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In tutta la sua carriera il grande attore britannico Anthony Hopkins ci ha ipnotizzati con gli occhi. Non quelli spiritati del dottor Lecter, ma quelli fermi, trattenuti, pieni di silenzi. Il suo talento è sempre stato lì, tra una pausa e una parola, tra quello che il personaggio sa e quello che sceglie di non dire. Da Quel che resta del giorno a Il silenzio degli innocenti, Hopkins ha costruito un’arte del non detto: la verità nascosta dietro un sorriso, la commozione che non si mostra mai. Ora che ha ottantasette anni, l’attore gallese ha deciso di parlare. Nel libro We Did OK, Kid (“Ce la siamo cavata, ragazzo”), che uscirà il 4 novembre, si toglie la maschera e racconta di sé. I giorni di scuola in un Galles grigio e ostile, l’alcolismo vinto quasi per miracolo, l’amore complicato per la sua unica figlia, la lenta scalata verso Hollywood. Non un catalogo di successi, ma una resa dei conti con il destino.
A emergere è un uomo che, come i suoi personaggi, ha imparato a vivere con il dubbio. Un solitario che ha cercato Dio nei momenti di silenzio, non nelle luci dei set. Hopkins non spiega, non si assolve, non pontifica. Si stupisce: della vita, della fortuna, del mistero di essere ancora qui. Ecco la grande lezione di un vecchio attore che ha passato la vita a fingere: quando finalmente smette di recitare, scopre che il ruolo più difficile è proprio quello di essere se stesso.





