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Zamagni: vi spiego perché la Cina crolla

24/08/2015  L'economista spiega perchè il sistema finanziario dell'Estremo oriente sta implodendo: "La causa principale è la mancanza di democrazia. Ma i mandarini comunisti al potere possono avviare una transizione pacifica"

“La svalutazione della moneta cinese e il crollo delle borse asiatiche non è certo una sorpresa”, commenta l’economista Stefano Zamagni. La sua conoscenza dell’economia cinese non gli deriva solo dai frequenti viaggi e seminari in Estremo oriente, ma anche dai suoi  contati con gli studenti cinesi della John Hopkins University, dove insegna, oltre che all’Università di Bologna. “Buona parte degli studenti in quell’ateneo sono cinesi laureati in economia che svolgono un master post-laurea. Vengono da Pechino, da Canton, da Shangai, dalle infinite città di quell’immenso Paese. Mi raccontano tutti la stessa cosa da anni: il sistema marxista popolare intriso di capitalismo selvaggio non può tenere.  Perché chi segue le vicende economiche e sociali di quel Paese sapeva da tempo che l’economia cinese avrebbe subito degli arresti. La recente svalutazione ne è il segnale”.

Qual è il male maggiore cinese?

“La Cina dopo la partenza a razzo degli anni scorsi, non riesce più ad aumentare la produttività del sistema, come era avvenuto in precedenza. Questo è accaduto anche per noi e per gli americani. La storia insegna che un Paese ha picchi di produttività e poi declina.

La frustrazione delle aspettative ci aiuta a capire il calo della Borsa di questi mesi dei titoli cinesi: se calano le aspettative gli investitori vendono. Ma c’è un’altra considerazione da fare. La Cina ha creduto di andare contro natura. E’ questo il male cinese”.

Contro natura?

“Pechino ha adottato il modello dell’economia di mercato capitalistico all’interno di un sistema comunista dittatoriale a partito unico marxista-maoista. Anche il più sprovveduto sa che questo matrimonio non s’ ha da fare”.

Finora aveva funzionato, anzi diciamo che era molto competitivo…

 “Prima o poi i nodi sarebbero venuti al pettine. Un’economia di mercato presuppone per il proprio funzionamento l’esistenza di meccanismi di compensazione che contemplano il pluralismo, il sistema dei contrappesi che gli inglesi chiamano il checks and balance. La dinamica democratica è un potentissimo fenomeno di moderatore della crisi. E’ così da sempre. Lo abbiamo visto anche nel caso della Grecia: dove c’è democrazia la popolazione è in grado, alternando le maggioranze, di modificare delle linee di comportamento che placano la crisi e che hanno l’effetto di tacitare e soprattutto di evitare la sollevazione popolare.”.

Insomma resta l’equazione mercati-democrazia…

“Dove non c’è democrazia, quando le cose vanno bene sono tutti contenti e osannano il dittatore di turno, quando vanno male è ovvio che la gente si ribelli. Pisistrato, nell’antica Grecia è  stato il primo caso più eclatante: il demos quando le cose andavano male ad Atene, è stato defenestrato. Da Pisistrato a Tsipras è sempre stato così anche nella culla della democrazia. Il caso dell’Urss è stato uguale. E potremmo andare avanti per molto in molti luoghi del mondo: i Paesi dell’Est, l’Ucraina, il Sudamerica, l’Argentina, il Cile, la Tunisia…”.

Dobbiamo aspettarci la stessa cosa dalla Cina?

“Io mi auguro che non avvenga in forma violenta, ma che nei prossimi anni l’attuale dirigenza sia così tanto illuminata da cominciare a preparare una transizione verso la democrazia come intuì Gorbaciov, l’ultimo segretario del Pcus. I cinesi devono capire che il mercato presuppone la rule of law, che potremmo tradurre con “la legge è uguale per tutti”. In Cina invece esiste la rule by law (per mezzo della legge), vuol dire che si governa attraverso la legge ma il partito non è sottoposto alla legge”.

Sul piano mondiale la crisi cinese contagerà i mercati?

“Purtroppo lo sta già facendo. Di fronte alla svalutazione competitiva della Cina gli altri mercati, in particolare le tigri asiatiche (Vietnam, Tailandia, Cambogia, ma anche Filippine) non staranno ferme, svaluteranno anch’esse. Ci sarà un effetto domino. Ed ecco la guerra delle valute.  Se un’autorità internazionale non interviene potrebbe essere il disastro”.

Ci sarebbe il Fondo monetario internazionale a fare da arbitro…

 “Il Fondo monetario è troppo debole. La situazione potrebbe determinare una stagnazione secolare in quella parte del mondo dagli effetti devastanti. In un Paese dove ancora il 60 per cento della popolazione è ai livelli della povertà una stagnazione sarebbe un’ecatombe. Neanche a pensarci.  Speriamo in Dio che non succeda e che la transizione dia buoni frutti verso la democrazia”.

 

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