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Beata Elisabetta Vendramini

15/02/2013 

La fondatrice delle Suore Terziarie Francescane Elisabettine nacque a Bassano del Grappa, in provincia di Vicenza, il 9 aprile 1790. Era la settima dei dodici figli che Francesco, un ricco commerciante, aveva avuto dalla nobile veneziana Antonia Angela Duodo. Affidata fin da piccola per la sua educazione alle suore Agostiniane, sui quindici anni tornò in famiglia, dove però le condizioni economiche peggiorarono perché l’Austria, sconfitta da Napoleone ad Austerlitz, era stata costretta a cedere all’Italia il Veneto, provocando una forte svalutazione della propria moneta, con gravi conseguenze per l’intera popolazione.
La ragazza si innamorò di un bravo giovane di Ferrara ma nel 1817, quando pareva che tutto la portasse al matrimonio, del quale era stata persino fissata la data, la situazione cambiò di colpo: mentre con alcune amiche parlava di una nuova acconciatura dei capelli, sentì chiaramente una voce interiore che le diceva: «Vuoi tu salvarti? Vai ai Cappuccini!». Venne così dirottata verso un convento trasformato da don Marco Cremona in un orfanotrofio femminile dove le ragazze abbandonate potevano rimanere fino all’età di 25 anni. Per la Vendramini questa fu una vera e propria conversione: «In un attimo», scrisse più tardi, «non riconobbi più me stessa; il mondo mi si cambiò in disgusto; lasciai lo sposo a cui ero promessa e non pensai più che a chiudermi in un monastero».
In realtà si orientò poi verso uno stile di vita religiosa più attivo. Nel 1820 entrò nell’orfanotrofio dopo due anni di attesa (inizialmente non era stata accettata) rimanendovi sei anni come assistente della priora, con la quale si trovò più volte in conflitto, subendo umiliazioni e rimproveri. Vi pronunciò comunque i voti secondo la regola delle Terziarie secolari ed ebbe la prima intuizione di dar vita in quel luogo ad una vera e propria congregazione francescana, ma trovò poi una dura opposizione in don Cremona, che condannò il progetto ritenendolo una «aperta persecuzione». Elisabetta prese il manoscritto contenente l’abbozzo di una regola che aveva preparato, e lo collocò accanto al tabernacolo della cappella dicendo a Gesù: «Adesso, Signore, pensaci Tu!».

L’orfanotrofio venne poi chiuso per mancanza di mezzi di sussistenza. Allora il fratello Luigi si adoperò perché Elisabetta venisse assunta a Padova, dove si trovava come commissario di polizia, nella “Casa degli esposti”, una istituzione dedita da secoli alla cura dell’infanzia abbandonata. Ma anche qui emersero ben presto divergenze con la priora e con le compagne di servizio, che non condividevano il suo metodo educativo, per cui dopo quasi due anni la “prima maestra” si dimise dall’incarico, con grande rammarico del direttore.
La sua idea era quella di fondare un istituto di terziarie regolari che avesse per fine specifico la carità, vivendo la misericordia del Padre nella dedizione multiforme verso i più bisognosi. In questo le era di guida anche il suo direttore spirituale, don Luigi Moran. Scelse dunque di trasferirsi nella zona più malfamata di Padova, la cosiddetta Codalunga, chiamata anche “Contrada degli sbirri”, abitata da famiglie che vivevano in preda alla miseria e alla corruzione. E il 10 novembre 1828 in una casa di proprietà della Curia vescovile, da lei soprannominata «reggia della santa povertà», insieme a due compagne che l’avevano seguita, accolse le prime fanciulle del quartiere per educarle. In breve le alunne arrivarono a quota 160, per cui fu necessario acquistare uno stabile attiguo ed aprirvi una vera e propria “scuola di gratuita educazione”: al mattino le ragazzine imparavano a leggere e a scrivere seguendo i programmi scolastici in vigore, mentre nel pomeriggio venivano addestrate nei tipici lavori femminili.

L’Opera - che aveva preso la denominazione ufficiale di Istituto delle Suore Terziarie Francescane Elisabettine, sotto la protezione di san Francesco d’Assisi e di santa Elisabetta d’Ungheria - si impose ben presto all’attenzione dei padovani, visto il profitto che le alunne ne traevano, e con l’aiuto di don Moran furono superate le inevitabili difficoltà economiche. Un notevole aiuto in tal senso venne all’Istituto anche da padre Bartolomeo Cornet, un religioso dell’Oratorio di san Filippo Neri, figlio di ricchi commercianti veneziani.
Dietro un suo suggerimento, si tentò anche di aggregare l’Istituto alle Figlie della Carità della marchesa Gabriella di Canossa, ma la Vendramini, non essendo stato raggiunto un accordo «dopo due ore di reciproci contrasti», preferì continuare per la sua strada. Il 4 ottobre 1830 fu effettuata la prima vestizione secondo la prassi francescana, ed Elisabetta fu confermata “Capo d’Ordine” dal visitatore padre Francesco Peruzzo. Per l’occasione, la beata scrisse nel suo Diario di avere eletto «Maria Santissima Priora della Casa e se stessa sotto-Priora». L’anno dopo con le sue compagne fece la professione dei tre voti semplici di povertà, castità e obbedienza e nel 1833 furono consegnate alle suore le prime Costituzioni.
Colpiscono in questa vicenda la continua disponibilità e la grande versatilità di queste donne consacrate che, nel giro di pochi anni, accettarono con gioia gli incarichi più diversi, anche a quelli particolarmente gravosi, dedicandosi all’assistenza delle vittime del colera, dei ciechi, degli infermi negli ospedali cittadini e degli anziani nei “ricoveri”, senza mai trascurare l’istruzione elementare e la catechesi, e trovando anche modo di aprire alcuni asili infantili. La Fondatrice non aveva inteso dare all’Istituto una “specializzazione” particolare, considerandolo uno strumento pronto a intervenire davanti alle mutevoli esigenze dei poveri, capace di dare risposte concrete a quelli che oggi chiamiamo i “segni dei tempi”.

Finché visse, la Vendramini cercò di ottenere dal Governo il riconoscimento legale del proprio Istituto, ma ricevette sempre risposte negative in quanto mancavano solide garanzie economiche: l’attestato verrà concesso soltanto nel 1861, pochi mesi dopo la sua morte. Analoghe difficoltà incontrò da parte della Santa Sede: il decreto di lode sarà firmato solo nel 1910, mentre l’approvazione definitiva delle Costituzioni arriverà nel 1924. Nulla comunque riuscì a scoraggiare Elisabetta, la quale riteneva che l’opera fosse voluta da Dio e per questo sarebbe andata avanti anche senza di lei.

Nonostante gli acciacchi dovuti ad una forma di artrite deformante, lei continuò indefessa nel suo apostolato tra i bambini, i malati e gli anziani, anche camminando con l’aiuto di un bastone o condotta da altri su una sedia a rotelle.
La morte sopraggiunse il 23 aprile 1860, in seguito ad ipertrofia cardiaca. Prima di spirare, Elisabetta pronunciò i nomi di Gesù, di Giuseppe e di Maria, poi aggiunse: «Ho veduto di passaggio la Santa Famiglia». Fu seppellita nel cimitero di Padova e in seguito i suoi resti furono esumati, all’insaputa delle sue Terziarie, e collocati nell’ossario comune.
La fama di santità aveva consigliato di introdurre presto la causa di beatificazione della Vendramini, ma le vicende politiche della seconda metà dell’800 e le due guerre mondiali del 1915-18 e del 1940-45 protrassero sia l’iter di approvazione dell’Istituto, sia la causa. Soltanto nel 1939 si aprì a Padova il processo informativo diocesano, che si concluse nel 1947 con esito negativo per la scarsa presenza di testimoni “de visu”. La sua ripresa venne favorita dalle molte testimonianze di grazie e favori ottenuti per intercessione di Elisabetta. Giovanni Paolo II nel 1989 ne riconobbe le virtù eroiche e la beatificò il 4 novembre 1990.

 
 
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