«Non possiamo credere in Gesù e fare guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente. Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria». Dalla basilica della Sagrada Familia papa Leone spiega che la croce posta in cima al tempio, che illumina il Mediterraneo, «è la Croce degli ultimi che diventano primi, dei peccatori che diventano santi, dei morti che risorgeranno».

Prima di benedire la Torre di Gesù Cristo, la più alta dell’intera costruzione, alla presenza dei reali e del premier Pedro Sanchez che, per la prima volta dall’inizio del suo mandato, partecipa a una messa pubblica, il Pontefice ricorda che quello pensato da Gaudì, di cui proprio oggi si celebrano i cento anni dalla morte, è un «tempio segno di unità e di concordia per tutta la Spagna», che invita ad alzare «lo sguardo per incontrare il volto di Dio Padre, raggiante nel suo Figlio fatto uomo, Gesù Cristo».

In continuità con le parole di Benedetto XVI che dedicò la basilica il 7 novembre del 2010, sottolineando che essa «è segno visibile del Dio invisibile, per la cui gloria svettano le sue torri», spiega che benedice la «torre più alta, quella di Gesù Cristo».

La facciata della Natività della Sagrada Familia, disegnata dall'architetto catalano Antoni Gaudì (REUTERS)

Il sogno di un genio, questa «chiesa che è un unico edificio, composto di molte pietre. Una casa che cresce con costanza negli anni, secondo un identico progetto». Non un’opera incompiuta, «ma un tempio ancora in costruzione», che ci ricorda come la vita cristiana sia sempre in cammino. «La sua imperfezione non è un difetto, perché attesta un desiderio; non significa una mancanza, ma esprime una promessa, che vogliamo onorare con coerenza. La nostra gratitudine diventa allora impegno, mentre cooperiamo al progetto di Dio, cioè alla costruzione cui Egli stesso ci chiama».

La basilica ci indica anche che «quest’opera coincide con la nostra vita, che Dio pensa come un capolavoro da realizzare insieme». Ringrazia Gaudì, «commemorando il centenario della sua morte» e, insieme con lui ricorda e ringrazia «tutti i promotori e i benefattori, gli artisti e le maestranze che cooperano a edificare un capolavoro architettonico che è anche un eloquente catechesi fatta di pietre, di colori e di luce». Una sorta di Biblia pauperum, come avveniva per le «antiche cattedrali, che sono in sé stesse ricchissimi messaggi di evangelizzazione. In questo tempio d’immagini appare ancor più evidente come l’arte e la bellezza siano eminenti canali di evangelizzazione».

Leone invita ad alzare lo sguardo, «ammirando la torre di Gesù Cristo» a «Lui che solo ci svela la verità di Dio e la verità di noi stessi. Guardando a Cristo possiamo vedere il mondo con occhi rinnovati: la torre della Croce diventa allora vessillo di carità, perché Dio ci ama così, trasformando uno strumento di morte in segno di speranza».

Ricorda l’iscrizione che è posta alla base della guglia: «“Tu solus Sanctus, Tu solus Dominus, tu solus Altissimus”» e il suo brillare di «giorno, riflettendo la luce del sole», e di notte «illuminando la città come faro aperto sul Mediterraneo». Perché «la luce di Cristo brilla nelle tenebre, anche se le tenebre non l’hanno accolta»

Il rifiuto, però, non fa venir meno «l’amore di Dio: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo”, dice il Signore, “allora conoscerete che Io Sono e che nulla faccio da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato”». Per questo la croce è segno «luminoso del suo amore». Leone sottolinea che è la fede a dare «forma alle pietre e senso all’edificio che stiamo abitando insieme. Nella nostra preghiera scopriamo perciò l’originario legame delle cose con Dio, creatore del cielo e della terra: Egli è l’artista che ha impresso il suo splendore nel cosmo. Creato a sua immagine, l’uomo corrisponde all’opera di Dio col proprio ingegno: è così che l’artista fa del talento una lode e della creatività la testimonianza del Creatore stesso. Come architetto ardente di fede, il venerabile Antoni Gaudì pensò questi spazi volendo raccontare i misteri della vita del Signore: in tal modo ci ha proposto un pellegrinaggio spirituale, che porta all’incontro con Cristo nato, morto e risorto per noi».

E allora, contemplando la bellezza del tempio, il Papa invita, mentre «alziamo lo sguardo a Lui, il Crocifisso Risorto» a impegnarsi «a sollevare il viso di chi è nella polvere».

Dimostrando così che «la basilica della Sacrada Familia è la chiesa più alta del mondo non per primeggiare in classifiche mondane, ma per guidare i passi del popolo di Dio pellegrino in questa terra di Catalogna, con la croce che illumina il cammino».