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Antonia Liskova: «Ho avuto paura di non avere figli»

11/04/2015  L’attrice slovacca ha sofferto fin da ragazza di cisti ovariche, un disturbo doloroso che rende anche difficile avere gravidanze. Nonostante ciò, adesso è una mamma felice, attenta e piena di senso pratico.

«Ho convissuto tanto tempo con la paura di non poter avere figli», confessa apertamente Antonia Liskova. «Non è che avessi un problema particolarmente grave eppure sono stata all’ombra di questa ansia per tanto tempo.

Fin dai miei diciassette anni ho, infatti, sofferto di cisti ovariche e molti esperti mi prospettavano, per questo, future difficoltà nel diventare mamma». Tecnicamente è uno degli effetti di questo disturbo, forse il più grave, ma va detto che, per fortuna, non è così facile che si realizzi. «E, infatti, a ventotto anni ho avuto la mia Liliana e la luce è tornata nella mia vita». Un lieto fine, quindi, di una storia comune ma anche a tratti difficile. «Sono tante le ragazze toccate da questo problema che, anche se non è una malattia gravissima come il cancro o la leucemia, sa essere molto fastidioso. Quando avevo il ciclo, per esempio, restavo a casa da scuola pure tre giorni di fila per il dolore».

La pillola anticoncezionale, presa dopo accurate analisi e specifiche diagnosi, ha la capacità di calmare le ovaie e quindi di attenuare il fastidio nelle più giovani. «Poi tanti medici ti dicono che, una volta partorito, tutto rientra da sé ma sinceramente nel mio caso non è stato del tutto vero». Nonostante questo, Antonia è una ragazza solare che ha sempre il sorriso sulle labbra. «Quando hai il dono di creare vita, il resto passa in secondo piano». Anche le eventuali pressioni sociali per essere diventata madre non troppo presto. «Non tanto in Italia quanto in Slovacchia, il mio Paese natio. In verità là adesso le cose stanno cambiando ma di base i figli si fanno ancora in giovane età».

Nessun problema, però, per una che è abituata ad affrontare le cose di petto. Lo dimostra il suo approccio con la medicina tradizionale. «Mia nonna era una specie di “stregona”, si curava e ci curava con le erbe. Usava molto la cannella, che da voi è sfruttata solo nei dolci mentre da noi è presente anche in molti piatti salati perché ha ottimi poteri antinfiammatori. Nonostante ciò, quando mia figlia ha quaranta di febbre, non ci penso due volte a darle la tachipirina ».

Perché il senso pratico vince su tutto. «Non potrebbe essere altrimenti. È una regola che vale sempre. Quando sono su un set e lavoro, per esempio, non mi posso certo permettere il lusso di avere il raffreddore. Ancora non ho avuto la fortuna di girare in un posto caldo come le Maldive. Quando avverrà, ne sarò lieta ma intanto mi difendo anche grazie alle medicine. L’ultima volta ero in mezzo ai boschi di San Candido in pieno inverno».

Scenari bucolici piuttosto familiari per l’attrice nata a Bojnice. «Io vengo dalla campagna e alla campagna torno appena posso. La salute passa anche dal respirare aria pulita e vivere la natura sulla propria pelle». Non è sempre facile per chi vive a Roma. «Non me ne pento però. Stare nella capitale è una scelta legata a mia figlia che ha bisogno di crescere in una città e non in luoghi isolati. Quando siamo sature del traffico e dello smog, possiamo sempre concederci una fuga verso luoghi che amiamo». Come per esempio? «La Puglia in generale e il Salento nello specifico sono mete molto frequentate da noi. Là puoi ancora sentire solo il rumore del vento tra gli alberi e il sapore di un pomodoro vero in bocca».

Quello di un’alimentazione sana deve essere un passaggio importante per un’attrice sempre in forma come la Liskova. «Fino a un certo punto. La verità è che alterno momenti di anarchia assoluta in cui mangio male e poco sano, magari anche perché sono in mezzo al lavoro più intenso, a momenti di catarsi dove recupero verdure e frutta e ripulisco il mio organismo».

Un movimento ondulatorio che, però, riguarda solo lei. «Con mia figlia sono molto più rigida e disciplinata. È chiaro che le concedo la patatina o la merendina, ma sto molto attenta a quello che le metto nel piatto». Forse anche grazie alla sua risaputa passione per i libri di ricette. «Effettivamente ne possiedo tantissimi e non smetto mai di acquistarne di nuovi ma devo dire in tutta sincerità che li apro saltuariamente e che li metto in pratica ancora più raramente».

Il tempo, d’altronde, non è mai troppo per una donna che lavora sodo come Antonia. «Anche perché preferisco investirlo nella mia spiritualità». In che modo? «Credo che testa e corpo siano strettamente collegati e che il benessere, in senso lato, si possa raggiungere solo quando si riesce a non mettere troppa zavorra nei pensieri». L’analisi dell’artista slovacca si fa molto interessante. «In passato si soffriva meno di depressione perché la gente lavorava di più. Farebbe bene a molti di noi licenziare la domestica e occuparsi personalmente delle faccende di casa. Stirare, lavare i pavimenti e fare una lavatrice sono attività impegnative che ci liberano da molte ansie superflue. Ho fatto un esempio come un altro ma i modi di occupare il corpo sono molti».

Per esempio? «Io adoro il legno e vivo, attraverso lui, il mio alleggerimento dell’anima. Recupero dai rigattieri vecchi mobili e li riporto in vita». È un incontro con la storia che ogni singolo pezzo d’antiquariato ha avuto che fa bene al cuore, ma anche ai muscoli. «Mi tengo in forma così. La palestra e il correre sono attività che mi annoiano mentre potrei scartavetrare per ore un vecchio comodino».

Metodi alternativi ed economici di fare fitness. «Anche passeggiare è gratis e può essere molto bello. Quando torno da mia madre in Slovacchia, e lo faccio molto spesso perché credo nell’importanza delle mie radici, mi concedo delle lunghe camminate in mezzo al verde e mi rigenero». Il resto dello spirito lo riempie la fede. «Sono credente e spero con tutta me stessa che questo Papa sposti la Chiesa da un balcone alle strade dove stiamo tutti noi». Intanto, in mezzo alla sua strada, Antonia non ha intenzione di restare ferma. In questi giorni, non a caso, è in tutte le sale cinematografiche con il film In the box distribuito dall’Istituto Luce.

 
 
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