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Addio a Franco Zeffirelli: «Il mio maestro è stato Dio»

15/06/2019  In settant’anni di carriera ha attraversato tutte le arti dello spettacolo, dal cinema al teatro di prosa e di lirica. Paolo VI lo elogiò per il suo film "Gesù di Nazareth" e lui disse: «Vorrei che quest’opera arrivasse in Russia». E dopo la morte? «Devo credere per forza nell’aldilà, non è possibile che tutti i grandi con cui ho lavorato, che tutto quel genio irripetibile ora sia ridotto al nulla. Tutto questo casino che ho fatto quaggiù alla fine non so se mi farà meritare un pezzetto di cielo»

È stato regista cinematografico, teatrale e lirico. È stato sceneggiatore e anche politico nelle file di Forza Italia, senatore dal 1994 al 2001. A volte vulcanico, persino polemico. Una volta, in un’intervista, Alain Elkann gli chiese chi fosse il suo maestro: «Dio, anche se sono indegno di lui», rispose. Il maestro Franco Zeffirelli se n’è andato sabato mattina all’età di 96 anni nella sua casa di Roma dove viveva, malato da tempo. Era nato a Firenze il 12 febbraio 1923. Era quasi una figura rinascimentale che in settant’anni di attività ha attraversato tutte le discipline dello spettacolo, dalla prosa alla lirica, arrivando al grande successo con alcuni capolavori da La bisbetica domata (1967) a Fratello sole, sorella luna (1972) fino a Gesù di Nazareth (1977), solo per ricordarne alcuni. Cattolico, profondamente credente: «La fede è un dono, ne sono certo. L’ho avuto e devo tenerlo stretto», diceva. E di fede sono, infatti, pervasi i suoi Fratello sole, sorella luna e Gesù di Nazareth, quest’ultimo particolarmente apprezzato dalla Chiesa. «Paolo VI, nel 1977, dopo aver visto il mio Gesù di Nazareth, mi chiese che cosa la Chiesa avrebbe potuto fare per me», disse in un’intervista, «Gli risposi: vorrei che quest’opera arrivasse anche in Russia. Lui mi disse profeticamente: "Abbia fede: presto sul Cremlino sventoleranno le bandiere della Madonna al posto di quelle rosse". Quando, nel 1991, vidi in tv le bandiere rosse sovietiche ammainate dalle torri del Cremlino, e il bianco, l’azzurro e il rosso, i colori della precedente bandiera russa, sventolare sopra le cupole di Mosca, pensai che quei colori erano quelli dell’Immacolata Concezione: la Vergine bianca e azzurra che schiaccia il rosso del demonio».

Il cordoglio del sindaco di Firenze Dario Nardella per la morte di Zeffirelli (Ansa)
Il cordoglio del sindaco di Firenze Dario Nardella per la morte di Zeffirelli (Ansa)

Figlio illegittimo, il cognome dovuto a un errore dell'impiegato

Figlio naturale del commerciante di stoffe Ottorino Corsi, all’epoca sposato con altra donna, e della sarta Alaide Garosi Cipriani, rimasta incinta quando era ancora sposata a un avvocato gravemente malato e divenuta vedova durante la gravidanza. «“Ha tenuto testa a una città intera», raccontava Zeffirelli, «tutti lo sapevano: il bimbo nel suo grembo non poteva essere del marito, che si stava spegnendo in sanatorio. Seguì il feretro col pancione, vedova incinta di un altro uomo: si può solo immaginare lo scandalo. Infatti sono ‘figlio di ignoti’, N.N. (nescio nomen, ndr). Ma c’era una regola: i cognomi degli illegittimi venivano scelti a partire da una lettera, a rotazione. In quei giorni era il momento della ‘Z’. Cosi mia madre suggerì che mi chiamassero ‘Zeffiretti’, da un’aria di Mozart da lei molto amata (dell’Idomeneo, ndr). Nella trascrizione, l’impiegato fece un errore, mise due ‘l’ al posto delle ‘t’. Così io divenni Zeffirelli. E lo sono rimasto. Un cognome unico al mondo».

Tra le figure più importanti per la sua formazione giovanile, Zeffirelli ricordava sempre «padre Coiro, priore di San Marco, e un professore di Diritto romano che frequentava il convento, Giorgio La Pira. Fu lui a spiegarmi che l’aborto è un crimine e che i totalitarismi, fascismo nazismo comunismo, sono tutti uguali, ma il comunismo è più pericoloso».

Con Firenze aveva un rapporto d’amore e di odio. "Ciao maestro" si legge sul sito della fondazione a lui intitolata che annuncia che «il Maestro riposerà nel cimitero delle Porte Sante di Firenze». Zeffirelli era un grande fiorentino attaccatissimo alla città e la sua fondazione, nel centro storico, voleva mettere a disposizione del mondo intero la sua sterminata produzione artistica. Appassionato tifoso della Viola (e anti-juventino doc): «Per la Fiorentina», raccontò una volta, «sono anche andato in coma. Era l’anno dello scudetto, ero sulla macchina di Gina Lollobrigida e stavamo andando a vedere la partita con il Cagliari. Lei guidava come una matta e avemmo un incidente. Stetti a letto per mesi. Appena mi rimisi in piedi, corsi di nuovo allo stadio: appena in tempo per festeggiare il titolo».

La Presidente del Senato, Elisabetta Casellati, consegna il premio a Franco Zeffirelli, nell'aula di Palazzo Madama, il 6 aprile scorso (Ansa)
La Presidente del Senato, Elisabetta Casellati, consegna il premio a Franco Zeffirelli, nell'aula di Palazzo Madama, il 6 aprile scorso (Ansa)

Il rapporto con Luchino Visconti

  

Solido e fortissimo il suo sodalizio con Luchino Visconti: «Lui», disse a Riccardo De Palo, «è stato il mio mentore, il mio maestro. Ho iniziato proprio con lui il mio percorso di scenografo nel Troilo e Cressida, allestito nel Giardino di Boboli. Un progetto enorme e con un cast eccezionale. C’erano tutti gli attori del teatro italiano: Paolo Stoppa, Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Franco Interlenghi, Rina Morelli, Giorgio Albertazzi al suo esordio. Una grande esperienza che ha determinato il mio futuro». Zeffirelli diventò aiuto regista di Visconti e collaborò, fra l’altro, alla produzione di capolavori cinematografici come La terra trema e Senso: «Per me Luchino era il modello di tutto quel che conta davvero, un uomo complesso, autoritario e umile, egoista e generoso, folle e saggio. Un tormentato Don Giovanni e un aristocratico dal sesso facile».

Negli ultimi anni Zeffirelli si è dedicato principalmente alla regia lirica, portando i suoi allestimenti nei teatri più prestigiosi d’Italia e del mondo. Particolarmente numerosi quelli di Aida («La mia versione preferita resta quella in miniatura fatta per Busseto nel 2001»), e alla costituzione del Centro internazionale per le arti dello spettacolo Franco Zeffirelli, in parte museo e in parte scuola di regia e scenografia, aperto nel 2017 a Firenze nel centralissimo ex tribunale di piazza San Firenze che accoglie disegni, bozzetti, copioni, sceneggiature, libretti d’opera, foto, filmati: «Un archivio per il quale "ho lottato tanto" perché non si disperdesse», confessò.

Nel novembre scorso, nonostante fosse da tempo fisicamente debilitato e costretto in sedia a rotelle, Zeffirelli ha annunciato che, in stretta collaborazione con il suo fidato assistente Stefano Trespidi, avrebbe curato l’allestimento del Rigoletto che inaugurerà la stagione lirica della Royal Opera House di Muscat, in Oman, il 17 settembre 2020. «Sono solo un povero vecchio, ma non ho intenzione di mollare», diceva.

Lungo e fortunato il sodalizio con la stagione lirica dell’Arena di Verona che apre venerdì prossimo con il nuovo allestimento di Traviata curato proprio da Zeffirelli nella cui casa si svolse qualche mese fa la conferenza stampa di presentazione della stagione perché il Maestro era impossibilitato a uscire. E al mondo della lirica appartiene anche l’amicizia con Maria Callas: «La conobbi che era grassa e goffa, un anno dopo aveva perso 30 chili ed era diventata una donna di insuperabile fascino», disse Zeffirelli al Corriere della Sera, «una trasformazione che ha segnato il mondo della lirica, che da allora si può datare ‘a.C.’ e ‘d.C.’, prima e dopo Callas”. Con Maria abbiamo realizzato sei produzioni memorabili, con la Taylor sia La bisbetica domata che Il giovane Toscanini, e con Olivier, all’Old Vic di Londra, i due spettacoli di Eduardo De Filippo: Sabato, domenica e lunedì e Filumena Marturano».

«Tutto questo casino che ho fatto quaggiù alla fine non so se mi farà meritare un pezzetto di cielo»

Di recente aveva detto: «Le battaglie di questa vita mi hanno insegnato molto, e hanno fatto di me una persona migliore. E poi, dopo la morte? «E poi il Nulla», canta Jago nell’Otello di Verdi. «Ma io devo credere per forza all’aldilà. Non è possibile che tutti i grandi con cui ho lavorato, che tutto quel genio irripetibile ora sia ridotto al nulla. No. Io devo credere per forza. Tutto questo casino che ho fatto quaggiù alla fine non so se mi farà meritare un pezzetto di cielo. Tutto è così relativo. Sia nei punti di riferimento come nelle tracce che lasceremo. Lasciare a tempo debito è un’arte. Non voglio sporcare nulla. Non voglio chiedere. I prati che ho calpestato, voglio ricordarmeli tutti in fiore». Quasi un testamento spirituale.

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