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lunedì 14 ottobre 2019
 
Luca, l’evangelista delle donne Aggiornamenti rss Gianfranco Ravasi
Cardinale arcivescovo e biblista

«Beato il seno che ti ha allattato»

Nell’ormai consolidata abitudine di assegnare una giornata a figure, soggetti, temi più disparati, una domenica – quest’anno quella del 12 maggio – è stata attribuita alla “mamma”. Nella nostra ricerca dei personaggi femminili del Vangelo di Luca non potevamo, allora, non ritornare alla Madre per eccellenza, Maria. Ma lo facciamo con un passo un po’ sorprendente a causa della reazione del Figlio Gesù nei suoi confronti. In verità non è l’unico caso di presa di distanza: più avanti avremo occasione di evocare un’altra scena analoga (8,19- 21). Ma leggiamo il frammento che ora esamineremo.

«Mentre parlava, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!”. Ma egli replicò: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la Parola di Dio e la osservano!”» (11,27-28). Un proverbio orientale afferma che gli uomini si innamorano attraverso gli occhi, mentre le donne con le orecchie. Il maschio privilegerebbe l’apparenza, mentre la donna l’interiorità. Si tratta ovviamente di una semplificazione che ha, però, un’anima di verità, come appunto accade in questo episodio.

Maria riceve comunque da quella donna una “beatitudine” suggestiva nella sua maternità, che rimane fondamentale per l’umanità del Figlio di Dio. È curioso notare che nell’arte cristiana orientale è presente l’icona della Galaktotróphousa, cioè di Maria che “allatta” il neonato Gesù, un’immagine per altro amata anche dall’iconografia occidentale: per tutte citiamo la tavola della Vergine Madre nutrice che Ambrogio Lorenzetti dipinse nel 1330 e che ora è nella chiesa di San Francesco a Siena. Un antico poeta come sant’Efrem siro (IV sec.) cantava così Maria: «Tu, quando lui era bambino, lo accarezzavi tenendolo abbracciato al petto, mentre da te succhiava il latte».

La replica di Gesù è, a prima vista, piuttosto fredda perché reagisce introducendo una “beatitudine” alternativa rispetto a quella pronunciata dalla donna nella folla. Essa è destinata a coloro che «ascoltano e osservano la Parola di Dio». I due verbi da lui usati sono significativi. Il primo rimanda a uno dei vocaboli biblici fondamentali per indicare l’adesione di fede: shama‘ è, sì, “ascoltare” ma anche “obbedire”. Non per nulla una delle preghiere capitali del giudaismo è Shema‘, cioè «Ascolta!», che continua così: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio...» (Deuteronomio 6,4-5). Testo caro anche a Gesù che lo considera come il «primo comandamento» (Matteo 22,37-38).

Il secondo verbo greco è phylássô, presente 31 volte nel Nuovo Testamento con altri derivati: esso esalta il “custodire” come un dono la Parola di Dio così da irradiarla in tutta l’esistenza; considerarla come un bene prezioso che alimenta atti e discorsi, un respiro che sostiene l’anima. Ebbene, Maria è Madre non solo perché ha generato il Figlio di Dio, ma lo è – come diceva ancora Luca – perché «custodiva tutti gli eventi [riguardanti Gesù] meditandoli nel suo cuore» (2,19.51). Il verbo greco usato è diverso (synteréin) ma il tema è lo stesso. Ed è per questo che Maria è “beata”: non solo perché ha avuto in grembo e allattato Gesù, ma perché ne ha ascoltato e custodito la Parola.


09 maggio 2019

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