PHOTO
"Questo è il mio comandamento:
che vi amiate gli uni gli altri
come io ho amato voi.
Nessuno ha un amore più grande di questo:
dare la vita per i propri amici"
(Giovanni 15, 12-13)
che vi amiate gli uni gli altri
come io ho amato voi.
Nessuno ha un amore più grande di questo:
dare la vita per i propri amici"
(Giovanni 15, 12-13)
Proponiamo questo passo giovanneo mirabile, ambientato nell’ultima sera della vita terrena di Gesù, non perché sia una “pietra d’inciampo” a causa di oscurità o durezza, bensì per la sua paradossalità. Facciamo prima una breve considerazione tematica. Nel primo versetto ci imbattiamo per ben tre volte nei vocaboli agápe/agapán, la terminologia tipica neotestamentaria dell’amore cristiano.
Nel Nuovo Testamento il verbo agapán, “amare”, ricorre ben 143 volte, il sostantivo agápe, “amore”, 116 volte e l’aggettivo agapetós, “amato”, 61 volte. Siamo, dunque, in presenza di una sorta di vessillo della morale evangelica. Non per nulla Cristo parla di «mio comandamento» e in 13,34 di «nuovo comandamento». Può sembrare strano che si imponga l’amore, una scelta così personale e libera; però è evidente che l’amore che Gesù propone ai suoi discepoli non è un vago appello al sentimento ma un impegno esistenziale che coinvolge la volontà. E qui entra in scena la questione che vogliamo affrontare.
Cristo va oltre un comandamento anticotestamentario che lui stesso aveva avallato come il “primo” di ogni altra norma etico-religiosa, ossia «Ama il prossimo tuo come te stesso» (Levitico 19,18; vedi Matteo 22,34-40). In esso l’equivalenza era di 1 a 1: da un lato, c’era lo spontaneo amore per la propria vita e persona e, d’altro lato, lo stesso identico amore da riversare sulla vita e la persona del prossimo. Ora l’equivalenza viene infranta e diverrebbe 1 a 2, ossia l’amore autentico spezza quell’equilibrio perfetto e raggiunge l’infinito, l’illimitato, la totalità, fino a “dare la vita” per l’altro, «come io vi ho amati» fino alla donazione suprema della croce.
Per questo lo si definisce «comandamento nuovo», dove l’aggettivo “nuovo” non è cronologico ma qualitativo: indica, nel linguaggio biblico, la meta ultima e perfetta, un po’ come noi definiamo “Novissimi” le realtà definitive della storia, che i teologi classificano come l’escatologia, la descrizione delle realtà ultime. In conclusione, siamo in presenza di un approccio caro a Gesù: egli non ama imporre una serie di norme, un codice legislativo in senso stretto, ma appella a un atteggiamento radicale e totale. L’opzione che egli propone al discepolo è “fondamentale”, cioè capace di fondare e di alimentare tutto l’essere e l’agire personale.
Un po’ come fa un vero genitore che non ama solo in alcune ore o atti della sua vita, ma l’amore è compaginato con il suo stesso esistere, e perciò egli non esita a dare la vita per la sua creatura.




