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Il Congo è il luogo dalle contraddizioni più eclatanti al mondo. È il Paese più ricco di risorse del pianeta, vanta un’abbondanza spropositata di materie prime essenziali come il cobalto (70% delle riserve mondiali), il coltan, il rame, senza contare l’oro, i diamanti, flora e fauna rigogliose e paesaggi meravigliosi. Eppure giace nelle ultime posizioni di qualsiasi statistica di sviluppo, benessere, prosperità, e figura tra i dieci Paesi più tristi al mondo a causa delle condizioni di vita a cui è costretta la popolazione. Vive permanentemente una serie di tragiche emergenze come guerre, disastri naturali ed epidemie, che lo mettono costantemente in ginocchio.
Di recente, come è noto, si è diffusa una nuova forma di Ebola causata dal ceppo Bundibugyo e le notizie che continuano a giungere a riguardo sono purtroppo pessime. L'epidemia ha registrato sul finire di agosto il numero più alto di decessi settimanali, con oltre 300 nuovi morti. I casi, in gran parte concentrati nella provincia dell’Ituri, hanno ormai abbondantemente superato quota 5.500 mentre le vittime accertate sono circa 2.700. Secondo l’Onu questa ondata di Ebola passerà agli atti come la più letale nella storia della Repubblica Democratica del Congo (Rdc).


L’altra enorme piaga che flagella il Paese, in modo più intenso nella vasta area orientale, sono gli scontri armati. Si calcola che nelle province del Kivu del nord e del Sud e nell’Ituri, siano attive tra le 120 e le 150 formazioni armate. Tra queste spicca senza dubbio l’M23, un gruppo sostenuto dal Rwanda che terrorizza da quasi un ventennio le popolazioni congolesi orientali e che dal gennaio 2025 si è saldamente stabilito su larga parte del Kivu del Nord e del Sud, dopo aver conquistato le rispettive capitali Goma e Bukavu.


In vaste aree di queste province il gruppo filo-rwandese è letteralmente al comando e zone strategiche per giacimenti, economie, peso politico, sono ormai de facto zona extraterritoriale per Kinshasa. Negli ultimi cinque anni, secondo quanto denuncia Human Rights Watch, le violenze dirette legate al conflitto armato nell'est della Repubblica Democratica del Congo hanno causato un numero che calcolato per difetto indica 15mila vittime tra civili e militari, con un aumento vertiginoso a partire dalla fine del 2021 quando le milizie dell’M23, dopo un periodo dormiente, hanno ripreso le loro attività.
Come riporta il Councli for Foreign Relations, l'intensificarsi dei combattimenti ha innescato una crisi umanitaria devastate, seconda solo a quella del Sudan - ma in un’area molto più circoscritta - con oltre sette milioni di sfollati interni e decine di migliaia di esterni. I profughi, costretti a lasciare tutto in fretta, vivono ammassati in campi spesso improvvisati dove assistenza medica, presidi scolastici, attività lavorative sono praticamente inesistenti e dove la mortalità tende a superare anche di molto quella causata dagli scontri armati.


Nel mezzo di questa situazione disperata quanto negletta, si sono fatti strada due tentativi di dialogo. Il primo, svoltosi a Doha e patrocinato dal Qatar, vedeva seduti attorno a un tavolo esponenti dell’M23 e del governo della Rdc. Il secondo, voluto e realizzato dall’amministrazione Trump a dicembre, ha condotto a Washington i due presidenti-nemici, Felix Tshisekedi (Rdc) e Paul Kagame (Rwanda). Il negoziato qatariota ha portato a una firma che prevedeva il cessate il fuoco e la progressiva fuoriuscita degli effettivi dell’M23 dal Congo. Ma mentre i rappresentanti dell’M23 firmavano a Doha a novembre, sul campo i miliziani progettavano la conquista di Uvira, Kivu del Sud, realizzata pienamente il 10 dicembre. Nessuno sgombero di truppe è mai stati effettuato nè, tantomeno, un cessate il fuoco, garantito.


Il processo a traino Usa, conclusosi il 4 dicembre scorso nella capitale americana, indicava una road map che prevedeva tregua nel conflitto, ingresso aiuti umanitari e, anche qui, l’uscita di scena dell’M23. Ad oggi, niente di tutto ciò è mai avvenuto.


Dalla fine dell’anno scorso ad oggi, non solo non si sono registrati passi in avanti, ma la situazione è decisamente peggiorata, con notizie di scontri, sfollamenti, violenze all’ordine del giorno. In tale panorama si apprende con un certo interesse della scelta dell’M23 e della Rdc, avvenuta proprio nell’ultima settimana di agosto, di riesumare gli accordi e concordare una road map per i colloqui di pace. La dichiarazione congiunta afferma che le parti hanno elaborato un “percorso che definisce le fasi sequenziali e le scadenze per i negoziati” nell’ambito di un accordo quadro firmato a novembre nella capitale del Qatar, Doha.


La strada è stata definita al termine di cinque giorni di colloqui tenutisi in Svizzera, dal 17 al 21 agosto, ai quali hanno partecipato anche rappresentanti degli Stati Uniti, del Qatar, del Togo, della Svizzera e della Commissione dell’Unione Africana. Nel frattempo nella giornata di lunedì 24 agosto è partita una missione volta a verificare il cessate il fuoco tra l’esercito congolese e i ribelli dell’M23, nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo.
«Noi siamo grati a coloro che, dall'estero – dai paesi vicini, europei, americani e persino asiatici – ci stanno aiutando a ricostruire la coesione sociale», spiega padre Aurélien Kambale Rukwata, presidente della Commissione diocesana per la giustizia e la pace della diocesi di Butembo-Beni, provincia del Nord-Kivu -.


«Tuttavia, questo aiuto non può dare frutti senza un sufficiente coinvolgimento della comunità nazionale, della popolazione locale». Padre Aurélien è uno dei principali rappresentanti della chiesa cattolica impegnati nella costruzione di un percorso di dialogo nazionale – benedetto a metà luglio dal cardinale Ambongo, arcivescovo di Kinshasa - elemento essenziale per la buona riuscita di un percorso di pace.
«Se un processo non coinvolge il popolo – riprende il sacerdote congolese - non gli permette di sentirsene parte, ha poche chance di successo. Pertanto, dobbiamo unire i processi nazionali e internazionali affinché tutto funzioni in sinergia. Nessuno deve essere escluso, solo così il dialogo sarà percepito come autentico e legittimo».







