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domenica 22 luglio 2018
 
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Cardinale arcivescovo e biblista

Eccomi, manda me!

«Tutti gli sforzi compiuti per evadere dall’atmosfera oscura del presente nella nostalgia per un passato considerato intatto o nell’oblio anticipato di un futuro migliore, sono vani». Rileggete con attenzione questa frase: è di una filosofa ebrea molto stimata, tedesca, Hannah Arendt, riparata negli Stati Uniti per sfuggire al nazismo e morta nel 1975. Il suo è un appello a evitare le illusioni che si dividono seguendo due traiettorie, quella nostalgica di un passato dorato simile a un paradiso perduto e quella sognante verso un radioso futuro dalle «sorti magniche e progressive».

Non per nulla lei ancora scriveva che «dobbiamo preoccuparci di tracciare esperienze piuttosto che dottrine». La religione biblica esige una fede ancorata alla storia, quindi al presente. I profeti sono per eccellenza interpreti del loro tempo: tanto è vero che le loro pagine sono piene di rimandi politici, sociali, culturali legati alla loro epoca. Ed è proprio attraverso questa fedeltà al loro oggi che essi sanno intuire, alla luce della Parola di Dio, il futuro che ci attende.

Questa lunga premessa è per presentare la storia della vocazione di uno dei maggiori profeti di Israele, Isaia, un sacerdote gerosolimitano, probabilmente di alto lignaggio (può accedere a corte senza fare anticamera). Nel capitolo 6 del suo libro profetico c’è persino la data di quella chiamata: era il 740/739 a.C., anno della morte del re Ozia, così come l’indicazione del luogo, ossia lo spazio sacro del tempio di Sion ove Isaia sta officiando. Ecco, all’improvviso, apparire un’epifania divina con tutta una grandiosa e terribile coreografia di serafini, di fumo, di terremoto, di cori angelici.

Sappiamo che la parola «vocazione» deriva da «voce». E infatti davanti al profeta attonito echeggia una voce possente: «Chi manderò e chi andrà per noi?». È la chiamata divina che convoca un suo messaggero. A questo punto, senza esitazione, con la consapevolezza del rischio che incombe sulla sua vita – che sta per essere stravolta rispetto a quella di sacerdote rispettato e benestante – Isaia si alza e risponde con due sole parole ebraiche: Hinnenî shelahénî, «Eccomi, manda me!». E subito dopo, implacabile, è delineata la missione che Dio gli affida.

Un impegno duro, provocatorio, che non ammette nostalgie e neppure sogni di successi: «Rendi insensibile il cuore di questo popolo, rendilo duro di orecchi e acceca i suoi occhi: non veda con gli occhi, né oda con gli orecchi, né comprenda con il cuore, né si converta in modo da essere guarito». Il linguaggio aspro è espresso alla maniera semitica, gli imperativi sono in realtà indicativi: il profeta dovrà svelare la ribellione di un popolo che non vuole ascoltare, vedere, comprendere sia la Parola sia l’opera di Dio e, così, evita di convertirsi, cioè di cambiare vita.

La sua sarà, perciò, una denuncia costante, un indice puntato contro il peccato, un giudizio sul male, sull’ingiustizia e sull’ipocrisia di coloro che lo circondano, soprattutto dei potenti: per averne la prova, basterà che nella Bibbia leggiate la “predica” implacabile che Isaia pronuncerà nel tempio. La trovate nel capitolo 1, ai versetti dal 10 al 20, e il monito fondamentale è tagliente: «Non posso sopportare delitto e solennità... Cessate di fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova». Altro che devozioni e riti tradizionali o attese vane di un futuro benedetto da un Dio che, invece, non è indifferente alle ingiustizie presenti.


04 gennaio 2018

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