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Nel centenario della nascita di Gaudì gli occhi di Barcellona e del mondo sono puntati sulla Sagrada Familia dove in serata il Papa benedirà la Torre di Gesù Cristo, la più alta della basilica pensata e avviata da quello che è noto come “l’architetto di Dio”.
Gaudì, dichiarato venerabile da papa Francesco, sembra aver fatto il primo “miracolo”. Alla messa che viene celebrata prima della benedizione della Torre, partecipa infatti anche Pedro Sanchez, il primo ministro spagnolo. Come sottolineano i giornali locali è la prima volta, dall’inizio del suo mandato che Sanchez partecipa a una celebrazione eucaristica. Persino a Madrid, all’affollatissima messa per il Corpus Domini, non aveva ritenuto di dover essere presente. Dopo il discorso al parlamento spagnolo, con quello che è stato definito “discorso miracolo” per essere stato applaudito in modo bipartisan con sette minuti di ovazioni, e il colloquio privato con Sanchez qualcosa è cambiato e il premier è volato fino alla capitale della Catalogna anche per rafforzare i legami con la nazione indipendentista con la quale aveva avviato rapporti più distesi a partire dall’amnistia concessa nel 2024 ai politici catalani arrestati per aver promosso il referendum sulla scissione.
Il viaggio di Leone è, insieme, politico e umano. Nella mattinata del 10, come primo gesto della sua seconda giornata a Barcellona, ha visitato i detenuti del carcere di Brians 1, con una delegazione anche del braccio 2, per ribadire, come già aveva fatto nel carcere nel carcere in Guinea Equatoriale, che i detenuti non sono la loro colpa e che «ogni essere umano è “degno” per il semplice fatto “di essere stato voluto, creato e amato da Dio”».


Invitando ad alzare lo sguardo e a fare del proprio meglio, perché «Dio ti ama così come sei, ma ti sogna migliore»; Leone ricorda che «il Signore permette a tutti noi di ricominciare sempre da capo, poiché essere umani ed essere cristiani non consiste nel non sbagliare, ma nel crescere nella capacità di convertirsi, pentirsi, emendarsi e, soprattutto, di riconciliarsi e perdonare».
Dopo il carcere il Papa arriva all’abbazia di Nostra Signora di Montserrat, 720 di altitudine, il centro spirituale di tutta la Catalogna. Saccheggiata dalle truppe napoleoniche, trucidati 23 monaci durante la guerra civile, costretti gli altri alla fuga, l’abbazia riprende nuovamente il suo ruolo di guida della regione nel 1939. Qui è custodita la statua in legno della “Moreneta”, la Madonna che deve il suo nome alla carnagione scura del volto, che papa Leone XIII dichiarò, nel 1881, patrona della Catalogna. E qui papa Leone XIV viene ad affidare, come già ha fatto a Pompei, alla Madonna, «il mio servizio petrino e la missione della Chiesa nel mondo, che grida chiedendo giustizia e pace».
Le mura dell’Abbazia raccontano la devozione e il sangue versato per Cristo. «Al loro interno», sottolinea il Pontefice al termine del rosario, «sono state custodite le gioie e i dolori, le letizie e le lacrime di tanti fedeli, ed esse hanno ascoltato anche le voci celestiali del canto infantile della più antica Escolanía d’Europa». Ricorda che, pur non essendo venuto fisicamente qui, papa Francesco aveva voluto offrire, nel 2023, «la rosa d’oro a questa venerata immagine» invitando a «considerare come, per centinaia di anni, i fedeli, senza distinzione, siano passati da questo Santuario recitando il rosario, perché Maria, Mare de Déu, è fondamentale nella vita di ogni cristiano. In quella stessa occasione egli ha sottolineato: “Davanti alla Madre, è come se si risvegliassero i sentimenti più nobili di una persona”».
Qui avvenne la conversione di sant’Ignazio di Loyola, «il quale in questo luogo suggestivo, dopo una notte di preghiera davanti alla Vergine, consegnò le sue armi da cavaliere, momento che segnò l’inizio di una nuova vita al servizio di Gesù Cristo».
Ed è con questo atteggiamento che ciascuno può cambiare vita accogliendo l’invito di Maria: «Fate quello che vi dirà». Parole che, sottolinea Leone, «contengono un vero e proprio programma di vita cristiana, perché Maria ci conduce verso Cristo e ci insegna ad ascoltare la sua voce, a obbedire alla sua parola e a lasciarci trasformare da Lui». E la volontà di Gesù è che ci amiamo gli uni gli altri. «Si tratta di un amore che ha in Lui stesso la sua misura e la sua fonte». Per questo l’invito di Maria a fare «quello che vi dirà» è un invito «a raggiungere un cuore riconciliato con i criteri del Vangelo. Gesù ci mostra la via della misericordia, della riconciliazione, della verità e della mitezza. Allo stesso tempo, smaschera la violenza che può nascondersi nelle nostre parole e nei nostri atteggiamenti: la critica che umilia, la condanna che distrugge e l’aggressività che divide. Tale violenza nascosta può spesso rivestirsi di armature apparenti con cui cerchiamo di proteggere le nostre ferite, le nostre paure o la sofferenza causata dalle ingiustizie».
Maria di Montserrat, che è una scultura lignea rivestita d’oro con la Madonna seduta che con una mano regge una sfera che rappresenta l’universo e con l’altra mostra Gesù «come un bambino indifeso che riposa sul suo grembo», ci invita, sottolinea Leone, a deporre ai suoi piedi «le corazze che hanno indurito poco a poco il cuore».
Un Bambino nudo, senza armature, che ci salva con «la forza disarmata e disarmante dell’amore». L’invito del Pontefice, allora, è quello a «rivestirci unicamente delle armi di Dio, come esorta san Paolo: “Attorno ai fianchi, la verità; indosso, la corazza della giustizia; i piedi, calzati e pronti a propagare il vangelo della pace. Afferrate sempre lo scudo della fede, […] prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio”». E sulla sfera aggiunge che questo reggerla con la mano destra è segno «della sua cura materna, perché il mondo intero trova posto nel suo cuore. Ella ci invita a riconoscerci fratelli e sorelle, così che nessuno sia escluso e la comunione sia più forte di ogni divisione».
La richiesta a Maria, con la preghiera del rosario, è quella di insegnarci «a rinunciare alle parole offensive, al giudizio affrettato, alle maldicenze e alle calunnie» perché possiamo imparare «a custodire e a coltivare l’amore in famiglia, tra amici, sul posto di lavoro, nei social network, nelle discussioni politiche e nelle comunità cristiane, affinché l’odio lasci il posto alla speranza e alla pace».
Infine invita tutti a onorare Maria con queste parole: «Per i catalani sarai sempre la Principessa, per gli spagnoli e per il mondo intero tutto l’amore; di’ a noi:”«Siete il mio tesoro, io sono la vostra madre, non temete”».
Dopo il rosario il Pontefice ringrazia la Catalogna per la dimostrazione di fede ed entusiasmo, ma soprattutto per l’accoglienza ai migranti perché mostra al mondo come si fa integrazione. Chiama all’unità ricordando le tappe di Madrid, in Catalogna e alle Canarie, dove terminerà il viaggio e sottolinea che «la fede sempre dà vita, la fede dà sepranza».



