La “baracca”, quella cui il fondatore si raccomandava in punto di morte, non solo tiene, ma si è allargata e moltiplicata. A 70 anni dalla morte di don Carlo Gnocchi, quella casa nata tra le macerie della guerra per accogliere i mutilatini non è diventata un monumento alla memoria, ma un cantiere vivo. Più cura, più ricerca, più umanità. I numeri del nuovo Bilancio di Missione parlano chiaro: quasi 400 mila pazienti accolti e assistiti nel 2024, quasi due milioni di prestazioni ambulatoriali, 6.280 operatori, 55 sperimentazioni cliniche avviate. Dietro le cifre, però, come spiega il presidente don Vincenzo Barbante, non c’è un’azienda sanitaria qualunque, ma una comunità che continua a misurarsi con le ferite del nostro tempo. «La lezione fondamentale di don Gnocchi», spiega, «è offrire oggi un’opportunità alla Provvidenza di concretizzarsi nei confronti delle persone che hanno bisogno».

A 70 anni dalla sua scomparsa qual è la lezione ancora attuale di don Gnocchi?

«La lezione fondamentale di don Gnocchi è offrire oggi un’opportunità alla Provvidenza di concretizzarsi nei confronti delle persone che hanno bisogno».

L’epoca di don Gnocchi e quella di oggi sembrano sideralmente lontane

«Dal punto di vista scientifico ovviamente sì, ma nonostante il progresso, l’umanità conserva situazioni di fragilità umana e sociale, sofferenza, dolore. E troppo spesso chi è fragile è solo. I dati Caritas parlano di un incremento di persone in difficoltà nel soddisfare bisogni primari, provvedere alla famiglia, al sostentamento, alle cure sanitarie. Non parliamo poi della prevenzione».

La don Gnocchi è una realtà presente in tutto il Paese. La situazione è uguale dappertutto?

« La Fondazione è presente in nove regioni italiane e registriamo situazioni significativamente differenti tra nord e sud del Paese, ma anche tra periferie e centri urbani, oppure aree periferiche di grandi città caratterizzati da fenomeni di emarginazione e solitudine e contesti di paese dove ancora sono forti legami sociali di solidarietà.

Don Carlo Gnocchi.

Il problema sono le periferie, come diceva papa Francesco.

«Nelle periferie delle grandi città una persona su quattro non può provvedere alla propria salute perché non è in grado di corrispondere il pagamento dei ticket o, considerate le liste d’attesa esistenti, accedere a servizi a pagamento. L’attuale sistema di offerta dei servizi presenta attualmente dichiarate difficoltà organizzative e di budget».

Ma il decreto del governo sulle liste d’attesa non ha funzionato?

«Noi della don Gnocchi, in base alle convenzioni in essere con il Sistema Sanitario Nazionale, forniamo prestazioni nei limiti fissati dal sistema, ma siamo consapevoli che la domanda è più consistente. Per quanto ci riguarda ci impegniamo a fare il possibile e nei casi di manifesta urgenza e indigenza interveniamo mettendo a disposizione risorse che abbiamo accantonato in un apposito fondo che abbiamo costituito con la beneficenza raccolta.

C’è un volto che potrebbe raccontare il vostro ultimo bilancio sociale?

«Ce ne sono tanti. Tra i tanti c’è quello di Paolo, era stato ricoverato da noi in condizioni molto gravi. Veniva dall’ospedale pediatrico Meyer di Firenze con problemi cerebrali gravissimi. I genitori non lo avevano riconosciuto. La condizione era talmente grave che la durata di vita doveva essere di quattro giorni».

E invece?

«Ce ne siamo presi cura. È sopravvissuto all’operazione, poi è rimasto presso il nostro centro d’eccellenza per la riabilitazione di Firenze, senza che venisse definita una scadenza. Io, ogni volta che mi recavo nel centro, lo andavo a trovare e lo vedevo nel suo letto, faticava a stare seduto e puntualmente si lasciava andare a destra o a sinistra. Un giorno vedo la dottoressa che lo aveva in carico. Le dico: “ciao, come va il nostro amico?”. E lei si mette a piangere. Io mi spavento: “che è successo?” E lei: “abbiamo trovato una coppia che lo ha adottato”.

E oggi come sta Paolo?

«Le faccio vedere il video che ho nel telefonino. Guardi: qui per la prima volta mangia il gelato. Ecco un altro video: gli insegnano ad alzarsi. Ora è cresciuto, cammina, va a scuola: si rende conto? Gli avevano dato 4 giorni di vita. Operato, accompagnato, custodito, amato».

Paolo è il simbolo della don Gnocchi.

«Paolo è quello che può accadere quando si realizza il mandato di don Carlo. Ma anche il mandato di tanti altri fondatori di opere simili: penso a Cottolengo; a don Domenico Pogliani di Sacra Famiglia, che iniziò accogliendo persone fragili in casa propria; il beato don Luigi Monza. Guardo a questo mondo dove l’esercizio della solidarietà – valore umano e nel contempo espressione concreta della carità cristiana – può fare grandi cose».

Qual era il mandato di don Carlo?

«Vivere un rapporto con le persone fragili non mettendosi di fronte, riducendo tutto a prestazioni come spesso accade nel sistema sanitario o nei servizi assistenziali, ma accanto».

Don Vincenzo Barbante.

Risentite anche voi della carenza di infermieri e medici?

« È incredibile che in Italia, uno dei Paesi più sviluppati del pianeta, a fronte dei bisogni esistenti non si faccia una programmazione, che sappia dare in un ragionevole periodo di tempo una risposta adeguata. Il Covid ha mostrato i limiti di certe previsioni circa il fabbisogno di medici e infermieri. Anche i recenti interventi normativi per promuovere un sistema sanitario di prossimità prevedono numeri di infermieri e operatori che non esistono e, usando una battuto, non sono nemmeno nati. Non si tiene conto dell’evoluzione demografica. Il sistema poi non garantisce al personale riconoscimento economico adeguato e questo non incentiva l’ingresso di nuovi operatori e la questione non riguarda solo medici e infermieri, ma anche altre professionalità, educatori, fisioterapisti, ... Ma c’è una terza questione».

E quale?

«E’ ora di finirla con la distinzione continua tra sanità pubblica e sanità privata, contrapposte. Si dimentica sempre che in sanità ci sono tre realtà: sanità pubblica, profit e non profit. La non profit, quella senza fini di lucro, i cui avanzi vengono sempre reinvestiti, svolge una funzione sussidiaria verso lo Stato. Quando nella sanità pubblica un paziente libera un posto letto e viene mandato in una struttura non profit come la nostra, lo Stato risparmia dal 60 all’80% dei costi. Questo non viene mai detto. La sanità privata profit ha una maggiore flessibilità nell’adeguare le tariffe ai costi soprattutto nell’attività in solvenza e ha obiettivi (mission) e destinatari differenti . La nostra realtà è davvero un’altra cosa. Sussidiarietà per noi significa favorire l’accessibilità più ampia possibile ai servizi e talora in alcuni contesti questa si traduce da sussidiarietà in supplenza: infatti laddove lo Stato non risponde, si dice “vabbè, qualcuno ci penserà”. E quel qualcuno sono ancora oggi realtà di ispirazione cristiana, come la nostra, e si finisce per dare per carità ciò che spetterebbe per giustizia».

Il futuro della riabilitazione passa dalle nuove tecnologie. Dov’è il confine tra innovazione e centralità della persona? Non c’è il rischio di automatizzare troppo?

«Robotica e strumenti innovativi devono favorire trattamenti riabilitativi e cure sempre più adeguate, favorendo sempre il benessere dell’ospite e la crescita professionale degli operatori. Inoltre, il ricorso alle nuove tecnologie può contribuire ad abbassare i costi dei trattamenti e favorire l’accesso ai servizi a più utenti, senza escludere, ma valorizzando il ruolo e le competenze degli operatori. Anche il paziente è più soddisfatto perché con l’utilizzo delle macchine può vedere immediatamente i progressi conseguiti.».

Questo vale anche per l’IA?

« L’intelligenza artificiale è utilizzata e lo sarà sempre più. È utile per diagnostica e protocolli terapeutici. Ogni atto riabilitativo, con strumentazioni elettroniche e robotiche, produce dati che permettono di migliorare diagnosi e trattamenti e terapeutici. ».

Non ne avete paura?

«No, se gestita correttamente. La diagnosi si fonda su algoritmi, ma è essenziale la personalizzazione da parte del medico: non bastano gli algoritmi, bisogna saper leggere e interpretare i dati. La personalizzazione della cura non deve venir meno. Parlando di innovazione, don Gnocchi non era contrario alle innovazioni tecnologiche e allo sviluppo di nuove possibilità terapeutiche. Non dimentichiamo che fu il primo a offrire le sue cornee per un trapianto, quando non esisteva ancora una legge in questo ambito. Don Gnocchi volle mettere a disposizione dei mutilatini, dei poliomielitici, tutto quello che già a suo tempo la ricerca scientifica e tecnologica poteva produrre. La cura per lui era aperta all’innovazione, purché accompagnata dalla relazione».

Le capita spesso di confrontarsi con Don Gnocchi? Di dire: “Don Gnocchi qui, che cosa farebbe?”

«A volte sì. Io credo di avere un rapporto particolare con Don Gnocchi. Don Carlo mi dice di non sedermi assolutamente. Non sedermi significa non solo garantire la continuità dell’ente, ma tenere l’occhio sui bisogni della gente: quelli che accogliamo e quelli che non trovano risposte. Questo impone certamente di garantire sostenibilità delle nostre attività rispettando criteri gestionali e organizzativi rigorosi e professionali. Ma non basta dire: “facciamo tornare i conti”. Tutto deve essere fatto in modo corretto, nell’osservanza delle norme e di tutte le regole per una buona amministrazione, però al centro c’è la missione dell’Ente e l’ultima parola è la stella polare della carità».

Don Carlo Gnocchi è famoso per i mutilatini, i poliomielitici. Oggi quale sarebbe l’oggetto della sua attenzione?

«Probabilmente oggi non esiste una patologia particolare. Esiste una condizione: la fragilità, sofferenza di tanti bambini, adulti, anziani, in Italia e nel mondo ai quali non è possibile prestare cure adeguate. Il grido di Don Carlo sarebbe venire incontro al maggior numero di persone possibile, in Italia e all’estero».