Alle soglie del nostro itinerario nel mondo della famiglia, lasciandoci guidare dalla Bibbia, partiremo da alcuni vocaboli delle sue due lingue principali, l’ebraico e il greco. A prima vista esiste un termine ebraico specifico per designare la “famiglia”: mishpahâ, che ricorre ben 300 volte nell’Antico Testamento.

Ma se si va a verificare su un dizionario di ebraico biblico, si scopre che il suo valore s’allarga fino a comprendere il clan, la parentela, la discendenza, la tribù e persino l’etnia. Ne deriva che la famiglia biblica, pur sorgendo da un nucleo costitutivo, la coppia, non è “nucleare” né una monade chiusa in sé stessa, ma ha un’energia vitale che si ramifica in relazione con la società. È un po’ per questo che l’altro vocabolo fondamentale è bayit/bêt, presente ben 2.092 volte, ma con un arcobaleno di significati che partono dalla “casa” materiale e si allargano alla “famiglia” da essa ospitata, alla sua discendenza e allo stesso popolo (la “casa di Israele/Giuda”).

Lo stesso accade nel Nuovo Testamento, ove i due vocaboli paralleli óikos/oikía risuonano ben 207 volte, accompagnati da uno sciame di circa 40 termini derivati: anche qui il significato è innanzitutto “casa” ma comprende anche chi in essa abita, cioè la famiglia. Un famoso scrittore argentino caro a papa Francesco, Jorge Luis Borges, affermava che «ogni casa è un candelabro sul quale ardono in fiamme appartate le vite».

Ed effettivamente si può immaginare – camminando come faceva Borges per le strade della sua capitale (il libro da cui è tratto il verso citato s’intitola Fervore a Buenos Aires) – che le mura dei palazzi nascondano al loro interno tante fiamme, cioè vite isolate nelle loro solitudini o drammi, famiglie unite nell’amore o scavate dalle divisioni, benestanti oppure curve sotto l’incubo della povertà o dell’assenza di lavoro. La Bibbia, però, ci ricorda che dovremmo spezzare questo isolamento e aprire la solitudine a un contatto, a una comunione, a un incontro. È suggestivo che le case del passato avessero le porte aperte sul cortile ove ci si incrociava, si dialogava, persino si mormorava.

Ora, invece, l’emblema dei nostri condomini anonimi è la porta blindata che separa totalmente dall’esterno, al punto che una persona sola può anche morire, e forse per settimane neppure il vicino di pianerottolo se ne accorge. Il lessico biblico della famiglia ci spinge, perciò, a impedire che ci si isoli nella paura, talora pur legittima, nella solitudine, nell’indifferenza reciproca. «Guai a chi è solo» ammonisce Qohelet/Ecclesiaste (4,10), «se cade, non ha nessuno che lo rialzi».

Nell’isolamento c’è anche il rischio dell’egoismo, come brutalmente esclamava lo scrittore francese André Gide: «Famiglie, vi odio! Focolari chiusi, porte serrate, geloso possesso della felicità!». Ritrovare la vocazione della famiglia a essere la cellula di un corpo più vasto, un orizzonte aperto che accoglie e si espande: è questo lo spirito di base della vera comunità familiare.