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Ubaldo Pantani: "Quei segni del destino che mi legano a Gino Bartali"

30/04/2018  L'attore, comico e imitatore racconta il suo rapporto speciale con il campione di Ponte a Ema, che interpreterà in un monologo teatrale il 2 maggio a Gerusalemme, con il patrocinio della Israel cycling academy.

(Foto Ansa)

Vestire i panni di Gino Bartali sul palcoscenico, dare voce in teatro al grande campione: per Ubaldo Pantani è un destino già scritto, quasi ineludibile. «La storia di Bartali è profondamente mia, la sento vicina a me», spiega l'attore, comico e imitatore, dal 2010 nel cast di Quelli che il calcio su Raidue. «Da buon toscano, ho la passione del ciclismo da sempre. Ho passato l'infanzia in un paesino tra Volterra e il mare, Ponteginori, dove spesso le squadre venivano ad allenarsi. Con i miei genitori da ragazzino andavo a seguire le corse. Mio padre è stato uno dei fondatori del Bartali club di Ponteginori e la cosa divertente è che mio nonno invece era un “coppiano”. Io ho vissuto in casa la storica competizione». Il 2 maggio Pantani porta in scena a Gerusalemme il monologo teatrale Bartali: il campione e l’eroe, diretto da Pablo Solari, con testi di Massimiliano Castellani, Adam Smulevich e Alessandro Salutini.

L’idea del monologo, spiega, è nata tre anni fa: «Nel 2015 Raidue mi propose di condurre un documentario per la Giornata della memoria, Arpad Weisz dallo scudetto ad Auschwitz. L’anno seguente è stata la volta del docufilm su Bartali. Io conoscevo la figura del campione, non quella dell’eroe. Quando ho cominciato a documentarmi la sua storia mi ha catturato». E, man mano che la sua conoscenza si approfondiva, l'attore ha cominciato a scoprire una serie di segni, piccoli dettagli della sua vita che lo legano simbolicamente e in modo forte alla figura del ciclista.  Tra questi, uno in particolare: «Un quadro che per quarant’anni ho visto in corridoio, in casa dei miei. Rappresentava un uomo, un prete, dallo sguardo severo. Solo tanto tempo dopo ho scoperto che si trattava nientedimeno che del cardinale Elia Dalla Costa, “Giusto tra le Nazioni” allo Yad Vashem di Gerusalemme, l’arcivescovo di Firenze che chiese a Bartali di fare da corriere di documenti per salvare gli ebrei dalla deportazione. Mio padre, da bambino, aveva anche ricevuto la benedizione da monsignor Dalla Costa, a Firenze: per me un altro piccolo segno del destino».

Lo spettacolo farà un tour in Italia: la prima tappa sarà a Ferrara il 15 novembre. A Gerusalemme viene presentato nella forma di un adattamento scenico, al termine di una giornata di commemorazione durante la quale verrà conferita a Bartali la cittadinanza onoraria israeliana. A patrocinare la rappresentazione è la Israel cycling academy, la prima squadra professionistica del Paese, che partecipa al Giro d’Italia. «Negli anni scorsi anni la squadra israeliana è stata presente alla Firenze-Assisi (la gara ciclistica che ricorda il tragitto che Bartali percorreva per aiutare gli ebrei), ha preso parte ad altre gare minori internazionali, il Giro d'Italia è la sua prima vera grande opportunità sportiva», spiega Adam Smulevich, giornalista presso l'Unione delle comunità ebraiche italiane. «Questa squadra ha davanti a sé una sfida importante: in Israele la cultura della bicicletta non è diffusa e va costruita da zero». 

Nel team c'è anche un italiano, Christian Sbaragli. E poi un ex profugo eritreo che ha trovato rifugio in Svezia, Awet Gebremedhin. Era stato ingaggiato anche un campione turco, musulmano, ma a causa di pressioni ricevute a malincuore ha dovuto ritirarsi. «La forza della Israel cycling academy», osserva Smulevich, «è quella di farsi ambasciatrice di valori profondi: i ciclisti corrono con il logo del Peres Center for peace (Centro Peres per la pace, fondato nel 1996 da Shimon Peres) sulla maglia. La squadra inoltre ha una forte caratterizzazione multietnica: accoglie ciclisti di 16 nazionalità». 

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