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"Per loro io consacro me stesso,
perché siano anch'essi
consacrati nella verità".
(Giovanni 17,19)
perché siano anch'essi
consacrati nella verità".
(Giovanni 17,19)
Che cosa significa quel “consacrare me stesso” che Gesù proclama nella solenne preghiera che suggella i discorsi tenuti nel Cenacolo l’ultima sera della sua vita terrena?
Innanzitutto si deve riconoscere che il “sacro” nel linguaggio biblico (ma non soltanto in esso) è tutto ciò che appartiene a Dio, al mistero, alla trascendenza e, quindi, al culto. Ora, nella liturgia sacrificale la vittima veniva “consacrata”, cioè dedicata, votata, riservata a Dio perché egli perdonasse le colpe ed entrasse in comunione con il fedele. Ebbene, Gesù si auto-consacra in favore (hyper in greco) dei discepoli; la sua morte sacrificale è, quindi, un offrirsi come vittima di espiazione. Lo aveva già annunciato quando si era presentato come buon pastore: «Io do la mia vita... io la do da me stesso» (Giovanni 10,17-18). La Lettera agli Ebrei offre un ideale commento a queste affermazioni di Gesù:
«Cristo entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna» (9,12).
Altrove è il Padre a consacrare come vittima sacrificale redentrice il Figlio e Gesù si autodefinisce come «colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo» (Giovanni 10,36). Il concetto, però, è chiaro, e ora è necessario spiegare la seconda parte della frase che riguarda i discepoli a favore dei quali (hyper) Cristo si è “consacrato” e donato. Anch’essi devono essere “consacrati”, ma in questo caso si aggiunge una specificazione: «nella verità». Ora, nel quarto Vangelo l’idea di “verità” (alètheia) non è quella greca di taglio metafisico-razionale.
La “verità” che Cristo porta nel mondo è la rivelazione del Padre, è la parola di Dio. Ecco, allora, un nuovo profilo della consacrazione, quello dell’accoglienza del Vangelo e della relativa testimonianza nel mondo che potrà condurre il discepolo anche alla consacrazione ulteriore nel martirio, diverso certamente da quello supremo di Cristo, ma dotato anch’esso di un valore salvifico, partecipe della donazione del Figlio. Forse non manca in questa frase così essenziale un’allusione allo Spirito Santo che consacra i cristiani con la sua potenza santificatrice.
Egli, infatti, è chiamato nel Vangelo di Giovanni «Spirito della verità» (14,17) perché «insegnerà ogni cosa e ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (14,26), cioè svelerà in pienezza la parola di Dio che Cristo ha proclamato. In sintesi, Gesù è stato “consacrato” nella sua morte sacrificale, il discepolo è “consacrato” nella parola di Dio e nello Spirito Santo. San Paolo scriveva: «Dio vi ha scelti come primizia per la salvezza, mediante lo Spirito santificatore [consacratore] e la fede nella verità» (2Tessalonicesi 2,13)




