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di Lorenzo Rossi
La Striscia di Gaza, oggi, muore di fame. Da oltre due mesi – precisamente dal 2 marzo – Israele ha bloccato l’ingresso di tutti gli aiuti umanitari. I camion sono fermi, le riserve accumulate durante la tregua sono finite. Le 25 panetterie sostenute dal Programma alimentare mondiale hanno chiuso il 31 marzo. Le cucine collettive hanno cessato l’attività il 25 aprile. Ne resistono una sessantina, ma non per molto ancora: «Distribuiscono solo riso e lenticchie – spiega Amjad Shawa, della rete delle ONG palestinesi – ma finiranno tutto entro pochi giorni. Mancano cibo, acqua, carburante, sapone. Si soffoca».
A farne le spese sono soprattutto i bambini. Dal 2 marzo, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, almeno 57 piccoli sono morti per malnutrizione. Una bambina di 4 mesi è spirata il 3 maggio. Nei campi profughi, i prezzi sono fuori controllo: 10 euro per un chilo di verdure o farina, 30 euro per lo zucchero. Chi può, sopravvive con un pasto al giorno: insalata di cetrioli e pomodori. Chi non può, muore. «La fame consuma i corpi e spegne le menti», scrive su X il dottor Ezzideen Shehab, in servizio nel nord di Gaza. Lui stesso riesce a mangiare solo una volta al giorno: riso, e poco altro. «Prendo vitamine prenatali per non crollare. Ma la mente vacilla. Ci stiamo spegnendo in silenzio, senza che nessuno ci veda».
Il rischio carestia è concreto e imminente. Lo ha confermato l’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), unico ente autorizzato a dichiarare ufficialmente lo stato di fame: se l’escalation militare israeliana proseguirà, la carestia potrebbe colpire un abitante su cinque nei prossimi quattro mesi. Il quadro si aggrava con l’acqua contaminata. Le infezioni intestinali e respiratorie si moltiplicano. La Palestinian Medical Relief Society ha registrato 112.000 casi di epatite infettiva. «Siamo davanti a una guerra quasi biologica», accusa Mustafa Barghouti, medico e attivista. «Israele vaccina i suoi soldati, ma a causa del blocco i nostri bambini non riceveranno alcuna protezione. Come chiamare tutto questo, se non genocidio?».
Anche le Nazioni Unite denunciano un collasso morale. Tom Fletcher, capo dell’Ufficio ONU per il coordinamento umanitario, ha lanciato un appello chiaro: «L’aiuto umanitario non può essere usato come leva politica. L’assistenza salva vite, non può essere oggetto di negoziazione. Lasciate che gli operatori umanitari facciano il loro lavoro». Israele ha proposto un nuovo piano: quattro “bolle umanitarie” nel sud della Striscia, con distribuzione affidata a compagnie private e a una oscura fondazione svizzera creata a febbraio. Ma secondo l’Onu, il progetto esclude troppe persone – donne, bambini, disabili – e non rispetta i principi umanitari di neutralità e indipendenza. Nel frattempo, sul campo, i bambini muoiono. Di fame, di sete, di abbandono. E il mondo guarda, assiste a questa tragedia immane, spesso in silenzio.




