolgo a tutti – famiglie, scuola, educatori, società civile e comunità cristiana – per realizzare insieme una autentica “alleanza educativa”, che non si configura come una scelta fra tante, ma come la scelta inderogabile da compiere e attuare con perseveranza: ne va del presente e del futuro del nostro mondo; ne va soprattutto delle speranze e della vita delle giovani generazioni. Alle quali dobbiamo insegnare a credere che, come canta un’artista contemporanea, «per quanto assurda e complessa ci sembri, la vita è perfetta; per quanto sembri incoerente e testarda, se cadi ti aspetta. E siamo noi che dovremmo imparare a tenercela stretta. Che sia benedetta…». Il grido di aiuto dei giovani per Boccardo «guardando a Gesù sofferente, noi riconosciamo nel suo il volto sfigurato dei nostri ragazzi che si buttano dal Ponte delle Torri in una muta richiesta di aiuto, sopraffatti dalla solitudine e dalla disperazione. E vediamo tutti quegli altri che, anche qui nella nostra città, in famiglia, nella scuola e nei Convitti, smarriti e disorientati, cercano spesso consolazione e risposta alle loro attese nell’alcol e nella droga. Sono ragazzi che in mille modi, direttamente o indirettamente, domandano e aspettano accoglienza ed ascolto. Perché nell’età in cui si smette di essere bambini, magari senza consapevolezza, cercano qualcuno che abbia a cuore il loro destino, un volto che li sfidi a capire di cosa hanno veramente bisogno, che li aiuti a trovare un senso forte alla vita».

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