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martedì 19 marzo 2019
 
Cinema
 

Wim Wenders:«L’incontro con il Papa ha dato una nuova rotta alla mia vita»

24/05/2018  Il regista ha presentato sulla Croisette il docu-film Papa Francesco - Un uomo di parola. E ha confidato come questa esperienza l’abbia toccato: «Io e mia moglie abbiamo cambiato il nostro modo di vivere»

Giornalisti e critici che frequentano i festival possono essere la platea più ambita e più temuta. Colti e appassionati, gli addetti ai lavori davanti allo schermo sono pronti più a massacrare che a incensare. Eppure dopo l’attesa anteprima del film di Wim Wenders Papa Francesco – Un uomo di parola, più di uno aveva gli occhi lucidi per la commozione. Perfino un’amica collega, laica fino al midollo, confessava di «aver pianto più di una volta».

Questo la dice lunga sulla bontà del docu-film che, a cinque anni dall’inizio del pontificato di Jorge Mario Bergoglio, ne ripercorre i momenti più intensi, non tanto per farne la cronaca, quanto per illustrare con immagini efficaci quelli che sono i valori fondanti del dire e dell’agire di papa Francesco. Un uomo, come sottintende il titolo ambivalente, che affronta i problemi armato solo delle parole, ma che può porsi di fronte ai potenti della Terra forte di una sorridente coerenza. Perché lui fa ed è quello che dice.

UN INCONTRO D’IMPATTO

«Il nostro incontro ha avuto un impatto sulla mia vita. Sentivo che non avrei avuto diritto di fare il film su di lui se non ne avessi condiviso l’esempio», dice Wenders, 72 anni e un’infinità di premi: Leone d’oro a Venezia per Lo stato delle cose, Palma d’oro a Cannes per Paris, Texas (più tre premi della giuria ecumenica), Orso d’oro a Berlino. «Lui chiede: possiamo vivere con meno? La risposta è sì. Lui dice: per la salute fisica e spirituale devi riposare un giorno alla settimana. Mi sono accorto del tempo sottratto alla famiglia, erano anni che non mi fermavo. Ora gioco con i miei quattro nipoti. Bergoglio dice cose semplici che dimentichiamo. Io e mia moglie Donata abbiamo cambiato con sollievo modo di vivere».  

Sollievo della mente e dell’anima, che trova lo spettatore nella visione del film. Perché se è vero che scorrono immagini terribili di povertà, ingiustizie sociali, malattie, disastri ambientali (accompagnate da quelle di incontri pubblici e viaggi del Papa: da Filadelfia a Gerusalemme, dal Congresso Usa alle discariche nelle Filippine, dalle periferie di Roma e Scampia alle carceri, dai barrios argentini alle favelas brasiliane) altrettanto vero è ciò che il Papa dice alla fine del film: «Nel quotidiano si può essere apostoli della bellezza della vita, voluta da Dio, attraverso il sorriso sincero e un po’ di senso dell’umorismo. Ogni giorno, io recito l’orazione di san Tommaso Moro che dice: “Dammi, o Signore, una buona digestione però dammi anche qualcosa da digerire!”. Il cristiano non si accontenta di vivacchiare ma coltiva la speranza nel domani».

I GESTI PIÙ TOCCANTI

  

Non si può non rimanere toccati dalle immagini di Bergoglio che accarezza i bimbi malati in un misero ospedale africano, che avvolto dalla cerata gialla abbraccia una vecchia filippina che ha perso i cari per lo tsunami, che lava e bacia i piedi del carcerato che lo guarda in lacrime, che al mausoleo della Shoah domanda perdono per l’incredibile cattiveria umana, che a Lesbo parla e conforta i profughi che non hanno più nulla. Gesti mai retorici che trasmettono empatia. Come sincere appaiono le parole con cui, guardando dritto nella cinepresa, spiega la sua enciclica in difesa del pianeta Terra. O il cosiddetto apostolato dell’orecchio, perché «il mondo di oggi è soprattutto sordo, e tanti sono i sordi anche tra i preti, mentre il bravo sacerdote deve parlare poco e ascoltare molto».

Come non sorridere poi vedendo Bergoglio recarsi al Campidoglio Usa in utilitaria blu circondato dai suv? O quando, alla bimba emozionata che gli ha rivolto la domanda, risponde: «Ma io non ho voluto fare il Papa. Una persona che fa il Papa non si vuole bene».

«Di Bergoglio colpiscono il coraggio e l’energia positiva che si percepiscono in sua presenza», commenta Wenders. «E poi il suo senso dell’umorismo, la propensione a divertirsi. Lo guardi negli occhi e vedi il ragazzino che è stato. Se nel film sono più le parole sugli uomini che su Dio è perché non è un teologo, ma è prima di tutto interessato agli altri. Con lui la Chiesa non è strumento di potere ma della comunità».

UN FILM RIVOLTO A TUTTI

Non mancano nel film i passaggi forti, gli argomenti scomodi. Come quando Bergoglio invoca «tolleranza zero» verso i religiosi che si macchiano di pedofilia o apre agli omosessuali che cercano Dio dicendo «chi sono io per giudicare?». Gli scettici rilevano però il silenzio sul tema dell’eutanasia e su Cuba (ma significativi sono i risolini in platea quando Trump appare sullo schermo, una sola volta fugace).

Alcuni hanno criticato soprattutto la scelta di Wenders di una regia classica, al servizio dell’interlocutore, alla ricerca di belle immagini di repertorio (del Centro Televisivo Vaticano) intervallate da scene in bianco e nero, girate appositamente per rievocare il messaggio di san Francesco (qui col volto di Ignazio Oliva). Dimenticando che il film non è diretto solo ai cattolici o a noi italiani, che sul Poverello di Assisi e sui Papi siamo piuttosto edotti. Non per nulla Pope Francis – A man of his word (titolo originale) esce subito negli Stati Uniti, il 14 giugno in Germania, a settembre in Francia e solo in autunno in Italia.

«Non volevo fare un film per chi sa e lo conosce», spiega Wenders che trent’anni fa già fantasticava di angeli in Il cielo sopra Berlino. «Perché papa Francesco vuol parlare a tutte le persone di buona volontà. E non per convertirle, ma per renderle consapevoli che dobbiamo grattare la superficie per andare all’essenza della fede: l’uguaglianza».

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