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sabato 24 agosto 2019
 
Una mostra sensoriale
 

Vivaldi. Ma quanto è pop il "Prete rosso"

22/05/2017  Avete mai... respirato e annusato la musica dell'autore delle "Quattro stagioni"? Al museo diocesano di Sant'Apollonia, a Venezia, apre "VivaVivaldi", un modo nuovo di presentare il genio e la vita del grande musicista barocco.

Vivaldi come non lo avete mai sentito, né … annusato. La mostra dedicata  al “Prete rosso”,  appena inaugurata a Venezia al museo di Sant'Apollonia,  indiscutibilmente ha poco di convenzionale.  “VivaVivaldi. The four season mistery” vuole stupire con effetti speciali, come  recitava il noto slogan pubblicitario. Vuole soprattutto far conoscere il genio del grande musicista barocco partendo dai sensi.  Sì,  è una mostra sensoriale e sensuale, dove la musica la vedi, la senti, la odori e perfino la respiri. Tutto… in concerto. 

Si chiama “video-mapping” ed è una dei  primi esperimenti  di questa tecnica in interno per mostre:  si mappano gli spazi  interni  del museo per trasformali in fondali  su cui più proiettori contemporaneamente creano animazioni visive di grande effetto scenico. Così i muri veri si sgretolano, le pareti di mattoni diventano liquide distese, si aprono a paesaggi esterni.  Luci, colori, ombre,  interagiscono col suono, i profumi e perfino il vento, per creare un’esperienza: quella  dell’arte vivaldiana. Un modo  assolutamente “stravagante” di presentare l’autore della “Stravaganza”.     

Questa full immersion dentro vita e arte di Vivaldi  è diviso in tre tappe, tante quanti gli ambienti  nei quali è distribuita la mostra (ma il termine “mostra” è forse un termine inadatto, rendendo  ragione solo dell’aspetto  visuale del percorso).  In essi si  sviluppa,  dentro un continuum musicale  di brani vivaldiani cuciti  da  musiche  composte al piano per l’occasione da Cristian Carrara,  un itinerario che vuole portarci dentro il genio del compositore veneziano,  quasi  fin dentro la sua mente, per intercettare le sue sinapsi che fanno scaturire l’arte sublime delle sue note.  E accanto alla musica si inseriscono  i suoni della sua Venezia, dallo sciabordio causato dalla barca  al tonfo del colpo del remo in acqua, fino a quelli della natura, tanto amata  dal musicista,  tra   i “fortissimi” dei lampi  e i “pianissimi” del fruscio di foglie che cadono. 

Nella seconda sala un video, iterato per decine di monitor, sfrutta tre immagini metaforiche  (quella di un  bambino sognante e impaurito, quello di una giovane che danza e corre libera, e quello di un albero che rinasce al sole della primavera) per dirci qualcosa della vita e della personalità di Vivaldi.

L’ultima sala, la più pop  di questa  esposizione  tutta pop, nel senso letterale del termine, è il racconto per emozioni visive, nello spazio architettonico più ampio e complesso della mostra, della  fine di Vivaldi, della morte e rinascita della sua musica. Prima la caduta: dalla gloria in vita, alla decadenza e all’oblio. Poi, la risurrezione,  plasticamente resa con l’abbattimento delle  pareti tombali in cui noi, assieme a Vivaldi, eravamo finiti, e  finalmente la nuova gloria, e la nascita del mito dell’autore delle Quattro stagioni. Un percorso quasi “pasquale”,  non a caso inquadrato nello spazio di un museo diocesano, ospitato dentro un edificio sacro di rara suggestione come quello di Sant’Apollonia. “Per un genio che, ricordiamolo, fu sacerdote, e che dedicò alla liturgia  cinquanta opere di musica sacra”, osserva il direttore del museo, don Gianmatteo Caputo.   

In pochi minuti di immagini, video ipertecno, odori, vento e, ovviamente,  musica vivaldiana in dolby surround,  ci passa davanti l’esperienza artistica del Prete Rosso che,  pochi forse sanno, morì a Vienna, la notte tra il 27 e il 28 luglio del 1741, in povertà,  seppellito in una fossa comune,  lontano dalla sua Venezia che gli aveva voltato le spalle.               

La scommessa dei curatori è  semplice:  se e è  vero che Vivaldi è  uno dei musicisti classici più pop che abbia mai incontrato la storia della musica, la via migliore per raccontarlo può essere,  appunto, una modalità pop. Quasi psichedelica. Comunque lontanissima dal didatticismo  spesso  incombente su una mostra . “VivaVivaldi” è, invece,  una mostra volutamente an-alfabeta: niente, o pochissime parole scritte, quelle indispensabili,  praticamente i titoli e due tre citazioni evocanti. Le lunghe didascalie i pannelli illustrativi sono banditi,  per permettere la dilatazione degli altri sensi.  Persino il titolo è analfabetico: “vivavivaldi”  è suono prima che scrittura, è allitterazione. E richiama il graffito “W….” con cui i bambini imbrattano i muri; è lo striscione da stadio. “V” come Vivaldi, ma anche come Venezia, lo sfondo scenografico perfetto delle sue musiche visionarie, pittoriche.    

 Insomma, un'introduzione all'arte del genio che vuole  provocare l’interesse  verso  l’opera. “Avremo raggiunto lo scopo se, uscendo dal museo, il visitatore  entrasse in un negozio di dischi o acquistasse un biglietto per un concerto vivaldiano alla Fenice”,   scherza, ma non troppo Francesco Bernardi, ingegnere con la passione per l’arte, presidente della società produttrice dell’evento,  e ideatore della mostra.

Tentativo riuscito? Lo dirà il pubblico, ma è un tentativo che andava fatto nella città che  ha un debito di riconoscenza verso quello che fu il  suo più grande musicista.  Non c’è paragone tra quanto ha fatto Salisburgo col “suo” Mozart e Venezia con il “Prete rosso”:   nella città austriaca tutto  ci  parla del  musicista “prodigio”,  comprese le stagnole dei ciccolatini,  che non a caso si chiamano Mozartkugeln.

A Venezia? “Mi sono imbattuto in un veneziano all’osteria, l’altro giorno,  che alla domanda dove fosse sepolto Vivaldi, ha candidamente risposto:  “Ah sì? e quando è morto?”, racconta  il musicista veneziano Roberto Scarpa.  “Quanta ingratitudine, ignoranza  e scarsa sensibilità verso  l’autore della composizione musicale  forse più nota al mondo,  come sono le “Quattro stagioni, assieme all’inno alla gioia  di Behetoven”.  Quando all’estero pronunci la parola “Venezia”, non  si associano gondole o  Casanova, bensì Vivaldi e le sua immortale composizione”.  Amarissima  costatazione. Se facessimo un sondaggio nella città lagunare,  e chiedessimo “Cosa  associate alle Quattro stagioni” la maggior parte dei concittadini del Prete rosso  forse risponderebbe…  “il nome di una pizza”.  E allora, Viva Vivaldi!  

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