Non è facile ricostruire fiducia dopo lo scandalo degli abusi. Spesso non bastano le doverose denunce, i risarcimenti, le nuove norme canoniche, l’impegno costante perché non accada più, neppure una sola volta. C’è bisogno di curare le ferite. Spesso dopo anni in cui le si è ignorate e seppellite. Di guardarle, di riconoscerle. Ci prova la Chiesa italiana mettendo a tema, per la IV Giornata mondiale di preghiera per le vittime, proprio quello del “ritessere fiducia”. «Una sfida impegnativa», dice subito Chiara Griffini, presidente del Servizio nazionale tutela minori e adulti vulnerabili.

Perché è così difficile?

«Perché ogni abuso è certamente anche un abuso della fiducia. Le ricerche ci dicono che la grande maggioranza dei casi accade all'interno del cosiddetto cerchio della fiducia. E quindi ricostruire è molto complicato non solo nei confronti di chi è stato vittima, ma anche di tutta la comunità. Quando accade un abuso non è mai una vicenda tra la vittima e l’autore, ma coinvolge tutti. Il primo passo quindi credo sia quello di parlare dell'abuso, della violenza all'interno dei nostri ambienti e di rompere anche il tabù culturale che ha regnato e, ahimè, continua ancora a regnare anche nella società. Il secondo aspetto è quello di prenderci cura e ascoltare chi è stato ferito, chi ha avuto il coraggio di denunciare. Queste persone hanno subito un primo abuso della fiducia a opera di coloro nei quali l’avevano riposta, ma poi ne hanno subito un altro quando la comunità, il contesto, le persone intorno e magari anche le autorità stesse non hanno saputo ascoltare e prendere immediatamente quei provvedimenti che sarebbero stati necessari».

Da dove si parte per ricostruire fiducia?

«Dalle vittime. Dobbiamo partire da loro, ma poi anche avere uno sguardo sugli autori. Anche di loro comunque dobbiamo prenderci cura per metterli nelle condizioni di non tradire più. Certo sappiamo che è auspicabile, ma anche che è un obiettivo molto duro e impegnativo da raggiungere».

I dati italiani sul fenomeno non sembrano in linea con quelli mondiali. Siamo particolarmente virtuosi o non raccogliamo le segnalazioni?

Facciamo fatica a far emergere il dato reale a 360 gradi. E questo non solo per quanto riguarda la Chiesa, ma per l'intera società civile. Questo tema rientra poco nelle agende culturali e formative mentre dovremmo tessere alleanze e mettere al centro non solo la tutela dell'infanzia, ma anche la formazione, il sostegno e l’implementazione della capacità di coloro che si prendono cura dei minori nelle diverse forme, nei diversi contesti, dalla famiglia, alla scuola, alla chiesa, allo sport. È il tempo della promozione di sistemi integrati di safeguarding, in cui adulti, minori e contesti co-costruiscono benessere e sicurezza. Questo è fondamentale per poter garantire ambienti responsivi e affidabili e credo, anche per far emergere il fenomeno. I dati delle rilevazioni che noi abbiamo condotto sui Servizi, sui centri di ascolto, ci confermano che partendo proprio dall'attività di sensibilizzazione e di formazione si è giunti alla segnalazione. Per riconoscere devo conoscere».

Chi si rivolge a voi per segnalare?

«Spesso adulti che vedono comportamenti inadeguati. Chi segnala lo fa perché è stato allenato ad ascoltare e vedere ciò che magari prima era invisibile. Dobbiamo pensare che c'è proprio una resistenza anche della nostra mente, non solo della nostra cultura, a prendere contatto con una realtà come quella dell'abuso e della violenza. E poi naturalmente, vengono ai centri di ascolto anche persone che vogliono denunciare qualcosa che è accaduto all'autorità ecclesiastica. Infine chi vuole avere informazioni e magari non trova altri punti di riferimento nella società civile. Sono persone che portano un dolore, una sofferenza».

La Chiesa italiana si è data degli strumenti per cercare di prevenire il fenomeno. Quali sono e come stanno funzionando, oltre al centro d'ascolto?

«Siamo partiti dalle linee guida del 2019 che chiedevano Servizi regionali e diocesani con i centri di ascolto. Attualmente ce ne sono 108 in tutta Italia. Il centro d’ascolto è il facilitatore per l'emersione del fenomeno all'interno degli ambienti ecclesiali, ma vuole essere anche un luogo di accompagnamento perché gli ambienti ecclesiali siano posti sicuri dove si può esprime n qualsiasi disagio anche proveniente da altri contesti. Spezzare la catena della violenza con legami generativi sociali ed ecclesiali.Ormai non c'è più il minore della famiglia, il minore dello sport, il minore della parrocchia. Dobbiamo occuparci dei minori a tutto campo. Le linee guida sono state una scelta di campo preciso e di un impegno della Chiesa italiana per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, nel quale si afferma che non tutta la comunità è colpevole degli abusi, ma è di tutta la comunità la cura e la protezione dei minori. Il punto chiave delle linee guida è la responsabilizzazione comunitaria e quindi il primo strumento è stato proprio quello di un alto lavoro formativo. Nel biennio 2020-2022, nonostante la pandemia, siamo arrivati a formare ben 24.000 persone intorno a queste tematiche. Un numero altissimo. I Servizi hanno condotto un'enorme attività di formazione destinata come a sacerdoti, a operatori pastorali e a chiunque nella Chiesa è a contatto con i minori»

E oltre la formazione?

«C’è una azione di vigilanza che io chiamo vigilanza evangelica. Abbiamo puntato molto sulla diffusione di buone prassi con un sussidio per le parrocchie E dunque strumenti di formazione, di vigilanza e alleanza con la società civile. Un'alleanza sistemica preventiva che vede unita la Chiesa e la società civile nel rompere con un clima di silenzio rispetto al tema dell'abuso e della violenza e generare invece non solo una nuova mentalità, ma uno sguardo tutelante sotto cui il minore possa crescere sicuro. In fondo il significato della parola tutelare è osservare, ma dobbiamo allenarci e capire a che tipo di osservazione siamo attenti».

Ma con la vigilanza non c’è il rischio di creare un clima di perenne sospetto? Di togliere spontaneità alle relazioni adulto-bambino?

«Se praticata nell'ottica evangelica del vegliare, no. Anzi fa prendere coscienza di qual è il bene che bisogna promuovere. Attenzione, non è una vigilanza per impedire qualcosa, ma quella che vuole dire qual è il bene che si deve custodire. E allora si distinguono i gesti e i linguaggi che devono essere promossi e si diventa capaci di riconoscere quelli che devono essere sospesi prima che sia troppo tardi».

State per pubblicare un report, quali sono i dati che emergono?

«Vorrei fare una correzione terminologica. Non si tratta di un report, ma di una rilevazione Cerchiamo di capire, a partire dal 2019 con l'introduzione dei Servizi e dei centro di ascolto quali sono i punti di forza e anche le criticità sulle quali dobbiamo lavorare proprio in ottica di rendicontazione e valutazione partecipativa. Nelle organizzazioni serie la politica di tutela deve essere sottoposta a revisioni periodiche, le rilevazioni servono a questo: a rendere conto di quello che la Chiesa sta facendo e a rivedere contemporaneamente la politica di tutela. La rilevazione è attualmente in corso perché è su due anni e quindi al momento non abbiamo ancora i dati».

In questo momento un minore che subisce abusi o pensa di aver subito abusi nell'ambiente ecclesiastico, come fa a farvi arrivare la segnalazione? Come fa ad aprirsi? Quali sono gli strumenti?

«Speriamo che dietro un minore ci siano i genitori. I primi strumenti sono loro e poi gli operatori della comunità parrocchiale. Insistiamo molto sulla formazione degli uni e degli altri così che un minore che ha da riferire qualcosa di delicato trovi ascolto in famiglia o negli operatori. Con loro insistiamo molto sulla affidabilità perché è questa qualità che permette, quando qualcuno vive qualcosa di intimo, di doloroso, di poter riconoscere nell’adulto una persona alla quale poter consegnare il proprio vissuto. C’è bisogno di tempo, perché si tratta di eventi traumatici, ma se c’è una comunità che ha scelto chiaramente di fare dell'affidabilità la sua caratteristica le persone si aprono. E poi ci sono segnali non verbali da cogliere, delle modalità relazionali tra adulto e minore ambigue, eccessive, che sono dei campanelli d’allarme da attenzionare».

Una volta che arriva la segnalazione c’è solo una procedura canonica?

«Ai centri di ascolto è stata data un'indicazione molto chiara di consigliare a chiunque si rivolge a loro per segnalazioni, di denunciare anche alle autorità civili. L’autorità ecclesiastica non intende in alcun modo né ostacolare né sostituirsi alla giustizia civile».

Come sono stati preparati i sussidi per la Giornata di quest’anno?

«Per la prima volta insieme alle vittime. È stata una scelta che si ripetere sempre anche negli anni a venire. Non possiamo fare una giornata di preghiera per le vittime sopravvissute agli abusi continuando noi a parlare di loro. Nelle linee guida c'è un passaggio molto importante in cui si dice che la prima azione di prevenzione è l'ascolto di chi è stato ferito. Ritessere fiducia parte da qui. E penso che le testimonianze scelte lo rivelino molto bene. Anche questo è uno strumento di cura perché non sono stati dei testi di su commissione, ma il frutto di un cammino che è partito dall'ascolto e dalla consultazione periodica di queste vittime sopravvissute e dei loro familiari da parte della Presidenza e della Segreteria Generale della Cei. C’è, oltre che un percorso terapeutico, anche una cura ecclesiale e spirituale che serve perché le ferite non vanno in prescrizione e non si rimarginano con i tempi dei procedimenti giuridici. C’è un tempo che va oltre».

Bisogna occuparsi anche dei colpevoli?

«Le persone con cui parliamo ci chiedono sempre di fare di tutto perché non accada ad altri. Quindi c’è un percorso di messa in sicurezza con lo stesso autore perché vanno create le condizioni per fermarlo e farlo smettere di nuocere. E poi però va valutato anche un percorso di recupero di chi ha commesso gli abusi. È un’altra ulteriore forma di prevenzione rispetto all’alto rischio di recidive di questa tipologia di crimine. Anche nell’ottica della richiesta di perdono. Perché anche le vittime stanno ancora aspettando che i colpevoli chiedano scusa per ciò che hanno fatto».