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I ragazzi e le ragazze del liceo scientifico di Aversa durante la donazione del sangue
di Ignazio Riccio
Nella Terra dei Fuochi, quel fazzoletto di terra martoriato tra le province di Napoli e Caserta, il sole picchia già forte. Davanti alla Casa del Donatore di Via Orazio Flacco c'è una fila di ragazzi. Diciott’anni, il liceo appena alle spalle, e una scelta che nessuno si aspettava: donare sangue. Alla loro età, la priorità assoluta sarebbe stata spegnere la sveglia, dimenticare almeno un po’ i libri e rincorrere il mare. Invece, alle nove in punto, erano già lì.
Non un progetto imposto dall’alto. Non un’attività curricolare, ma una decisione assunta in piena libertà, silenziosa, generosa. Nata, come spesso accade, da un incontro e da due domande semplici quanto disarmanti: «Dove dobbiamo andare? Ci accompagni?».
A riportare la genesi di tutto è Emilia Narciso, presidente regionale dell’Unicef Campania. «La devo raccontare questa storia, per evitare che diventi degli adulti. È la storia dei ragazzi, dei maturandi del Liceo Fermi di Aversa che nel primo giorno di “non scuola” scelgono di prepararsi all’esame di maturità donando sangue. Ho solo raccontato loro della difficoltà di trovare donatori, e mi hanno subito chiesto: dove dobbiamo andare? Ci accompagni?».
Due domande che valgono più di mille discorsi. Perché questi ragazzi non si sono limitati a studiare la solidarietà sui libri di filosofia: si sono rimboccati le maniche e hanno offerto la parte più intima e vitale di sé stessi a uno sconosciuto che non li potrà mai ringraziare.
Il contesto non è neutro, e questi ragazzi lo sanno bene. Vivono in un territorio segnato da decenni di illegalità ambientale, dove i casi di tumore sono aumentati in modo significativo tra il 2008 e il 2023, e dove la visita di Papa Leone XIV ad Acerra – che ha abbracciato i familiari delle vittime dell’inquinamento e riacceso i riflettori sul disastro ambientale – ha lasciato un segno profondo nelle coscienze. «Papa Leone ha dato il giusto input, a noi e a tutti», dicono i ragazzi.
In un territorio spesso raccontato solo per i suoi problemi, gli studenti del “Fermi” hanno scelto di parlare con i fatti. E il fatto è semplice e potente: hanno dato una parte di sé per persone che non conosceranno mai. Uno di loro, alla prima esperienza di donazione, ha confessato: «È la prima volta che dono il sangue e sono stato contentissimo di venire qui stamattina. Ci siamo resi conto di quanto ci fosse un pregiudizio nei confronti dei ragazzi: tutti credono che non ci interessiamo a queste tematiche, e volevamo dimostrare il contrario. Pensiamo che aiutare il prossimo, impegnarsi a donare, sia una cosa molto importante».


A guidarli spiritualmente c’era anche don Francesco Cuciniello, un prete giovane che accompagna i ragazzi con passione, il quale ha rivolto loro parole capaci di andare al cuore del gesto: donare non significa perdere qualcosa, ma riconoscere che la vita acquista senso solo quando diventa apertura verso l’altro. Un’eco diretta di papa Francesco, che don Cuciniello ha citato esplicitamente: «La cultura dello scarto si supera solo con la cultura dell’incontro».
Se c’è una voce che più di tutte ha saputo dare forma e parole a questa giornata, è quella della dirigente scolastica Adriana Mincione. La sua lettera agli studenti, scritta subito dopo l’evento, ha colto nel segno. Non è un comunicato istituzionale. È qualcosa di più raro: una dichiarazione d’amore per il mestiere di educare.
«Avete scelto di donare. Non per ottenere qualcosa. Non per ricevere un riconoscimento. Non per aggiungere una riga al vostro curriculum. Ma semplicemente perché avete compreso che ciascuno di noi può fare la differenza nella vita di qualcun altro. La domanda non è soltanto quanto avete studiato. La domanda è chi siete diventati. E oggi posso dire, con orgoglio e con gratitudine, che siete riusciti a insegnare qualcosa anche a noi adulti».
Dietro le parole della preside c’è la consapevolezza di chi osserva ogni giorno centinaia di ragazze e ragazzi, le loro fragilità, le loro incertezze, i loro entusiasmi. E che sa, meglio di chiunque altro, quanto impegno si nasconda dietro un successo, quanta fatica dietro un errore. Per questo il gesto dei suoi studenti l’ha «profondamente commossa»: le ha ricordato che «dietro i voti, le verifiche, gli scrutini e gli esami ci sono persone che stanno diventando adulte. Persone capaci di guardare oltre sé stesse».
La storia del Liceo Fermi ha varcato i confini di Aversa. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha scritto direttamente agli studenti per ringraziarli, comunicando che anche all’interno del dicastero è attivo un gruppo donatori sangue che, in collaborazione con Avis, ha organizzato il 9 giugno la propria Giornata di donazione per i dipendenti. Un gesto istituzionale inusuale, che dice molto sulla portata simbolica di questa iniziativa.
C’è una frase scritta in fondo alla locandina che i ragazzi del Fermi hanno diffuso per invitare i compagni. Una frase che, a lettura avvenuta di tutta questa storia, suona meno come uno slogan e molto di più come un manifesto generazionale: “Il futuro è nelle nostre mani. Facciamolo battere”.
Alle undici era già finita. I ragazzi del “Fermi” sono tornati a casa. Il 18 giugno hanno l'esame di maturità. Ma la prova più importante l’hanno già superata.





