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lunedì 06 dicembre 2021
 
 

Bagnasco sul lavoro: urge sviluppo

19/03/2012  Il cardinale di Genova richiama alla coesione sociale e chiede investimenti. Perché, dopo l'emigrazione delle teste non vengano cancellati anche i corpi delle aziende.

Il cardinale Bagnasco con alcuni lavoratori dell'Ansaldo Energia di Genova (foto Ansa).
Il cardinale Bagnasco con alcuni lavoratori dell'Ansaldo Energia di Genova (foto Ansa).

Il discorso è per Genova, ma i temi toccati dal cardinale Angelo Bagnasco nell’omelia  per la consueta messa con il mondo del lavoro che si celebra ogni anno per la festività di San Giuseppe, riguardano tutta l’Italia.


     «Si dice che bisogna ristrutturare le aziende, e questo spesso è vero», ha detto l’arcivescovo della città ligure e presidente della Cei, «ma la ristrutturazione in sé, senza cercare commesse  in Italia e per il mondo non  crea lavoro. E allora, ridefinire e risanare – mi chiedo – si riduce a una operazione di finanza oppure è un impegno di reale sviluppo e quindi di crescita lavorativa?».
 
Il cardinale Bagnasco, pur offrendo spunti di speranza, è preoccupato per la situazione di crisi e sprona la comunità a cercare la coesione e a essere disposta ai sacrifici. Purché non siano fine a se stessi.  Occorre «vedere un orizzonte vero, non delle parole che si ripetono  inconcludenti; avere certezze non promesse, perché i tempi stringono e le ristrettezze diventano sempre più pesanti sulle spalle delle famiglie».

E aggiunge: «Senza meta le forze dei naviganti si scoraggiano e si affievoliscono, i remi diventano troppo pesanti e le braccia si arrendono: la barca va alla deriva. Ma se appare l’orizzonte vero, allora i sacrifici si moltiplicano e capacità nuove si sprigionano».
Pur premettendo che la Chiesa non ha soluzioni tecniche da proporre, il cardinale non si sottrae a indicare delle strade e a mettere in guardia dai pericoli: «Per creare futuro dobbiamo mettere in conto anche eventuali disagi temporanei, ma è la visione d’insieme non il proprio particolare che deve ispirare e sostenere. D’altra parte, salvare il particolare a scapito dell’insieme quanto giova al particolare stesso?».

E ancora sulla delocalizzazione delle aziende insiste: «Si dice che importante è non perdere posti di lavoro, ed è già un punto fondamentale; ma se la “testa” di un’azienda emigra, il resto del corpo quanto potrà resistere? Si dice che è da difendere la forza lavoro, ed è giusto, ma non ci si può accontentare di questo: se si lascia che la tecnologia prenda le ali, non diventeremo un luogo di assemblaggio? E allora, oltre ad aver perso professionalità e ingegno, quanto sarà sicuro il lavoro residuo?».

E conclude dicendo che «perché questo non accada è necessario non solo mantenere la tecnologia, ma bisogna investire e farla crescere: quanto più le difficoltà sono grandi tanto più urgente è lo sviluppo, bisogna  puntare in alto: conservare, mettere delle pezze, è qualcosa ma è pericoloso».

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