"Come Mosè
innalzò nel deserto
il serpente,
così
che sia immolato
il Figlio dell’uomo..."
(Giovanni 3,14
)

Era stata una delle tante insidie durante la marcia di Israele nel deserto del Sinai: i serpenti velenosi che si annidavano tra le pietraie. Il racconto del libro dei Numeri (21,4-9) ha come sbocco l’“innalzamento” di un serpente di bronzo da parte di Mosè, quasi come una sorta di antidoto e di ex voto: è curioso notare che a Timna, nella regione mineraria dell’Arabia, nell’area settentrionale sinaitica, sono stati scoperti dagli archeologi piccoli serpenti di rame, metallo che là abbondava, i quali probabilmente avevano la funzione di protezione magica da quei rettili velenosi che infestavano la steppa.
La narrazione biblica sottolinea che la liberazione dalla morte per avvelenamento avveniva solo se si “guardava” il serpente innalzato, cioè se si aveva uno sguardo di fede nei confronti di quel “simbolo di salvezza”, come lo definisce il libro della Sapienza (16,6) che spiega: «Chi si volgeva a guardarlo era salvato non per mezzo dell’oggetto che vedeva, ma da Te, salvatore di tutti » (16,7). Gesù, nel dialogo notturno con Nicodemo, stabilisce un parallelo tra quel segno di salvezza e «il Figlio dell’uomo innalzato», cioè sé stesso crocifisso.
Come appare in altri passi del quarto Vangelo, quell’“innalzamento” sulla croce è una sorta di glorificazione, quel legno terribile diventa un trono divino, la crocifissione è il principio della risurrezione, sorgente di liberazione dal male per l’umanità intera. Gesù stesso, alle soglie della sua passione, dirà: «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (12,32). C’è, dunque, un modo particolare per definire la Pasqua di Cristo: esso ricorre all’immagine dell’esaltazione, dell’elevazione, della glorificazione, dell’ascensione. Già lo si incontrava rappresentato nella finale del Vangelo di Luca (24,50-53) e nell’inizio degli Atti degli apostoli (1,9-11) ove appunto si descrive l’ascensione del Risorto al cielo; era stato esplicitato anche da san Paolo nel famoso inno incastonato nella Lettera ai Filippesi: quell’essere divino che era Cristo si era “svuotato” e “umiliato” fino a patire la morte di croce; ma Dio lo «aveva esaltato [...]così che ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra e ogni lingua proclami: Gesù Cristo è il Signore!» (2,6-11). Nella risurrezione- ascensione Gesù ritorna nella gloria della divinità, celata nella sua umanità, “sale” a quel cielo che è considerato come il segno dell’eterno e dell’infinito, l’ambito divino.
La conclusione della frase giovannea che abbiamo ora spiegato nel suo significato profondo è, allora, ben comprensibile. Ne è quasi il corollario: come gli Israeliti che contemplavano con fede il segno del serpente innalzato erano sanati, così «chiunque crede in lui [nel Figlio dell’uomo innalzato] avrà la vita eterna» (3,15). Anche noi, quindi, a partire da Maria, la madre di Gesù, saremo “assunti” nella gloria della comunione con Dio ove ci ha preceduti il Figlio di Dio sceso nella nostra umanità per “innalzarci”.